5 possibili Cause della prossima Crisi
Siamo a metà di un ciclo, alla fine o alle soglie di un crollo dei mercati? Impossibile prevedere il corso degli eventi, ma mentre sappiamo che minacce come guerre, inflazione e recessioni sono sempre possibili, altre 5 possibili cause della prossima crisi sono meno scontate.

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Punti Chiave
L'overconfidence in un bull market prolungato porta a sottovalutare il rischio di perdita permanente; riequilibra il portafoglio.
Considera gli 8 possibili detonatori di crisi: da shock geopolitici a frodi, criptovalute e correzioni improvvise.
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Trascrizione Episodio
Bentornati a The Bull — il tuo podcast di finanza personale
Con il Natale alle porte, un po’ di allegria e di sano ottimismo verso il futuro.
Cosa c’è di meglio, sul finire di quest’anno semplicemente commovente, che non farci venire un’ulcera immaginandoci tutte le cose terribili che possano guastare questa lunghissima festa finanziaria che oramai perdura quasi ininterrotta da due anni.
E così ragazzi.
Piaccia o non piaccia, bisogna parlare anche delle cose brutte, soprattutto quando tutto sta andando benissimo, perché così come Batman ci insegna che la notte è più buia subito prima dell’alba, così è vero anche il contrario: le crisi cominciano proprio all’indomani dei picchi.
Allora, andiamoci piano.
Io non sono Paolo Fox, non faccio le carte, non so una cippa lippa di quel che succederà nemmeno domani mattina.
Figuriamoci se posso dire con la benché minima fondatezza che una qualche crisi sia imminente.
Anzi, il base scenario da cui parto è proprio l’opposto.
Non ci sono segni di una crisi imminente.
Nel breve termine, diciamo per i prossimi 12 mesi, tutto sembra più o meno predisposto per un’ulteriore crescita dei mercati.
Sì è vero le valutazioni azionarie sono molto stretchate e come si dice soprattutto le azioni americane più grandi sono “priced for perfection”, cioè hanno un prezzo che sconta un anno di perfezione.
La minima sorpresa negativa — e per negativa intendo anche solo fatturato e utili astronomici ma non abbastanza — potrebbe scatenare un’ondata di vendite e far venire giù tutto.
Al di là di questo, però, non sembra esserci un buon motivo per pensare che siamo necessariamente alla fine di un ciclo.
Potremmo benissimo trovarci ancora a metà strada, come quando a fine 1996 il mercato terminò due anni clamorosi e prima di scoppiare macinò numeri da record fino addirittura alla primavera del 2000.
Vedremo.
Ogni tanto rileggo report degli anni passati per vedere come sono andate le cose rispetto alle previsioni.
Nel 2014 lo Shiller Cape ratio dell’S&P 500 era intorno a 27 e la prospettiva di rendimento medio annuo dei dieci anni a venire era intorno al 5-6%.
Nel 2018 lo Shiller Cape ratio era a 32 e le stime erano su un rendimento a 10 anni intorno al 3-4%, un ritorno reale, al netto dell’inflazione, praticamente nullo.
Oggi lo Shiller Cape ratio è a 37 e l’S&P 500, dal 1° gennaio 2015 ad oggi, ha fatto la bellezza di 13,3% all’anno, oltre 10% in valore reale.
Quando hanno fatto i Treasury a 10 anni nello stesso periodo, quando certamente le valutazioni già molto elevate dell’azionario suggerivano prudenza?
Meno dell’1% all’anno, ossia -2% all’anno in valore reale al netto dell’inflazione.
Come abbiamo detto un numero incalcolabile di volte, lo Shiller Cyclically Adjusted Price to Earning Ratio è il rapporto tra il prezzo medio delle società dell’S&P 500 e la media degli utili degli ultimi 10 anni adeguata all’inflazione ed è la metrica più usata per determinare se il mercato sia sopravvalutato e per stimare il rendimento a lungo termine dell’azionario.
La correlazione tra Shiller Cape ratio e rendimento dei dieci anni successivi è sempre stata piuttosto elevata, perlomeno fino al secondo decennio degli anni duemila.
Negli ultimi 10 anni, invece, sembra esibire una correlazione meno marcata.
E comunque non è di alcuna utilità per decidere la propria asset allocation.
Nel lungo termine delinea dei trend corretti. È infatti molto probabile che ad un certo punto queste valutazioni molto alte determineranno rendimenti inferiori.
Ma non dice nulla sul quando.
E sbagliare anche solo di uno o due anni il tempismo del ribilanciamento del portafoglio può costarci caro.
