Lettera di Natale al Presidente del Consiglio
In questo episodio di The Bull condividiamo una lettera aperta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Analizziamo quattro nodi cruciali per il futuro dell’Italia: dalla produttività stagnante che frena la crescita del Paese, a un mercato del lavoro rigido e poco meritocratico; dalla crisi demografica e il crollo della natalità alla necessità di una vera alfabetizzazione finanziaria e di mercati dei capitali più moderni.
È un invito a prendere decisioni difficili ma necessarie, per restituire all’Italia un percorso di sviluppo credibile e sostenibile. Che questa lettera arrivi o meno a destinazione, l’obiettivo è stimolare una riflessione collettiva su ciò che serve davvero per rendere il nostro Paese più dinamico, produttivo e competitivo.

277. Lettera di Natale al Presidente del Consiglio
Trascrizione Episodio
Bentornati a The Bull – il tuo podcast di finanza personale.
Ormai ci siamo quasi, questo è l’ultimo episodio prima di Natale!
Niente finanza e mercati però oggi.
Alla fine Natale vuol dire gioia, regali, speranza.
La gioia non lo so, mentre per regali e speranza, beh spero di non essere in ritardo con la mia letterina.
Questa però non la scrivo al signore barbuto che abita in Finlandia e dispensa balocchi sfidando le leggi del tempo e dello spazio con le sue renne, bensì al nostro presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
E quale occasione migliore del Natale per chiedere al CEO del nostro odiosamato Paese che dal suo sacco parlamentare tiri fuori dei doni che possano regalarci Natali sempre più ricchi e gioiosi nel futuro?
Ora, a scanso di equivoci, questo podcast si occupa di finanza, manco di economia – tanto meno si occupa di politica.
Di conseguenza, in nessuna delle parole che dirò ci andrà letto il benché minimo barlume di orientamento politico.
Anche perché, in totale trasparenza, non ne ho uno e non può fregarmene di meno del cartellino “destra” o “sinistra” che viene messo sopra un politico o uno partito, parole che ormai nel 2025 non hanno più significato.
Oggi la politica è al 90% economia.
È soprattutto gestione delle finanze pubbliche, perché non c’è una sola iniziativa politica rilevante che può essere portata avanti senza che ci sia una copertura economica corrispondente.
Della politica, quindi, a me interessa quasi esclusivamente questo:
Se viene fatto qualcosa che penso possa migliorare lo stato dell’economia e delle finanze dell’Italiano medio, big kudos per chiunque la porti avanti;
Viceversa, se vedo riforme con effetti marginali o addirittura negativi sulla nostra crescita futura: shame on you, che tu sia di destra, sinistra, centro, alto o basso.
Oggi siamo in una situazione globale estremamente complessa e soggetta ed evoluzioni incredibilmente rapide.
Per molte cose siamo già fuori tempo massimo – come si capirà in quest’episodio.
Le nostre priorità, quindi, devono essere rianimare la nostra economia asfittica, efficientare un sistema Paese che nei decenni si è accartocciato su stesso e porre le basi per lasciare ai nostri figli un contesto vivo, fatto di opportunità per loro, possibilmente più di quante ne abbiamo avute noi e in cui siano fieri di abitare e in cui a lora volta vorranno contribuire alla sua prosperità.
Per fare questo, dobbiamo capire come estrarre l’enorme valore residuo del Paese, sommerso sotto una montagna di inefficienza e spesso anche di limiti culturali legati al nostro retaggio tradizionale che ci fa essere poco inclini al cambiamento, così da restituirci un posto di rilievo nel mondo.
Io ho una visione fondamentalmente liberale e studi ed esperienze di vita mi hanno convinto che
niente come gli incentivi e l’interesse personale muove le persone a dare il meglio di sé.
Più si crea un sistema di incentivi che permettano di massimizzare il benessere individuale, meglio è per tutti in aggregato.
