Inizia l’Era Trump: possibili Minacce e 5 Motivi di Ottimismo
Trump ha stravinto le elezioni Americane e i mercati hanno festeggiato. E' davvero iniziata una nuova "Golden Age"? Parliamo delle possibili minacce e delle contraddizioni nel suo programma, ma anche di 5 buoni motivi per restare ottimisti sui mercati.

157. Inizia l’Era Trump: possibili Minacce e 5 Motivi di Ottimismo
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Vittoria Trump: rally azionario per tagli fiscali e deregolamentazione attesi.
Politiche su immigrazione e dazi rischiano inflazione e dollaro forte.
Crescita mercati di lungo termine: innovazione e management, non politica.
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Trascrizione Episodio
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Intro Trump
Come avevamo profetizzato svariati mesi fa, quando ancora Biden era in corsa, Donald Trump si è ripreso la presidenza degli Stati Uniti d’America e per la prima volta un candidato sconfitto ad un’elezione, come accaduto a Trump nel 2020, ha poi vinto un’elezione successiva.
Nel suo primo discorso in piena notte, una volta che si era fatta evidente la sua schiacciante e devastante vittoria contro Kamala Harris, le sue parole non hanno evocato altro se non le magnifiche sorti e progressive degli Stati Uniti, destinati ad entrare grazie a lui in una nuova Golden Age.
We will heal it. We will fix it.
Cureremo l’America. Sistemeremo ogni cosa.
In queste poche e banali parole c’è la ragione profonda della sua vittoria e dell’umiliante debacle dei Democratici, che a questo giro hanno fatto veramente tutto il possibile per perdere le elezioni — e negli Stati Uniti è raro che un presidente non venga eletto per un secondo mandato.
Prima però il pasticcio sulla demenza senile di Biden, poi la candidatura di Kamala su cui non era convinto nessuno, infine il focus della sua campagna elettorale su tematiche delle quali, agli americani, non interessava poi più di tanto dopo tutto.
I diritti delle minoranze, la tutela dell’aborto, alcune giravolte antiambientaliste e antiimmigrazione in contraddizione con la politica perseguita dall’amministrazione Biden, di cui la Harris ha fatto parte come Vicepresidente, ma soprattutto avere incentrato tutta la campagna contro il “criminale” Trump, una strategia elettorale che raramente paga.
Oh tra l’altro bastava che qualcuno dello staff di Kamala Harris avesse chiamato il PD per chiedergli come mai avessero perso quasi tutte le elezioni contro Berlusconi e avrebbe scoperto che focalizzare una campagna elettorale a demonizzare l’avversario non è mai una buona idea.
Perché Trump ha vinto?
Trump ha vinto su due temi, che a quanto pare hanno unito buona parte dell’America che non era già schierata con i Democratici, come gli abitanti dei ricchi stati della California o di New York.
L’inflazione e l’immigrazione.
Attenzione al paradosso.
Biden ha guidato gli Stati Uniti fuori dalla pandemia e attraverso una crescita economica spettacolare, con il PIL che quest’anno cresce del 3%, mentre qua in Europa spareremmo i fuochi d’artificio per uno 0, qualcosa.
Ha avviato un processo di reindustrializzazione.
Ha creato un mercato del lavoro che praticamente è alle soglie della piena occupazione (4% di disoccupazione vuol dire esserci molto vicini, tecnicamente lo 0% di disoccupazione non esiste).
Assieme alla Fed, ha di fatto orchestrato un soft landing, abbattendo l’inflazione mantenendo l’economia in crescita.
Per non parlare poi dei mercati azionari, con l’S&P 500 che è cresciuto dell’80% in 4 anni, se consideriamo i dividendi reinvestiti.
Eppure gli americani che hanno votato Trump sono convinti che l’America, ricca come forse non lo è mai stata nella storia, sia sprofondata sotto Biden in una profonda crisi economica.
E Trump ha cavalcato questo sentimento, presentandosi come quello che avrebbe “heal and fix” curato e aggiustato i malanni dell’economia americana verso una nuova Golden Age.
Ma come è possibile questo assurdo scollamento dalla realtà?
Beh, in realtà la spiegazione è molto più semplice.