Ci sono varie teorie sul fatto che le valutazioni di 20-30-40 anni fa non siano paragonabili a quelle attuali, fosse anche solo per il fatto che fino agli anni ’80 il mercato azionario era dominato da realtà industriali, oggi invece dominano realtà tecnologiche e di servizi, che per natura hanno valutazioni più elevate perché scontano margini di profitto superiori.
Quindi dire oggi: “i prezzi sono alti perché siamo due deviazioni standard a destra della media” lascia un po’ il tempo che trova.
D’altra parte è difficilmente contestabile un trend a cui non si può scappare.
Se i prezzi a cui stiamo comprando azioni sono elevati sotto ogni profilo, prima o poi i rendimenti saranno inferiori.
Dicevo, comunque, che questo non è il base scenario nel breve termine.
Il base scenario è che ci sia un forte momentum sull’azionario, guidato ovviamente da quello americano e delle big tech anche se ci sono vari settori che hanno recuperato e bisogna dire che rispetto all’anno, scorso quando praticamente metà del rendimento dell’S&P 500 l’avevano fatto le magnifiche 7, quest’anno il rally azionario ha una base un po’ più ampia — e questo è sicuramente molto positivo.
Siete tutti super risk-on, ottimisti e fiduciosi come se il domani fosse sempre più roseo.
Quindi al decimo messaggio in cui ho letto cose tipo, le obbligazioni fanno schifo, metto tutto in azionario perché tanto per 20 anni quei soldi non li guardo più mi sono un attimo preso male e ho sentito l’esigenza di fare un episodio un po’ bacchettone per evitare i classici eccessi da Fomo e iperottimismo che tipicamente caratterizzano le ultime fasi di un bull market prima di un fragoroso crollo.
Ripeto: non ho la più pallida idea di quanto il mercato andrà giù davvero, dot-com bubble o great financial crisis – style.
So solo che prima o poi succederà e che quindi una bella presa di coscienza su quali sono i RISCHI che stiamo correndo non ce la toglie nessuno e così tié, vi rovino l’allegro spirito natalizio che alberga nei vostri cuori colmi di gioia grazie al fatto che sono due anni che vedete il vostro portafoglio andare solo su.
Prima cosa.
Cos’è il RISCHIO.
Questo è forse il concetto fondamentale quando si tratta di investire i propri soldi.
Gestire i propri investimenti significa gestire il rischio che ci stiamo prendendo.
Poi rischio vuol dire mille cose e adesso cerchiamo di riassumerne i significati principali, però come anche Eugene Fama ci disse durante la nostra intervista, la decisione dell’investitore rispetto al livello di rischio che si vuole accollare è la singola cosa più importante di tutta la sua asset allocation.
Dicevo, cos’è il rischio.
In finanza, lo sapete bene, il rischio è definito come volatilità di un asset.
Non entro nel dettaglio tecnico perché dovrei dire cose tipo che la volatilità è la deviazione standard dei rendimenti logaritmici di un asset e il solo pensiero mi fa sanguinare il naso.
Volatilità è: quanto il prezzo di un asset si muove.
Un azione tech growth ha oscillazioni anche giornaliere molto elevate.
Un Treasury bills a tre mesi ha volatilità pressoché nulla.
In mezzo le varie gradazioni.
Perché la volatilità è un fattore di rischio?
Perché chiaramente più c’è variabilità nel prezzo di una security, maggiore sarà l’incertezza per i miei soldi.
Un’obbligazione governativa tripla A che mi paga una cedola annuale e che rimborsa il capitale a scadenza non è che lasci grandi margini di incertezza — e infatti genera rendimenti contenuti.
Un portafoglio azionario, invece, in qualunque momento potrebbe essere cresciuto a manetta come negli ultimi 15 anni o aver perso soldi per un decennio intero.
L’incertezza è il rischio finanziario per definizione, ossia la dimensione della probabilità che il mio risultato reale diverga dal risultato atteso.
Però questo concetto si usa ampiamente in finanza in maniera perché si può formalizzare matematicamente.
Calcoli la deviazione standard dei rendimenti di una certa security o di un asset class in un certo intervallo di tempo e hai una metrica oggettiva per dire quanto è rischiosa.
Ma il rischio, per un investitore, non si esaurisce lì.
Tanto per cambiare una delle più efficaci semplificazioni di concetti finanziari inutilmente complessi l’ha data Howard Marks.
In futuro farò un episodio in cui riprendo tutte le sue definizioni di rischio, ma per quel che ci interessa oggi il rischio finanziario per lui non è semplicemente la volatilità, bensì la probabilità di perdere soldi.
Questo è il vero rischio che corre l’investitore.
Non tanto l’oscillazione dei prezzi.
Quanto piuttosto la possibilità di perdere in maniera permanente parte del mio denaro.
E ciò violerebbe la famosa regola numero uno di Warren Buffet: “Never lose money”, mai perdere soldi.