Se invece hai uno Stato assistenzialista, iperregolamentato, pieno di tutele per migliaia di microcategorie, limitando gli incentivi all’assunzione di rischio, all’innovazione e alla produttività inneschi un meccanismo involutivo, non evolutivo.
Detto questo, qualunque partito di destra o sinistra che proporrà un programma orientato alle liberalizzazioni, alle deregolamentazioni e al supporto di imprenditoria, innovazione, ricerca e istruzione avrà il mio insignificante voto – destra o sinistra che sia.
Quindi, questo non è un episodio né di destra né di sinistra.
È un episodio sul buon senso e sulla speranza di un futuro migliore per il Paese in cui sono cresciuto e di cui vorrei essere orgoglioso.
E questo episodio pieno di speranza è offerto dal nostro sponsor Edenred, che come noi crede fermamente nell’importanza che le aziende italiane diventino sempre più produttive e con costi più efficienti.
Edenred è il leader di mercato nei buoni pasto: con Ticket Restaurant Edenred sia le grandi aziende che le realtà più piccole possono dedurre il 100% del costo dei buoni pasto, offrendo ai propri dipendenti la possibilità di utilizzarli ovunque in Italia — da nord a sud e persino nei piccoli centri — tra supermercati, discount, bar, ristoranti, food delivery e molto altro ancora.
La rete di spendibilità Edenred conta oltre 300.000 strutture, e i buoni pasto sono disponibili sia tramite app che con carta ricaricabile, pensata per essere semplice, veloce e sicura.
E se sei un libero professionista, puoi usarli anche tu e dedurre il 75% del costo.
La cosa interessante è che Edenred è così avanti che non si limita solo a fornire buoni pasto: offre un ecosistema completo di soluzioni per il benessere dei dipendenti e servizi alle aziende, così hai un unico partner per tutto. Edenred mette a disposizione un’assistenza dedicata, disponibile sempre, 7 giorni su 7, anche la domenica.
Se hai un’impresa o una partita IVA, scopri la promo dedicata su www.ticketrestaurant.it/thebull
Detto questo mi rivolgo a lei Presidente Meloni.
È la prima volta che mi rivolgo ad un Presidente del Consiglio – e sinceramente non so se questo episodio lo vedrà mai o se qualcuno glie ne parlerà, però magari qualcuno conosce qualcuno che conosce qualcuno che la conosce e alla fine qualche spunto al suo orecchio le arriva.
Egregia Presidente Meloni,
questa video lettera è naturalmente indirizzata alla funzione che rappresenta, non alla sua persona.
Ma la sua persona oggi incarna un’opportunità straordinaria.
Poche volte nella storia di questo Paese un governo della Repubblica Italiana ha goduto come il suo di un esecutivo piuttosto stabile, un moderato rispetto internazionale e numeri interni per poter intraprendere iniziative coraggiose che possano incidere in maniera significativa sui destini di questo Paese.
Io sono solo un umile Podcaster che parla di finanza, quindi non ho minimamente la pretesa di pensare di sapere come si governi un Paese.
Sento solo il desiderio di farle alcune richieste, mosse probabilmente da alcune convinzioni che la mia esposizione al mondo della finanza ha cementato in me.
Perché, ok avere il debito sotto controllo.
Ma il grandissimo problema che grava sulle nostre teste da decenni è la crescita stagnante della nostra economia.
Senza i fondi del PNRR saremmo probabilmente in recessione.
Vedo che le azioni del governo sono orientate a piccoli interventi tattici, più che a grandi riforme strategiche che abbiano un impatto significativo sulle prospettive future.
Ok muoversi con i piedi di piombo, ma tutto questo è “kicking the can down the road”, continuare a calciare la lattina lungo la strada, senza però mettere in moto niente.