Lo straordinario stato di salute dell’economia e dei mercati non è stato sufficiente a controbilanciare la sensazione di impoverimento derivata dall’elevata inflazione tra la fine del 2021 e la prima metà del 2023.
Questo è rimasto in mente all’average Joe che quando va a fare la spesa o la benzina deve tirar fuori più soldi di pochi anni fa.
Tra i dipendenti delle big tech in california o delle grandi banche di new york si sono moltiplicati i milionari grazie alla crescita di valore delle loro stock options.
Ma alla gente comune del Michigan, della Pennsylvania o dell’Arizona, come dire, sticazzi che c’è tutta sta grande ricchezza in più di cui loro non possono beneficiare.
L’inflazione è stato il punto debole dell’amministrazione Biden e neanche la superlativa crescita della sua economia, degli stipendi e dei mercati finanziaria ha potuto qualcosa contro quello che fin dal secondo episodio di questo podcast descriviamo come il male assoluto per le nostre tasche.
E gli immigrati, in tutto ciò, tanto odiati soprattutto negli Stati centrali fino alle grottesche rappresentazioni di Trump degli Haitiani che andavano in giro a mangiarsi i gatti degli americani, in realtà sono stati uno dei fattori che ha contribuito sia alla crescita economica che al rallentamento dell’inflazione.
Come vedremo nel corso di quest’episodio, in cui racconteremo come hanno reagito i mercati e soprattutto quali sono le ragioni di ottimismo e pessimismo per i prossimi anni, nel programma di Trump, strategicamente perfetto per vincere le elezioni, ci sono diverse contraddizioni difficilmente conciliabili.
Povera Kamala.
Gettata nella mischia a pochi mesi dalle elezioni e data in pasto ad una sconfitta umiliante e senza appello, dato che i Repubblicani con ogni probabilità conquisteranno sia il Senato che il Congresso, dando così a Trump la massima libertà di manovra, cosa che di solito non succede visto che spesso uno dei due rami del parlamento non è dello stesso colore del presidente.
Subito dopo la sconfitta il New York Times l’ha intervistata e le ha chiesto cosa farà una volta lasciata la Casa Bianca, ora che sta per ritrovarsi senza lavoro e con un sacco di tempo libero.
Lei ha risposto che tutto sommato è contenta, perché negli ultimi 4 anni è stata sempre oberata di impegni mentre ora finalmente potrà guardarsi tutte le tre stagioni di Mare Fuori su Raiplay, perché a quanto pare è una grande fan di Carolina Crescentini e da ex procuratore giudiziario della California si è identificata con lei nel ruolo di direttrice del carcere minorile.
Il giornalista del Times gli ha chiesto come avrebbe fatto a vedere RaiPlay negli Stati Uniti e lei ha spiegato che userà NordVPN, con cui puoi sempre guardare le tue serie preferite da qualunque angolo del globo.
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Lasciamo quindi Kamala, che si è congedata dal giornalista del new york times visibilmente dispiaciuto per la sconfitta dei democratici dicendo “don’t worry little boy, there is the sea outside”, così per entrare nel mood.
Mercoledì 6 novembre, comunque, già di prima mattina qua da noi Trump aveva chiaramente vinto e i mercati hanno espresso in maniera piuttosto evidente il proprio feedback rispetto a questo esito.
Per la precisione:
– L’S&P 500 è schizzato di un clamoroso +2,5%, generando il quinto incremento di valore della sua capitalizzazione complessiva della storia, visto che 1,6 trilioni di dollari sono stati creati dall’euforia del mercato; ancora meglio ha fatto l’indice delle Small Caps, quasi + 6% in un giorno solo.
– Sul fronte obbligazionario, invece, il timore di un’economia esuberante nel prossimo futuro e soprattutto di un ritorno di un’alta inflazione hanno fatto decollare i rendimenti obbligazionari, con il Treasury decennale che è arrivato a sfiorare il 4,5%.
– Per motivi che potremmo definire uguali e contrari, che approfondiremo a breve, il dollaro si è rafforzato rispetto a tutte le valute globali e, per quel che ci riguarda, il cambio euro dollaro è crollato a 1,07 rispetto al quasi 1,12 di fine settembre.