E già che ci siamo ricordiamo anche la regola numero due: “Dont’ forget Ruel number 1”, non dimenticarsi mai della prima regola.
In che caso c’è il rischio di perdere soldi in maniera permanente?
Ovviamente ogni qualvolta ci assumiamo rischio specifico, esiste una teorica possibilità di perdere il nostro capitale senza possibilità di recuperarlo.
– Se compro una singola obbligazione, l’emittente può fare default;
– Se compro una singola azione, la società può fallire;
– Se compro un immobile, questo può rimanere sfitto oppure il suo valore non tornare mai più a quello di acquisto se cambia il contesto immobiliare di riferimento;
– Se compro una commodity, il suo valore potrebbe non recuperare mai più se viene meno la funzione per cui veniva utilizzata.
E così via.
In tutti questi casi, ogni qualvolta investiamo in uno specifico asset, oro e bitcoin compresi, esiste la teorica possibilità di incorrere in una perdita permanente.
In questo podcast e nel mio libro però abbiamo sempre parlato di investimenti che escludono il rischio specifico, altresì chiamato rischio diversificabile.
L’unico rischio che accettiamo massicciamente per i nostri portafogli è quello sistematico, ossia il rischio proprio di una specifica asset class.
Poi ovvio che ci sarebbero una serie di precisazioni, perché ovviamente del rischio specifico c’è anche se investo per esempio in un azionario globale.
Probabilmente per non avere rischio specifico dovrei investire in un portafoglio completamente equally weight globale, cosa che non mi risulta sia facilmente implementabile.
Comunque il rischio sistematico è quello che bilancio dosando diverse asset class tra loro non correlate o poco correleate.
Nella versione classica di Markowitz, tutti i portafogli fatti di azioni e obbligazioni che si collocano sulla frontiera efficiente hanno lo stesso risk-adjusted return e quindi sarò io a valutare se voglio prendermi maggior rischio per avere maggior rendimento o viceversa.
In questo caso esiste la possibilità di una perdita permanente dei miei soldi?
Sì, in due casi.
Il PRIMO CASO è estremamente remoto e rientra nell’ambito delle catastrofi apocalittiche.
Un conflitto nucleare su scala globale.
La fine del capitalismo.
Uno scenario di crisi demografica estrema tipo quello della serie “il racconto dell’ancella”, che peraltro se non avete visto vi raccomando caldamente perché è una delle serie più belle e intelligenti che abbia mai visto.
Ecco, in circostanze estreme l’economia come la consociamo da 200 anni non esiste più, va tutto a put***e, iniziamo ad andare in giro armati per difenderci dalle gang rivali e tutte quelle cose che i vari film distopici ci hanno insegnato.
Il SECONDO CASO è invece estremamente vicino alla nostra esperienza quotidiana ed è quando mi trovo, improvvisamente, ad aver bisogno di soldi ma i miei soldi sono investiti in un portafoglio eccessivamente rischioso rispetto a quel che pensavo e quindi mi trovo costretto a liquidare in perdita i miei investimenti, accusando in questo caso una perdita permanente del mio capitale.
E uno può dirmi: “si ma sfiga! Cioè il mercato perde il 50% una volta ogni 50 anni in media, ti pare che proprio in quel momento mi servivano i soldi?”.
Eh, insomma.
Se il mercato perde il 50%, significa che l’economia sta collassando, come nel 2008.
Chi ha almeno la mia età se lo ricorda.
Cassa integrazione.
Contratti di lavoro non rinnovati.
Piccole imprese fallite.
Negozi chiusi per sempre.
Tipicamente è proprio quanto il mercato va giù così tanto che ti servono i soldi.
È raro che uno si trovi a dover disinvestire in fretta e furia durante il picco di un bull market.
È invece più facile che il mercato faccia -50% proprio perché l’economia sotto sta attraversando una crisi che in primis va ad impattare la tua primaria fonte di reddito.
Quindi il rischio di perdere i soldi per sempre non va sottovalutato.
Il rischio di avere un portafoglio troppo esposto non va sottovalutato.
Il rischio di aver bisogno di soldi quando meno te lo aspetti, non va sottovalutato.
Bisogna avere estrema fiducia e ottimismo verso il futuro.
Ma bisogna anche essere pessimisti al limite della paranoia quando si tratta di mettere al riparo le risorse minime che pensiamo ci possano servire per affrontare l’imprevisto.
Ed è importante parlare di questa cosa SOPRATTUTTO in questo momento in cui la nostra sensibilità al rischio si è nettamente allentata.
Dopo due anni in cui va tutto bene, dopo 15 anni che vediamo le azioni solo andare su, è normale che il nostro cervello istintivamente tiri la conclusione: “andrà sempre così anche in futuro”.