Invece quello che le chiedo con questa lettera è – a lei che ha la straordinaria opportunità di poter fare le cose grazie ai numeri parlamentari che potrebbero sostenere decisioni forti – di avere il coraggio di prendere decisioni difficili, forse dolorose nel breve, ma necessarie per restituire all’Italia un lungo termine più prospero.
Purtroppo, il punto di partenza odierno è quello di un Paese che ha spesso saputo esprimere capacità individuali straordinarie, ma che è anche intrappolato in un’architettura di regole che premia l’immobilismo e punisce l’iniziativa – o comunque non la incentiva.
E tutto questo va cambiato asap.
Ora, non voglio fare un programma elettorale dettagliato né riscrivere il Report Draghi.
Mi voglio concentrare solo sulle quattro cose che più ho cuore.
Il rilancio della produttività
PUNTO UNO: la produttività.
Negli ultimi trent’anni, come sa bene, l’Italia è scivolata in una stagnazione strutturale.
Il PIL pro capite reale è, grosso modo, fermo sui livelli di inizio anni 2000, mentre Stati Uniti, Germania e Francia hanno continuato a crescere in modo significativo.
Secondo il fondo monetario internazionale (FMI), la nostra crescita reale oggi viaggia intorno allo 0,6–0,8% l’anno; le previsioni parlano di una crescita effettiva dello 0,7–0,9% nei prossimi anni, grazie al sostegno del PNRR. È banale dire che sia insostenibile con un debito al 135% del PIL, la popolazione che invecchia e la natalità che si riduce anno dopo anno.
Il problema onnicomprensivo di tutta la nostra economia è proprio che la nostra produttività media è bassa: il PIL cresce – quando cresce – perché aggiungiamo lavoro e capitale, non perché diventiamo più produttivi.
Quindi non si tratta di fare operazioni tattiche, ma di mettere mano all’architettura degli incentivi per stimolare la produttività generale di ciascun cittadino in età lavorativa.
I limiti sono noti:
Abbiamo un eccessivo sistema di micro-imprese locali, in settori a basso valore aggiunto e con un basso sviluppo generale del capitale umano;
I modelli di management sono spesso inadeguati. Abbiamo moltissime imprese famigliari, con organigrammi dove la maggior parte delle persone in ruoli di leadership ha lo stesso cognome. Siamo troppo affezionati alla tradizione dell’impresa famigliare che ha fatto la storia dell’Italia nel dopoguerra, ma oggi quel modello è inadeguato a ad affrontare le sfide di un contesto economico globale che premia l’innovazione, la digitalizzazione, la scalabilità e la trasformazione.
Il finanziamento delle imprese è fatto prevalentemente tramite credito bancario. Questo inevitabilmente pone un freno alla crescita, perché una banca tende più a finanziare asset tangibili, contesti consolidati e operazioni industriali organiche. È molto più difficile che investa in start-up, progetti innovativi, sviluppo di asset intangibili e così via. Queste cose in altri Paesi vengono finanziate soprattutto tramite quotazioni in borsa, private equity e venture capital. Quindi servono investitori attratti dall’ecosistema economico del nostro Paese.
Per non parlare poi degli ostacoli normativi, della burocrazia e della giungla di leggi in cui deve farsi largo un’impresa per svolgere la propria attività, che consuma una quantità inestimabile di tempo, risorse economiche ed energia a chi dovrebbe invece solo occuparsi di creare e vendere prodotti e servizi di qualità, assumere nuove persone e investire in ricerca e sviluppo.
Il regalo di Natale che chiedo con questa letterina è che il rilancio della produttività pro capite diventi un obiettivo ossessivo per il governo.
Nel 2050 avremo molti più anziani che giovani, al netto di inversioni nella traiettoria della nostra demografia – ma di questo parlerò tra poco.