– Infine, Bitcoin alle stelle, che il giorno dopo le elezioni ha sfondato il nuovo record storico dei 75.000 dollari
Ridendo e scherzando, la combinazione di S&P 500 in stato di grazia e dollaro che si è rafforzato ha fatto sì che un qualunque nostrp ETF su quest’indice questa settimana si è portato a casa quasi un +7%.
Ragazzi, qualcuno di voi mi segue da oltre un anno, qualcuno da meno.
Ma sono abbastanza sereno nel dire che per tutti gli investitori amici di questo podcast, questa è stata la settimana più felice da quando The Bull esiste.
Non parlo mai del mio portafoglio, però devo riconoscere che mai il mio portafoglio aveva avuto un incremento giornaliero così corposo come durante la giornata di mercoledì.
Perché il mercato azionario in particolare ha reagito in quel modo?
Le large cap sono andate alle stelle perché hanno incorporato le aspettative su un’amministrazione che ha promesso tagli delle tasse, deregolamentazioni di ogni sorta, trivellazioni anche dei marciapiedi per tirare fuori gas e petrolio e così via.
Non è un caso che oltre alla buonissima performance delle Big Tech — Tesla su tutte, ma questa più per il legame politico tra Trump e Musk — i settori che sono decollati sono stati quello finanziario e quello industriale.
Le small caps invece hanno sovraperformato l’indice delle grandi società perché tutte queste cose, aggiunte alla politica protezionistica fatta di dazi e restrizioni dall’estero promessa da Trump, tendono a favorire le società più piccole che sono più sensibili a questi temi.
Come se tutto ciò non bastasse, giovedì è arrivato anche l’ampiamente scontato taglio di 25 basis points da parte della Fed ai tassi di interesse americani e per una volta questa è passata quasi come una notizia minore.
Jerome Powell, capo della Fed, nella conferenza stampa ci ha tenuto a precisare che l’inflazione è stata sconfitta (facendo intendere che lui abbia guidato al meglio la fed in questo intento) e che ora il focus è tutto sull’altra metà del cielo, ossia sul non fare andare l’economia in recessione.
Il fed funds rate ora è tra 4,5 e 4,75% e questo è per lui un tasso “restrittivo”.
Ha fatto quindi intendere due cose:
– Che il percorso dei tagli continuerà finché la Fed non avrà raggiunto il cosiddetto r STAR, il tasso neutrale, ossia quel tasso ideale che tiene in equilibrio inflazione e crescita economica; ma allo stesso tempo anche
– Che i tagli forse saranno un po’ di meno di quelli che a Settembre ci si poteva immaginare, perché l’economia sta macinando numeri decisamente vigorosi.
L’ipotesi più probabile secondo i futures, nel momento in cui sto parlando, è che alla fine dell’anno prossimo i tassi di interesse americani si troveranno tra il 3,5 e il 4%, sicuramente molto più in alto di quando ci si immaginava tassi intorno al 3%.
Sempre che nel frattempo non imperversi una grave crisi recessiva naturalmente.
Fatte tutte queste premesse ora vorrei dividere in due blocchi il resto dell’episodio.
Nella prima parte vediamo alcune possibili contraddizioni tra il programma di Trump e la reazione dei mercati, nonché le minacce che più ci possono riguardare da vicino.
Nella seconda parte, invece, vi dirò 5 buoni motivi per cui un certo ottimismo sul prossimo futuro, almeno finché parliamo di finanza e mercati, potrebbe essere giustificato.
Partiamo dalle contraddizioni, che un filo di nervosismo me lo fanno salire, lo ammetto.
Punto 1: l’immigrazione, questo come abbiamo detto è stato un grande cavallo di battaglia di Trump, che ce l’ha sempre un po’ avuta con tirare su muri, cacciare gli immigrati e restringere ulteriormente le frontiere per chi vuole entrare.
Tra l’altro è curioso che Trump abbia raccolto una pioggia di voti soprattutto tra le minoranze etniche, che si sono identificate nel miliardario newyorkese molto di più che in una donna di colore di origini indiane e giamaicane.
Quello che Trump però non ha detto nei suoi vari comizi è che gli immigrati servono al mercato del lavoro americano.