Ma così non è.
È proprio perché sono 15 anni che va tutto incredibilmente bene che il nostro spider radar deve cominciare a farci pensare “mmmhhhh, sarà mica che sto sottovalutando qualcosa?”.
Gli esseri umani tendono a prendersi tanto più rischio quanto maggiore è la loro sensazione di sicurezza.
Lessi tempo fa uno studio sul numero di incidenti in alta montagna durante le arrampicate.
Non mi ricordo in quali paesi era stato condotto, probabilmente sulle Alpi comunque.
Il risultato sconcertante è che nonostante l’incredibile evoluzione tecnologica degli equipaggiamenti, il numero di incidenti e vittime rimane più o meno stabile anno dopo anno.
Qual è il motivo?
Il motivo è che il maggior senso di sicurezza porta più persone a prendersi più rischi non percepiti come tali e a lasciarci le penne per peccato di overconfidence.
Se magari 50 anni fa solo Reinhold Messner e altri 4 superuomini avevano davvero le capacità per fare certe imprese, oggi le stesse imprese le provano in migliaia e nonostante corde, ramponi, imbragature, gps, abbigliamento termico e quel che vi pare è all’avanguardia, la percezione di un rischio inferiore a quanto non lo sia in realtà conduce comunque tanti improvvidi alpinisti verso un amaro destino.
Il momento di massimo rischio è esattamente quando pensiamo che il rischio sia minimo.
E viceversa.
Il momento di minor rischio è probabilmente quando ormai è successo di tutto e siamo talmente scottati da pensare che anche prelevare ad un bancomat sia un’operazione speculativa rischiosa.
Oggi siamo ufficialmente in quella fase.
Lo dico a voi — e forse lo dico pure a me stesso. In questo momento stiamo tutti quanti pensando che ci possiamo permettere più rischio di quanto in realtà sarebbe opportuno fare.
Magari la nostra allocation non cambierebbe comunque.
Ma ogni tanto val la pena fare l’esercizio di farsi la domanda: “mi sto prendendo più rischio del dovuto perché la mia sensibilità al rischio, durante questo bull market, si è nettamente ridimensionata?”.
Se la risposta è sì, un bel check al portafoglio non fa male.
Ora, ribadito che il rischio quando si investe è tanto il rischio sistematico del portafoglio, quanto il rischio di aver sbagliato a settare il nostro livello di rischio, quali rischi ci sono di fronte a noi in questa fase di, boh, semiciclo, fine ciclo, non lo so, vedete un po’ voi come ve la sentite.
Diciamo comunque, in questa fase in cui siamo arrivati all’ennesimo impensabile picco lungo quell’inarrestabile percorso iniziato dalle ceneri di Lehman Brothers.
Quali minacce potrebbero far crollare tutto?
Diciamo che ci sono 3 cose ovvie e e 5 cause, invece, un po’ più sottili.
Le tre possibili cause ovvie che farebbero bruscamente interrompere la musica di questa festa sono:
– NUMERO UNO: uno shock geopolitico grave. Che so, un’escalation incontrollata in Medio Oriente, Putin che sbrocca definitivamente e invade uno Stato Nato, la China che invade Taiwan, scegliete voi il vostro detonatore preferito della prossima guerra mondiale.
Uno shock geopolitico chiaramente non entra nei forecast delle banche d’investimento.
Se succede, sarà il classico cigno nero, o grigio scuro visto che non parliamo di cose che mai ci saremmo immaginati, e i mercati con ogni probabilità non la prenderanno troppo bene.
– NUMERO DUE: l’inflazione che torna su vigorosamente, la Fed che cambia idea sul percorso di allentamento dei tassi di interesse, e sarà di nuovo 2022 all over again. Eh sì perché tutto il rally che stiamo vivendo presuppone una cosa sola: che i tassi di interesse scendano. Se risalgono sarà una bella doccia fredda.
– NUMERO TRE: crescita economia globale stagnante. Gli Stati Uniti corrono, ma se per esempio l’Europa non si rianima e la Cina non riparte, neanche lo strapotere delle Magnifiche 7 sarà sufficiente. La crisi del debito sovrano europeo scatenato dal default della Grecia nel 2011 e il rallentamento globale del 2015 avevano avuto impatti molto negativi anche sull’onnipotente S&P 500.
Ma queste sono le cose ovvie, i classici tre grandi nemici del mercato azionario:
– Shock geopolitici;
– Inflazione;
– Rallentamento economico.
Se poi uno shock geopolitico causa un’impennata del prezzo del petrolio, che innesca una spaventosa inflazione, che a sua volta causa un rallentamento economico globale abbiamo fatto la frittata definitiva.
Ci sono però altre 5 cause un pochino più subdole e, diciamo così, un po’ sottotraccia.