Per controbilanciare gli effetti deleteri di questa situazione demografica ci sono poche ma fondamentali cose che si possono fare – e lei lo sa bene:
Fare investimenti stru tturali su ambiti ad alto valore aggiunto e scalabilità, in particolare in tutto ciò che è innovazione tecnologica e digitalizzazione. Spendiamo appena l’1,3% del PIL in ricerca e sviluppo, contro una media OCSE che è quasi del doppio.
Semplificare le procedure normative – e soprattutto renderle certe;
Agevolare e incentivare la competizione invece che consolidare i tanti piccoli oligopoli che ci sono in Italia
Investire massicciamente in re-skilling della popolazione a tutte le età, perché in media abbiamo competenze disallineate con la domanda reale.
Due cose:
Aggiornare i programmi scolastici in generale per intensificare gli insegnamenti delle discipline quantitative e in particolare potenziare gli ITS gli istituti tecnici superiori vanno potenziati, per colmare il gap cronico che abbiamo tra competenze tecniche intermedie disponibili e domanda di queste competenze.
Dall’altro creare crediti d’imposta per aziende che investono in programmi di formazione vera e certificabile in ambiti ad alto valore aggiunto.
Secondo l’OCSE, abbiamo più del 30% della popolazione impiegata nel mondo del lavoro che rischia di essere tagliata fuori dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione.
È evidente che la formazione continua per un’economia come la nostra è fondamentale come il petrolio per l’Arabia Saudita.
In generale, poi, basta sgravini fiscali a destra e sinistra per dare un contentino a tutti.
In Italia lavoriamo poco e spesso con l’approccio sbagliato, il che mi porta al
La riforma del lavoro
PUNTO DUE: il lavoro.
L’Italia ha bisogno di una drammatica deregolamentazione e ristrutturazione del proprio mercato del lavoro, che è tra i più duali d’Europa:
da un lato abbiamo lavoratori iper-tutelati con contratti a tempo indeterminato e spesso illicenziabili;
dall’altro una massa di precari, collaboratori e partite IVA camuffate, senza prospettive di carriera né formazione.
Gli indicatori OCSE mostrano da anni un livello di protezione per i contratti permanenti superiore alla media: solo Turchia, Repubblica Ceca e Olanda hanno una regolamentazione sul lavoro più tutelante dei contratti a tempo indeterminato della nostra.
Fa un po’ ridere che l’unica pseudo riforma in chiave liberista del mercato del lavoro sia stata il Jobs Act del 2015, fatto da un governo di Centro Sinistra. A testimoniare ancora una volta come destra e sinistra siano ormai parole vuote di significato.
Se però lei oggi, Presidente, si candida ad essere il leader del centro destra italiano, liberalizzare il mercato del lavoro DEVE essere un suo obiettivo.
Il jobs act, pur con tutti i suoi limiti, è stato uno dei pochi tentativi di spostare le tutele dalla “sedia” alla “persona”, introducendo per i nuovi assunti un sistema di indennizzi progressivo.
Immagino che le riforme da intraprendere dovrebbero andare in questa direzione:
Creare un contratto unico a tutele crescenti, con indennizzi monetari chiari, legati all’anzianità e senza il rischio che poi la discrezionalità di un giudice ribalti tutto due anni dopo.
Rendere più semplici i licenziamenti per motivi economici e di performance
E sviluppare un forte sistema di assicurazione sociale, che a sua volta obblighi chi percepisce un’indennità di disoccupazione a formarsi e fare colloqui di lavoro per reintegrarsi.
Esempi virtuosi in altri Paesi mostra come sia complessivamente meglio un sistema in cui un’azienda possa licenziare chi non performa, pagando un costo certo, e in cui il lavoratore possa trovare più rapidamente un nuovo impiego grazie a un mercato più dinamico, piuttosto che uno in cui nessuno assume per paura di non poter aggiustare l’organico in seguito.
Gli effetti negativi di questa cosa sono noti:
Le aziende sono meno incentivate ad assumere con contratti stabili e tendono a pagare di meno;
Mentre i lavoratori sono meno incentivati a muoversi nel mercato del lavoro per paura di perdere un posto fisso, riducendo il dinamismo del mercato, la creazione di opportunità e la diffusione di competenze.