Se riduci l’immigrazione rischi di ottenere uno shock in termini di offerta di manodopera, come era successo alla riapertura dopo il covid, e questo può avere un’unica duplica conseguenza: aumento dei salari e del costo del lavoro da una parte e chiaramente aumento dell’inflazione dall’altra.
E questa è proprio l’ultima cosa che piace ai mercati azionari, che da una parte hanno salutato con grande gioia la netta vittoria di Trump, ma dall’altro devono tenere in conto questo possibile effetto collaterale del suo programma.
Punto 2: l’altro grande cavallo della sua battaglia elettorale, al punto da definirla addirittura la sua parola preferita, è stato “Tariff”, ossia Dazi.
È noto che Trump vuole imporre dazi alle importazioni per sfavorire le società straniere a favore, a suo dire, di quelle americane.
Finora si è parlato di un 10% in generale, compreso a noi Europei, fino ad un 60% di dazi sulle importazioni dalla Cina — e naturalmente il fatto che la Cina sia il principale produttore di auto elettriche a basso costo e che Musk, diventato il migliore amico di Trump, sia anche il principale azionista di Tesla è del tutto casuale.
Ora, dai tempi del grande economista dell’800 David Ricardo, si sa che i dazi non fanno mai bene all’economia.
Se Trump davvero applicherà questa politica, il risultato da manuale più probabile è che l’economia globale ne risulterà danneggiata, ma pure quella americana si ritroverà meno ricca.
Soffriranno meno, ma soffriranno.
Non si è mai visto che applicare dazi alimenti la crescita economica di un paese.
Qual è uno dei problemi principali che comporterebbe una politica protezionistica?
La cosa è curiosa perché Trump ha fatto tutta la campagna elettorale promettendo di indebolire il dollaro così da agevolare le società americane esportatrici.
Ma qualunque manuale di macroeconomia spiega chiaramente che, soprattutto in economia forte come quella Americana, caratterizzata da deficit nella bilancia commerciale, cioè che importa più di quello che esporta, introdurre dazi equivale quasi certamente a rafforzare il dollaro.
Perché mi chiederete?
No ma magari non me lo chiedete e lo sapete già, però non essendo questo un podcast democratico vi beccate comunque le cose che mi va di dire.
Se tu metti i dazi sulle importazioni dell’estero intanto meno dollari vengono “venduti” all’estero per essere scambiati in valute locali per importare beni. Se compri tanto in Italia o in Germania, per esempio, devi cambiare i tuoi dollari in Euro.
Più aumenta la tua richiesta di Euro, più l’euro si rafforza, più diminuisce più si rafforza il dollaro.
Inoltre è verosimile che i dazi alimentino il mercato interno rendendolo attrattivo per investitori esteri che a loro volta faranno aumentare la domanda di dollari, rafforzandone ulteriormente il valore.
Un dollaro troppo forte, però, non è una cosa buona a lungo termine né per l’America né per l’economia globale in generale, con delle conseguenze sulla riduzione degli scambi internazionali (penalizzando soprattutto le realtà che esportano) e sui prezzi delle materie prime, che in buona parte sono prezzate in dollari.
E anche questa cosa, se alla fin della fiera porta ad un rallentamento della crescita dell’economia americana, al mercato azionario non piacerà.
C’è da dire che, un conto è la propaganda politica, un conto è la realtà.
Da più parti ho letto che Trump potrebbe aver ventilato questo spauracchio dei dazi per avere una posizione forte in future negoziazioni con gli altri paesi.
Per esempio è noto che vuole disimpegnare gli Stati Uniti dalla Nato e far sì che soprattutto l’Europa cominci a provvedere da sola alla propria difesa militare.
Questa roba dei dazi potrebbe essere una carta da giocare per imporre all’Europa un maggiore impegno economico nella Nato in cambio di una politica sui dazi più morbida.
Comunque, Trump ha vinto promettendo anche un dollaro debole, ma se applicata alla lettera il suo programma andrà esattamente nella direzione opposta.
Del resto, a votare non ci vanno gli economisti… che ci volete fare…
Il terzo punto riguarda il debito pubblico americano.