Perché non sono proprio tipiche cause di un tracollo finanziario.
Ma in passato hanno avuto i loro bei precedenti da cui si può far tesoro.
Prima di vedere queste 5 subdole cause, dicevamo, i tassi di interesse.
Sono due anni che parliamo sempre di questa roba qua.
E Fed e BCE sembra stiano cominciando a valutare di prendere strade diverse.
Probabilmente la Fed in settimana farà l’ulteriore annunciato taglio di 25 basis points, così complessivamente avrà tagliato di un intero punto percentuale i fed funds rate, portandoli così tra 4,25 e 4,5%.
Poi però tutto fa pensare che rallenterà un po’.
Secondo il Fedwatch tool del Chicago Mercantile Exchange, i futures sui titoli di Stato americani stanno dicendo che alla fine del 2025 si potrebbe scendere ancora di mezzo punto, forse 0,75, ma comunque ad un livello molto più alto di quanto ci si attendeva solo 3 o 4 mesi fa.
Da un parte la Fed taglia, dall’altro i treasury a 10 anni vedono i rendimenti salire perché temono una recrudescenza futura dell’inflazione e quindi la necessità che la politica di allentamento dei tassi di interessa debba essere rivista.
In Europa invece il discorso è diverso perché più che l’inflazione qua da noi preoccupa a morte il rallentamento economico e industriale del vecchio continente.
Giovedì la BCE ha tagliato di altri 25 basis points i tassi europei, portando il tasso sui depositi al 3%.
La speranza, chiaramente, è che tassi più bassi possano dare un po’ di stimolo, anche se come sempre Christine Lagarde appena apre bocca fa incazzare mezzo mondo e l’incertezza manifestata sulle mosse future non è piaciuta a nessuno.
Infatti mentre la BCE tagliava i tassi, le obbligazioni governative hanno visto i rendimenti salire, anticipando un po’ di incertezza sul futuro.
Sicuramente una buona notizia per le nostre tasche c’è.
Secondo i calcoli di Facile.it, che son lì in 50 tutto il giorno a fare i calcoli sui mutui dalla mattina alla sera, questo taglio di 0,25 dovrebbe portare ad un risparmio per mutui a tasso variabile tra 100 e 200.000 di euro fino a 324 € all’anno per i mutui a 20 anni e 360 € per quelli a 30 anni.
Mentre l’interesse sui mutui a tasso variabile sta scendendo ed è ormai facile trovare offerte con TAEG al 3,5%, i tassi fissi sono già scesi nettamente e viaggiano spesso nell’ordine del 2,5%, forse anche qualcosa in meno per chi ha meno di 36 anni.
L’economia europea è più zoppa della nota anatra, ma se non altro se l’inflazione se ne sta buona le nostre tasche ne hanno qualche beneficio.
Poi, casomai vi interessasse capire con precisione di che beneficio si tratti, se sia il caso di fare una surroga, di passare dal variabile al fisso o quello che volete per la vostra casa o futura casa, fate contenti quei 50 di facile.it che fanno milioni di preventivi sui mutui giorno e notte senza sosta, confrontate le tariffe sul loro sito che trovate anche nella descrizione dell’episodio e anche oggi pure le mie tasche ringraziano sentitamente il nostro partner che almeno 2 panettoni e una vaschetta di mascarpone li ha finanziati.
Torniamo a noi, dicevamo le 5 cause meno immediate che potrebbero far saltare tutto per aria.
PRIMA POSSIBILE CAUSA: una frode contabile.
Tutti sanno che nel 2000 esplose la dotcom bubble, ma non tutti forse ricordano il clamoroso scandalo contabile del colosso energetico Enron nel 2001, che costò la dissoluzione della società di revisione Arthur Andersen e da allora le Big 5 della revisione contabile divennero le Big 4, che ancora oggi sono EY, Deloitte, KPMG e PwC.
In pratica Enron aveva intrapreso delle pratiche diciamo colorite per abbellire un bilancio molto più brutto di quel che sembrava e la società di revisione chiuse un po’ troppi occhi.
Non molto dopo, qualcosa di simile accade ad uno dei grandi simboli della rivoluzione delle telecomunicazioni di quegli anni, WorldCom, che nel 2002 collassò per un altro scandalo contabile.
Queste non erano realtà sistemiche.
Oggi è improbabile scoprire che Apple o Microsoft o JP Morgan o qualche altra realtà di rilevanza sistemica abbia un CFO mattacchione.
Però se salta fuori che qualche società sta camuffando i bilanci e che quindi tutta questa grande crescita economica a cui stiamo assistendo in realtà sia una fuffa, ecco questo avrebbe effetti devastanti sulla fiducia degli investitori, con facilmente prevedibili sell-off diffusi, anche su realtà che invece hanno sempre fatto i compiti per bene.