On top a tutto questo è necessario introdurre un principio fondamentale.
Le retribuzioni dovrebbero avere SEMPRE una componente goal-based e questa deve essere fortemente incentivata.
Questa cosa rispecchia la nostra natura umana.
Noi siamo fatti così, facciamo molto meglio quando siamo incentivati a fare qualcosa, piuttosto che quando siamo obbligati o quando dobbiamo farlo per senso del dovere.
Le cose più banali sono per esempio delle forti detassazioni sulle componenti variabili della retribuzione, come i premi di risultato (che ovviamente devono andare ad aggiungersi ai minimi contrattuali, non sostituirli);
Una cosa più evoluta e più di prospettiva sarebbero invece agevolazioni per dinamiche di azionariato diffuso: far partecipare i dipendenti del successo del proprio datore di lavoro innesca un senso di imprenditorialità a ciascun livello.
Può trattarsi direttamente di azioni in caso di società quotate;
Oppure di phantom shares, di azioni fantasma, il cui valore viene legato al profitto lordo annuale della società con dei moltiplicatori oggettivi e che possono essere automaticamente riscattati nel rispetto di regole precise.
I salari medi in Italia sono bassi – e questo è un grosso problema.
Ma semplicemente alzare i salari curerebbe solo il sintomo, non il problema.
Coordinare meglio gli interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori stimolerebbe maggiormente la produttività generale, che è il grande tema dei temi.
Perché, non nascondiamoci dietro ad un dito:
In media un italiano lavora quasi 400 ore all’anno più di un tedesco – dieci settimane praticamente, ma la produttività pro capite tedesca è nettamente più alta di quella italiana.
Dall’altra parte abbiamo Paesi come gli Stati Uniti dove si lavora in media 100 ore all’anno in più e che comunque sono più produttivi.
Cioè, semplificando: Gli Americani lavorano tanto e bene. I tedeschi meno ma bene. Noi tanto e male.
Il nodo centrale è capire creare dei modelli di lavoro che siano più produttivi, con obiettivi misurabili, flessibili e dinamici, in cui la ricerca e l’innovazione tecnologica vengono incentivate, così da incrementare nel tempo l’output per singolo lavoratore.
Insomma: dobbiamo passare ad un sistema meritocratico by design, con un minimo impianto di regole e un’architettura di incentivi bottom-up che stimolino ciascuno di noi a fare il meglio.
Ovviamente, ammesso e non concesso di riuscirci, con un miglioramento della produttività risolviamo mezzo problema della nostra crescita.
L’altro mezzo problema è probabilmente ancora più grave e complesso – e riguarda un tema a lei caro.
Rilancio della natalità
PUNTO TRE: natalità stagnante.
E questo, forse, è il problema dei problemi.
Non fare figli è una scelta rispettabilissima e più che legittima.
Ma un Paese senza ricambio generazionale è un Paese clinicamente morto.
Intendiamoci, il problema è di tutti.
Il fertility rate necessario per la sostenibilità di una popolazione, a parità di tassi di mortalità e di immigrazione, è intorno a 2,1 figli per donna.
La media OCSE non arriva nemmeno ad 1,5.
In Italia abbiamo un problema nel problema: 1,3.
Questo, Presidente, lei lo sa perfettamente.
Sappiamo tutti quanto tenga al tema della famiglia.
Ma ancora una volta vedo solo soluzioni che curano alcuni sintomi marginali ma non il problema.
Partiamo da un assunto di base: la gente non smette di fare figli solo per motivi strettamente finanziari. Ci sono ragioni più profonde, motivo per cui non si può pensare di sconfiggere l’inverno demografico unicamente dando 50-100-200 € al mese alle famiglie.