Questa non è la cosa di cui parliamo più spesso, ma in più d’uno si sta interrogando su fino a che punto un debito mostruoso in valore assoluto come quello americano possa essere sostenibile, soprattutto visto che i tagli delle tasse promessi da Trump comporteranno più deficit e quindi maggiori emissioni di Treasury e quindi ancora più debito.
È vero che, in teoria almeno, finché il dollaro rimane molto forte, nel breve termine il deficit e il debito non sono un grosso problema, perché probabilmente il mondo continuerà a fare la fila per comprare Treasury.
Sul lungo termine, tuttavia, questa cosa non può avere una crescita illimitata e ad un certo punto se ne potrebbe pagare il prezzo.
Quale prezzo?
Difficile da dire.
Un default degli Stati Uniti è assai improbabile.
Un deterioramento forte dell’economia per arginare il debito, invece, ad un certo punto potrebbe rendersi necessario.
Sicuramente non è un problema di oggi, né di domani, ma magari dopodomani…
Il quarto punto è in casa nostra.
O ci diamo una svegliata da soli, o questa amministrazione potrebbe rappresentare per noi un brusco risveglio da un lungo sonno dorato in cui abbiamo beneficiato, noi europei, della tutela economia e soprattutto militare degli Stati Uniti.
Un dollaro forte potrebbe anche farci gioco nelle esportazioni, ma non se i dazi andranno a limitare il nostro volume di affari con l’estero (e soprattutto l’Italia ha negli Stati Uniti uno dei propri principali mercati di sbocco per tantissime aziende).
Inoltre noi abbiamo degli strutturali problemi di approvvigionamento energetico.
E il carbone no, e il petrolio no (che comunque non ce l’abbiamo e lo importiamo), e il nucleare no, il gas va bene ma lo dobbiamo comprare dall’Algeria perché con la Russia abbiamo litigato, insomma, se l’energia la compriamo all’estero e il dollaro si rafforza per noi è un problema.
Sua quasi santità Mario Draghi ha stilato un dossier che stima che servono almeno 800 miliardi di euro di debito comune per finanziare un rilancio della competitività economica dell’Europa, oltre al fatto che servirebbe una comunità di intenti tra i paesi principali.
E non è esattamente questo il quadro, visto che in Germania sono praticamente in recessione e con una crisi di governo che porterà ad elezioni anticipate, in Francia Macron ha perso la maggioranza di governo a favore di forze completamente anti europeiste, in Italia non siamo esattamente campioni di coordinamento con l’Europa, il Regno Unito ormai con l’Europa ha poco da spartire, insomma, lasciando da parte i nostri investimenti americani, che non è che il programma di Trump debba lasciare noi europei troppo tranquilli.
O magari che sia la volta buona che ci diamo una sveglia, la smettiamo di iper regolamentare qualunque cosa e cominciamo a cooperare per il rilancio della competitività e della nostra influenza, onde evitare di lasciare metà del mondo agli Stati Uniti e l’altra metà alla Cina senza che noi contiamo più una cippa e finiamo per diventare un bellissimo museo della nostra antica gloria di quando eravamo il centro del mondo.
Detto questo e sperando di aver depresso tutti a sufficienza, avrei anche 5 buoni motivi per un cauto ottimismo sul prossimo futuro, perlomeno dal punto di vista di noi investitori.
Il PRIMO motivo di ottimismo, soprattutto sulle azioni americane e alla faccia di Goldman Sachs e delle sue previsioni apocalittiche, l’economia americana è la più forte dagli anni ’90 e la Fed ha ampi margini per continuare a tagliare i tassi di interesse, cose che generalmente sostengono la crescita delle azioni, così come avevamo spiegato anche parlando delle analisi di Ed Yardeni.
Tra l’altro, non me lo ricordavo più, Yardeni era stato l’unico che alla fine dell’anno scorso aveva stimato un price target per l’S&P 500 a 5.400 punti, ben più in alto del 5.100 di Goldman e del 4.200 di JP Morgan.
Io, come ricorderete, avevo detto tra 5.200 e 5.300.
Ridendo e scherzando, mentre sto registrando venerdì 8 a borse ancora aperte, l’S&P sta sfiorando i 6.000 punti.