Fantascienza?
Beh, sapete di Supermicrocomputer no?
Questa società che produce server fondamentali per data center, cloud, applicazioni di intelligenza artificiale e via dicendo è cresciuta di oltre il 300% nei primi mesi dell’anno, per poi avere un crollo verticale fino all’85%.
Uno dei fattori di questo crollo sono state le clamorose dimissioni della società di revisione EY che aveva riscontrato non meglio specificate irregolarità nei libri contabili.
Memore forse della fine che ventitré anni orsono fece Arthur Andersen.
Ci sono volute settimane prima che Supermicro riuscisse a convincere una nuova società di revisione, non una big4 tra l’altro, a certificargli il bilancio.
So far so good, il titolo si è pure ripreso, anche se è lontanissimo dal picco di inizio anno.
Però queste cose accadono.
Basta che esploda un solo bubbone per scatenare un macello.
SECONDA POSSIBILE CAUSA: il rischio founder.
Cosa significa?
Beh, ci sono epoche segnate dal ruolo di deus ex machina di un solo personaggio immensamente potente.
All’inizio del ‘900 JP Morgan, il fondatore dell’omonima banca, fondamentalmente salvò l’economia americana dopo il crollo del 1907.
Fu allora che il governo americano creò la Federal Reserve, sapendo che Morgan non sarebbe vissuto per sempre.
Oggi abbiamo un signore che ha un patrimonio personale di oltre — stappatevi bene le orecchie perché potreste pensare di aver sentito male — 400 miliardi di dollari.
Questo signore, naturalmente, si chiama Elon Musk.
Sono soldi fatti d’aria per la maggior parte.
Il grosso è fatto dal valore della sua quota in Tesla e ancora più di aria fritta è il valore della sua quota di SpaceX, che non essendo quotata in borsa ha una valutazione del tutto arbitraria.
Però quando c’è una così immensa concentrazione di valore in una sola persona — peraltro una persona dai comportamenti non esattamente prevedibili — è impossibile immaginarsi il livello di rischio specifico che questa cosa introduce nel mercato.
Aggiungi il fatto che oggi molta della fortuna di Musk sembra senza dubbio legata al suo legame politico con Donald Trump, altro personaggio dal temperamento suscettibile.
Musk, piaccia o non piaccia, oggi muove parte dell’economia e della politica del più grande Paese del mondo.
E come è facile prevedere, sicuramente è animato più da interessi personali che da aspirazioni messianiche.
E questo E’ un problema.
Questa è una di quelle cose che hai mercati di solito non piace, perché ai mercati piace la stabilità.
Mentre Musk è la quinta essenza di una scheggia impazzita.
TERZA POSSIBILE CAUSA: le criptovalute.
Oh non vi incazzate amici cripto friendly.
La volta scorsa vi ho detto che non investo in cripto, ma pure che non ci vedo nulla di male se lo fate voi.
Però anche questo è un fatto.
L’universo cripto ha raggiunto ormai i 3,6 trilioni di dollari, tanto quando Nvidia, con Bitcoin che più o meno vale tanto quanto una Google o una Amazon.
Un brusco calo di valore del mondo cripto, che è una cosa che peraltro anche i cripto enthusiast si aspettano perché fa parte dei cicli di questa asset class, potrebbe avere dirette ripercussioni su tutto il resto del mercato, esattamente come la dot.com bubble del 2000 si è ripercossa su asset che niente c’entravano con il tech e come la Great Financial Crisis non ha fatto prigionieri nemmeno tra società che niente avevano a che fare con la finanza e i derivati.
Se ci sono quasi 4 trilioni di dollari in un asset class e ad un certo punto si scopre quest’asset class, che ne so, vale 1 trilione di dollari, questi tre trilioni che improvvisamente vengono a mancare stiamo pur certi che in qualche modo provocheranno vendite di altri asset rischiosi da parte di investitori che improvvisamente dovranno coprire le proprie posizioni.
Ragà, viva Bitcoin, ma che prima o poi un piccolo o grande casino sui mercati scoppierà per qualche ragione legata ad esso un po’ me lo aspetto.
Oh non è necessariamente un male.
Internet ha causato il più grosso casino finanziario dai tempi degli shock petroliferi degli anni ’70, eppure oggi è la cosa più importante che sia mai stata inventata.
Magari Bitcoin farà lo stesso.
Prima innescherà un casino colossale e poi si consoliderà come grande rivoluzione tecnologica.
E chiaramente lo stesso discorso, su larga scala, si può fare davanti a qualche grande delusione nel breve termine causata dall’intelligenza artificiale.