Sappiamo che ci sono una buona e una cattiva notizia alla base della natalità decrescente in un’economia sviluppata.
Quella buona è che generalmente nei Paesi sviluppati le donne godono di pari diritti (almeno così dovrebbe essere), sono più istruite e – pur tra mille ostacoli – hanno accesso agli stessi percorsi professionali riservati altrove solo agli uomini. Il ruolo principale della donna nella società non è più identificato necessariamente con quello di madre. Tutto ciò è stata una delle più grandi e preziose conquiste dell’occidente. E ogni passo indietro che facciamo su questa cosa è una brutta sconfitta.
Quindi a livello individuale è legittimo che una donna non voglia fare figli per perseguire altri obiettivi o per altre scelte di vita. Così come è comprensibile che non voglia compromettere i propri piani professionali per via della maternità.
Però ovviamente a livello aggregato questo è un problema, ma ci torno tra un secondo.
La cattiva notizia, invece, è che non si fanno figli quando, più che la situazione economica contingente, la visione generale del futuro è negativa – e questo riguarda uomini e donne.
Non è quindi solo il fatto che i salari reali sono bassi e gli affitti sono alti e quindi si fa fatica a tirar su una famiglia.
Alle fondamenta c’è la percezione di precarietà e instabilità economica a tempo indeterminato che pone un freno al desiderio di mettere al mondo figli.
Ciò che decennio dopo decennio si è deteriorata in Italia è stata proprio la fiducia che il futuro dei figli sarà migliore dell’esperienza di padri e madri.
Sicuramente i miei nonni lo pensavano per i miei genitori.
E i miei genitori, boomer degli anni ’50, lo pensavano per me.
Ma io, ad oggi, non sono così convinto della stessa cosa per mia figlia.
Chiedete a 100 millenial o gen z, 80 di loro probabilmente vi diranno che i loro genitori se la sono passata meglio di come la passeranno loro e i loro figli.
Questa consapevolezza, che non è affatto campata per aria, va profondamente scardinata.
Bisogna restituire la fiducia nel futuro.
Bisogna dare segnali forti sulla volontà di ribaltare come un calzino questo Paese, affinché aumenti il desiderio di lasciare nuove persone a viverci un domani.
Altrimenti è comprensibile che un giovane laureato vada all’estero o che una coppia scelga di massimizzare il proprio benessere personale odierno invece che complicarsi la vita con dei figli a cui verrà consegnato un Paese malandato e senza opportunità.
Quindi, cosa fare?
Il problema non è che non conosciamo le soluzioni – è che hanno due limiti strutturali: uno finanziario e uno politico:
Quello finanziario è che costano;
Quello politico è che gli anziani votano mentre i giovani, soprattutto quelli non ancora nati, tendono a non votare. Pertanto ,scontentare gli elettori per far contente persone che devono ancora nascere non è tipicamente nell’agenda del politico medio.
Per questo, Presidente Meloni, le sto chiedendo di fare qualcosa di straordinario.
Fosse roba ordinaria, qualcun altro l’avrebbe già fatto.
Quali sono però le soluzioni?
Intanto dobbiamo risolvere il primo problema, ossia rendere compatibile le ambizioni professionali di una donna con il desiderio di maternità.
In Italia la carriera media di una donna è molto breve, circa 8 anni in meno della media OCSE.
E se oggi un quinto delle donne che ha figli decide di smettere di lavorare per occuparsi della famiglia, ovviamente risolvere questo problema porterebbe un duplice beneficio:
Più donne che lavorano e producono oggi;
Più figli che contribuiranno alla crescita futura.
Azzardo qualche idea.
UNO: servono una smanicata di asili nido in tutta Italia. Se hai un figlio e non hai i nonni a cui mollarlo, sei finito. Oggi la copertura dei nidi pubblici non arriva al 30% dei bambini. Chi non può permettersi un nido privato, che costa come un mutuo per un trilocale a Milano, è ovvio che non vorrà fare figli, perché – quasi sempre la madre – avrà solo due alternative:
O smettere di lavorare;
O lavorare per pagare il nido + babysitter + tutto il resto.