Il 20 marzo del 2020, nel momento più nero durante l’esplosione della pandemia di Covid-19, l’S&P era a 2.300 punti.
Il secondo motivo di ottimismo è che ai mercati interessa il giusto il colore politico di chi siede alla Casa Bianca.
Fondamentalmente non c’è nessuna significativa differenza, se non imputabile al puro caso, sull’andamento dei mercati sotto le varie presidenze.
Quello che ai mercati piace è la stabilità.
Piaccia o non piaccia il programma di Trump — e Trump stesso, che certamente è un personaggio divisivo — i mercati preferiscono di gran lunga un esito netto delle elezioni che permetterà al neopresidente di agire senza troppe noie a programmi e valori.
Trump ha stravinto le elezioni e probabilmente i Repubblicani avranno, almeno per i prossimi due anni, sia il Senato che il Congresso.
Se così sarà, Trump avrà mani molto più libere per tagliare tasse, deregolamentare fusioni e acquisizioni, trivellare tutto il trivellabile e far felice tutta Wall Street o quasi.
Il terzo motivo, che poco c’entra con le elezioni, è che in questo momento siamo nell’epoca di quella che sembra titolata a diventare la più clamorosa rivoluzione industriale dai tempi del motore a scoppio: l’intelligenza artificiale.
E francamente, nonostante le altissime valutazioni delle azioni e tutto quello che lamentano i permabear, gli eterni profeti di crisi imminenti, ci vuole davvero coraggio a liquidare l’AI come bolla sopravvalutata e a starne fuori con i propri investimenti.
La diversificazione è la prima regola naturalmente.
Ma scappare dall’equity perché le valutazioni sono gonfiate dalle promesse dell’intelligenza artificiale, quando questa prima o poi potrebbe rivoluzionare il mondo intero mi sembra una posizione altrettanto estrema e tutt’altro che orientata alla cautela e al buon senso.
E questa cosa che ho appena detto si aggancia al quarto motivo di cauto ottimismo.
Trump o Harris, poco importa: ciò che guida il rendimento azionario di lungo termine sono solo due cose: le capacità del management delle società quotate da una parte e soprattutto l’inventiva e la creatività umana dall’altra.
Quello che nessun’altra asset class ha sono un management visionario e quel che viene chiamata disruptive innovation.
I bull market di ogni epoca sono stati guidati dai migliori esempi di questa accoppiata vincente.
Dalle società ferroviarie di inizio secolo ai colossi dell’auto negli anni’50 e 60, dalle grandi aziende chimiche e petrolifere come Dupont ed Exxon ai colossi industriali degli anni ’80 come General Electric, dalla rivoluzione di internet degli anni ’90 all’esplosione delle big tech negli ultimi 15 anni.
E attenzione a questo passaggio.
Come diciamo spesso il prezzo di un’azione, almeno nella teoria classica, dovrebbe esprimere il valore dei flussi di cassa futuri attualizzato da un tasso di sconto corrispondente al rendimento atteso.
Cioè il prezzo di un’azione sconta le aspettative sui guadagni futuri di quella società.
Ma le capacità fuori dal comune di grandi imprenditori visionari come Steve Jobs o Elon Mask e di manager straordinari come Tim Cook o Satya Nadella, così come il potenziale dirompente della prossima innovazione che cambierà un singolo settore o il mondo intero non possono essere scontati nei prezzi delle azioni.
È impossibile incorporare nei prezzi attuali le innovazioni future.
Eppure, sappiamo che saranno proprio le innovazioni future a guidare la crescita dei mercati.
E proprio questo sarà probabilmente il principale motore di crescita a lungo termine dei mercati azionari e il fondamento ultimo del loro risk premium rispetto ad altre asset class.
Come dire: è proprio il fatto che non sappiamo chi saranno i big winner del futuro a fare sì che questa cosa non possa essere già incorporata nei prezzi e che quindi si tradurrà sistematicamente nell’extrarendimento di lungo termine di questa asset class rischiosa che sono le azioni.
Un altro modo per dire la stessa cosa è che la risposta all’equity premium puzzle, cioè al mistero sul perché le azioni rendano più delle obbligazioni, potrebbe essere proprio la continua sorpresa derivante dal genio della creatività umana.