QUARTA POSSIBILE CAUSA: il dollaro non si indebolisce.
Da mesi è la previsione standard di tutti gli outlook di lungo termine.
Dopo un decennio e passa di rafforzamento, il dollaro dovrebbe indebolirsi rispetto a tutte le principali valute mondiali, agevolando quindi la crescita di tutte le economie extra Stati Uniti, a partire dal fatto che le principali materie prime sono prezzate in dollari.
Nel maggio 2008, 1 euro comprava 1,58 dollari.
Ora siamo alle soglie della parità, 1,05.
Se come dicevamo prima la Fed taglia meno del previsto, il dollaro resterà probabilmente più forte di quanto ci si poteva attendere.
Ma un dollaro forte è un headwind, un vento contrario rispetto a dove deve navigare l’economia globale.
E gli Stati Uniti stessi sono i primi a volere un dollaro più debole, grande cavallo di battaglia di Donald Trump, che però si era evidentemente dimenticato di considerare che gli altri sui proclami, come quelli sui tagli delle tasse e sulla caccia agli immigrati, hanno effetti inflattivi e in generale tendono più a rafforzare il dollaro, che non a indebolirlo.
Insomma, un dollaro troppo forte non fa bene a nessuno e un ulteriore rafforzamento potrebbe innescare reazioni negative sui mercati alimentati dai timori di una crescita asfittica delle principali economie globali per gli anni a venire.
QUINTA POSSIBILE CAUSA: il mercato può andare incontro a correzioni drastiche anche senza motivazioni fondamentali.
Negli ultimi 4 anni l’S&P 500 ha praticamente raddoppiato il suo valore se consideriamo anche i dividendi.
Una crescita spaventosa sotto ogni punto di vista, soprattutto se consideriamo che in uno di questi 4 anni, il 2022, il mercato americano è arrivato a perdere ad ottobre un quarto del suo valore.
Ad un certo punto, la gravità finanziaria impone la sua ineluttabile legge newtoniana.
Tutto ciò che va su, ad un certo punto, inevitabilmente deve andare giù.
E per usare un detto vecchio come Wall Street, le azioni tendono a salire con le scale, ma a scendere con gli ascensori.
“The markets take the stairs up and the elevator down”.
A volte ci vogliono fatti esogeni:
– il fallimento di Lehman Brothers come nel 2008;
– il dilagare del Covid, come nel 2020;
– l’esplosione dell’inflazione, come nel 2022.
A volte non è altro che il mercato stesso ad andare giù per motivi razionalmente poco comprensibili, come il 19 ottobre del 1987.
Come oggi, il mercato veniva da tre anni assurdi, in cui l’S&P aveva raddoppiato il proprio valore, finché di punto in bianco, quel lunedì, l’intero mondo finanziario collasso nel baratro del suo singolo giorno più nero, facendo però felice il mio eroe Nassim Taleb, che quel giorno ufficialmente smise di dover lavorare per vivere (ma non smise di fare i soldi).
È celebre che durante i meeting con i suoi facoltosi clienti e altri eminenti esponenti di Credit Suisse First Boston, dove lavorava allora, si divertisse a provocare gli interlocutori che gli chiedevano:
– “Mr. Taleb, come sta investendo i nostri soldi”
– E lui “sto shortando l’S&P 500”
– E loro “ma lei pensa quindi che il mercato andrà giù?”
– E lui “no, io penso che il mercato continuerà a salire”
– E loro imbestialiti “e allora perché sta scommettendo contro il mercato se pensa che sia più probabile che salirà?”
– E lui “perché oggi sto rischiando poco e perdendo poco, ma quando il mercato crollerà, e prima o poi inevitabilmente crollerà, il beneficio sarà di svariati ordini di grandezza più grande di tutti i soldi persi sino ad allora”.
Resistette anni, Taleb, con questa strategia, accettando il fatto di vedere colleghi milionari che facevano soldi a palate nel bull market degli anni ’80, assumendosi sempre più rischi.
Poi arrivò quel 19 ottobre.
L’S&P perse il 22%.
Mai più si sarebbe avvicinato ad un disastro simile, neanche nel 2008.
Molti suoi colleghi persero tutto, compreso il lavoro.
Qualcuno perse anche la vita.
Lui fece una montagna di soldi.
Non disse mai la cifra, ma gli indizi disseminati nei suoi libri fanno pensare ad una cifra a 6 zeri.
E come noto, il giochino gli riuscì perfettamente anche nel 1998, nei primi 2000, nel 2008 e nel 2020.
Taleb e il suo socio Marc Spitznagel di Universa perdono soldi per decenni.
Ma sanno che i mercati ad un certo punto vanno giù.
A quando vanno giù, nessuno come loro sa guadagnare in maniera spropositata.