Nuovi prodotti. Nuove tecnologie. Nuove trasformazioni.
L’excess return delle azioni si basa sulla sistematica sorpresa del mercato di fronte a queste novità che non potevano, per definizione, essere anticipate nei prezzi.
E qui veniamo al quinto punto.
Parliamo spesso del fatto che i mercati sono efficienti e che secondo la teoria di Eugene Fama, efficienza significa che i prezzi attuali riflettono tutte le informazioni disponibili.
Ma come lo stesso Fama ha più volte precisato, questo non significa che tutte le azioni sono prezzate correttamente, ma solo che non c’è modo di sapere, in base alle informazioni attuali, quali lo sono e quali no.
Alcune saranno sopravvalutate, altre invece non avranno ancora incorporato, come dicevamo, il potenziale dirompente di qualche futura innovazione.
E questa cosa fa il paio con la solita dimostrazione prodotta da uno dei paper più importanti degli ultimi decenni, quello di Bessembinder del 2018 Do Stocks outperform Bonds? che cito spesso e che ha spiegato che l’intero rendimento del mercato azionario americano in eccesso rispetto ai Treasury Bills è dovuto al contributo di appena il 4% delle società quotate nella storia.
Detta in un altro modo: in media metà delle azioni rende tanto quanto il risk-free rate, quasi metà rende meno o addirittura ha rendimento negativo, mentre infine solo il 4% delle azioni contribuisce a tutta la creazione di ricchezza derivante dall’investimento azionario.
Come avevo detto forse 1 o 2 episodi fa, metà dell’immenso rendimento generato dal mercato azionario americano negli ultimi 100 anni è imputabile ad appena 72 società. 72 su oltre 28.000.
Non saprai mai quale sarà la prossima società guidata da manager visionari e artefice di una nuova dirompete innovazione, come quelle che nelle varie epoche sono state portate nell’industria aeronautica da Boeing, in quella alimentare da Coca Cola, in quella informatica da IBM, in quella farmaceutica da Johnsons and Johnsons o Pfizer, fino ai giorni nostri con i software di Microsoft, gli smartphone di Apple e i chip di Nvidia, giusto per citare alcuni esempi eminenti di membri di quel club del 4% che hanno tirato avanti la carretta per tutti.
I mercati non sono perfettamente efficienti, ma lo sono abbastanza al punto che per la stragrande maggioranza degli investitori conviene investire come se lo fossero perfettamente e questa cosa in termini pratici significa:
– Non provare a scommettere sui settori vincenti in base al fatto che Trump è il nuovo presidente;
– Non provare a scommettere su singole azioni che oggi sembrano più Trump friendly di altre;
– E a maggior ragione oggi che l’S&P 500 è alle soglie dei 6.000 punti, dopo aver disintegrato almeno una cinquantina di massimi solo quest’anno: mai, mai e poi mai vendere quando si raggiungono dei nuovi massimi; così come il suggerimento speculare: mai mai e poi mai comprare singoli titoli sui nuovi minimi, secondo il noto adagio di Wall Street: never catch a falling knife, mai provare ad afferrare un coltello mentre cade.
Un nuovo presidente alla Casa Bianca — e soprattutto uno come questo — fa decisamente rumore.
Ma appunto è rumore.
Il mercato azionario non andrà meglio o peggio nel lungo termine in base a chi ha la residenza la numero 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington.
È cresciuto a dismisura sotto il repubblicanissimo Regan negli anni ’80.
È cresciuto a dismisura sotto il democratico Clinton negli anni ’90.
È andato malissimo sotto il repubblicano Bush figlio nei primi anni 2000 perché la sua presidenza si è aperta e chiusa rispettivamente con una bolla speculativa e con la più grave crisi immobiliare, finanziaria ed economica della storia postbellica, non certo per l’orientamento a destra o a sinistra del congresso.
È poi andato benissimo sotto il democratico ultraprogressista Obama dal 2009 al 2016.
Ma è andato benissimo anche sotto il repubblicano ultraconservatore Trump dal 2017 al 2020.
E di nuovo è andato incredibilmente bene sotto il democratico Biden dal 2021 al 2024.
Se dal 2025 al 2028 i mercati andranno bene sarà solo per un motivo: perché una buona parte delle società quotate continueranno a produrre profitti e perché una ristretta elitè tra queste produrrà profitti extra large grazie all’ideazione di prodotti o servizi dirompenti.
Se andrà male, sarà per il motivo opposto a questo.
Ma in ogni caso poco avrà a che fare con la politica.
E dato che la finanza attraversa sì tante stagioni e tante amministrazioni, ma resta fedele a certi principi universali immutabili, vi lascio con le parole di Morgan Housel che di recente è stato nel podcast di Barry Ritholtz e ancora una volta ha dispensato perle di rara lucidità e saggezza su come ciascuno dovrebbe impostare le proprie decisioni come investitore, del tutto a prescindere dal contesto circostante.
Risparmia come un pessimista, investi come un ottimista.
Sii molto fiducioso su dove potranno arrivare i tuoi investimenti, ma sii anche molto realistico su quanto sarà dura arrivarci.
Io spero di essere un investitore ancora per 30 o forse 50 anni.
E sono fiducioso che tra 50 anni il mercato avrà avuto una crescita straordinaria rispetto a dove si trova oggi.
Ma sono ugualmente fiducioso che nel mezzo sarà un percorso doloroso.
Sarà una catena ininterrotta di sorprese negative, crisi, recessioni, pandemie e così via.
Pertanto, penso che l’unica cosa che conti sia come ciascuno trovi il proprio giusto equilibrio tra un grande ottimismo rispetto a dove arriverà con i propri soldi nel lungo termine e un prudente realismo rispetto alle difficoltà che affronterà per arrivarci.
In questa frase di Housel mi ci sono ritrovato perfettamente.
Io sono un permabull come sapete, sono uno inguaribilmente ottimista per quanto riguarda i mercati azionari.
Non mi sentirete mai dire, mmmhhh, azioni? Un po’ care, mah, meglio disinvestire.
No! sono ottimista ora e continuerò ad esserlo quando tutti insieme ci prenderemo una sberla epica con la prossima devastante crisi finanziaria che in confronto il 2008 sarà stata una carezza.
E anche lì avrò fiducia che nel lungo termine andrà tutto per il meglio.
Ma non in maniera ingenua.
La frase di Housel mi è rimasta impressa perché io sono uno cronicamente pessimista nella teoria e altrettanto cronicamente ottimista nella pratica.
Vivo convinto nella mia testa che quello che sto facendo possa rivelarsi un fallimento, ma agisco nella pratica come se tutto potesse solo andare per il meglio.
E quest’attitudine che ho nella vita — che lo ammetto: è un po’ più faticosa di chi è ottimista in tutto — si riflette anche nel modo in cui risparmio e investo.
Risparmio molto di più di quel che dovrei — per la gioia di chi vive con me ovviamente — e cerco di prendermi meno rischi possibili per salvaguardare questo risparmio. Ma oltre questo livello, investo tutti i miei soldi fino all’ultimo centesimo con fiducia che un domani saranno molti di più.
Giusto o sbagliato?
Chi può dirlo.
Sicuramente giusto per me. E questo è tutto quello che conta, sotto qualunque presidente.
Quindi: Buona era Trump a tutti voi care amiche e cari amici di The Bull!
Con questa ci salutiamo anche per oggi e spero che tutto ciò di cui abbiamo parlato sia stato utile per capire il presente ma allo stesso tempo per non dargli neanche troppa importanza rispetto al futuro.
Anche sotto Trump vi invito come sempre a mettere segui e attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast o dove ci ascoltate e a lasciare una recensione a 5 stelle per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi raccontano la bellezza della finanza personale tanto sotto le amministrazioni democratiche, quanto sotto quelle repubblicane sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci risentiamo mercoledì prossimo con un episodio a grande richiesta su come spiegare a chi vi sta di fianco, che di seguire questo podcast proprio non ne vuole sapere, i concetti essenziali per gestire al meglio i propri soldi sempre qui, naturalmente, con The Bull — il tuo podcast di finanza personale.
Recensioni
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025