Non perché siano in grado di prevedere quando ciò succede.
Sanno solo che succederà.
Presto o tardi.
E succederà di nuovo, quindi siate pronti ad avere le cinture allacciate.
Vedete, non è particolarmente importante QUALE di queste 8 cause innescherà il prossimo bear market.
Magari sarà una nona causa che nessuno si è nemmeno sognato di pensare.
Però tutto ciò che abbiamo detto si riallaccia a ciò di cui avevamo parlato nell’episodio 160, quando dicemmo che delusioni e sorprese sono fondamentalmente le due forze primarie che guidano il corso dei mercati.
La sorpresa, sia essa negativa o positiva, è generalmente il game changer.
Nelle valutazioni di oggi è già prezzata buona parte di tutto ciò che potremmo aspettarci, perlomeno finché crediamo che i mercati siano generalmente efficienti e non siamo tutti obnubilati da una grandissima allucinazione collettiva.
Il vero market mover, ciò che realmente è in grado di spostare i mercati da una parte all’altra, è esattamente la sorpresa: il fatto che le cose, nel bene o nel male, non sono andate come ci aspettavamo.
Questa è la situa gente.
Anno pazzesco, prendete e portate a casa.
La mia scommessa sul prossimo anno è che comunque più o meno terrà, anche se forse non andrà così bene come gli ultimi due.
Dopo questo roboante 2024 che l’S&P 500 rischia di chiudere con un +30% di crescita, devo riaggiornare la mia scommessa del tutto infondata e di zero valore secondo la quale da qui alle 2029 le cose devono andare piuttosto bene per evitare che il primo trentennio degli anni 2000 risulti il peggiore della storia dei mercati.
Per battere quello che ad oggi è ancora il peggior trentennio di tutti i tempi, 1928-1957, quando l’S&P 500 rese circa il 7,8% di rendimento medio annuo composto, l’S&P deve crescere in media del 7, qualcosa all’anno, dividendi compresi, fino al 2029.
E questo solo per battere il peggior trentennio di tutti i tempi.
Se invece si trattasse di matchare la media geometrica storica, che arrotondiamo a 10% per facilità, servirebbe che l’S&P macinasse oltre il 20% all’anno per i prossimi 5 anni.
Sì perché stiamo parlando tanto di quanto le valutazioni siano elevate, il mercato tirato, l’eccezionalismo di questi anni e quello che volete.
Ricordiamo però che appunto il 2000-2029 resterà tra i peggiori di tutti i tempi, non verrà ricordato come un trentennio particolarmente positivo.
Quindi vero che gli ultimi 15 anni abbiamo corso tanto, ma anche perché i 10 precedenti sono stati il disastro dei disastri.
Se uno guarda le valutazioni siamo molto in alto rispetto alla media storica.
Se uno invece guarda i rendimenti, in realtà un po’ di credito nei confronti della regressione verso la media, volendo, ce l’abbiamo.
Ma qui stiamo veramente tirando a indovinare, quindi chiudiamola qua.
Il punto non è cercare di capire come andranno le cose da qui in poi, ma piuttosto ricordare quali sono i rischi che realmente siamo disposti ad accettare, attrezzare di conseguenza il nostro portafoglio, essere conservativi per tutelare il nostro risparmio nello scenario peggiore e ottimisti nell’investire con fiducia verso il futuro.
Ecco servita la ricetta della felicità finanziaria.
Cari amici e care amiche di The Bull, grazie per essere giunti fino a qui anche oggi insieme a me, speranzosi di carpire istruzioni pratiche per investire al meglio e invece vi siete beccati un concentrato di possibili sciagure che ci possono capitare.
Ma lo sapete che lo faccio per il bene di tutti noi, per tenere sempre il cervello acceso e la nostra capacità di giudizio lucida e razionale, soprattutto nei momenti di euforia come questi, che tanto belli sono mentre durano, quanto bruschi si fanno poi i risvegli, con il mal di testa, la nausea e in pieno hang-over, la mattina dopo che la festa è finita.
Per continuare la nostra allegra festa bisettimanale insieme vi invito come sempre a mettere segui e attivare le notifiche su spotify, apple podcast o dove ci ascoltate e a lasciare una recensione a 5 stelle per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che tra alpinisti sciagurati, scandali finanziari del passato, del presente e del futuro e batman vi mettono in guardia dall’abbassare la guardia mentre tutto sembra troppo bello per essere vero per essere invece pronti ad attraversare i mercati in ogni loro stagione sempre nuovi.
ammazza che tirata, se la facevo un po’ più lunga diventavo viola per l’apnea.
Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo settimana prossima con il portafoglio per vivere di rendita, sempre qui, naturalmente, con The Bull — il tuo podcast di finanza personale.
Recensioni
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025