È ovvio che si tratta di due opzioni estremamente subottimali.
Costa fare i nidi?
Sì, di brutto.
Ma l’unica soluzione che vedo è una combinazione di:
Asili nidi pubblici puri, pagati interamente dallo Stato
Asili privati convenzionati, in cui viene creata l’opportunità per soggetti privati di aprire nidi creando un regime competitivo che riduca i costi e che in parte siano compensati dallo stato secondo criteri legati al reddito famigliare
Asili aziendali. Pochissime aziende illuminate possono permettersi un nido in-house. Creare un sistema di incentivi fiscali che premino aziende e consorzi di aziende che realizzano strutture per accogliere per 3 anni i figli delle dipendenti sarebbe una svolta.
Faccio giusto un esempio: l’Italia è piena di zone industriali costellate da centinaia di piccole e medie imprese.
Nessuna azienda di 15-20 dipendenti può permettersi un asilo.
Ma per un distretto in cui ci sono 50 società e in cui lavorano magari mille persone probabilmente è più facile.
Perché non creare delle strutture in cui le aziende contribuiscono pro quota in base all’utilizzo, in parte contribuisce lo stato, in parte vengono messi a disposizione crediti fiscali – così che si possa incentivare il lavoro femminile dando la possibilità di lasciare i bambini in un nido a 200 metri dal luogo di lavoro?
Food for thought…
DUE: l’equazione fare figli = la mamma deve rinunciare al lavoro non si può più sentire in questo secolo.
Oggi esiste già la possibilità per il padre di usufruire della maternità facoltativa non goduta dalla madre, al netto però dell’umiliazione cui viene sottoposto un padre che prende questa decisione – che in Italia non è ancora socialmente accettabile.
Facciamo una cosa più radicale. Diamo ai padri la possibilità di usufruire di un periodo di congedo retribuito di 3-4 mesi non trasferibile alla madre.
Oggi la maternità obbligatoria dura 5 mesi, che spesso iniziano 1 o 2 mesi prima del parto.
Dopo 3 mesi un bambino non riesce nemmeno a stare seduto senza accasciarsi.
è ovvio che non è sufficiente.
Ma chiaramente l’impatto professionale di stare fuori dal lavoro per 5 o 6 mesi è molto diverso che stare fuori un anno.
Se però l’onere fosse distribuibile tra uomo e donna, chiaramente sarebbe più facilmente gestibile e ridurrebbe il disincentivo.
TRE: l’assegno unico è meglio che niente, per l’amor del cielo. Ma più che cercare di risolvere il problema a colpi di bonus, va creato un sistema olistico che vada significativamente a premiare la scelta di fare figli.
Agevolazioni fiscali permanenti;
Interventi per calmierare gli affitti per famiglie con sono figli e programmi di edilizia convenzionata;
Incentivi per le aziende che assumo a tempo indeterminato lavoratori con figli a carico.
E così via.
Insomma, Presidente, dobbiamo passare da un mero sistema di politiche “in Cash”, in cui si danno bonus qua e là, a un mix che comprenda soprattutto politiche “In Kind”, in cui si crea un sistema coordinato di incentivi e servizi per i genitori.
Però, Presidente, so anche che non vivo nelle Paese dei Balocchi.
Queste cose costano.
Costano tanto.
E la coperta è molto, molto corta.
Come si finanziano?
Temo che non ci siano alternative a fare incazzare di brutto una fetta consistente dell’elettorato.
In primis?
Le pensioni.
L’Italia spende il 16% del PIL per pagare le pensioni, un record in Europa, dove la media è intorno al 12%.
Ci fosse il modo di scendere di un paio di punti percentuali, parliamo di circa 40 miliardi di euro all’anno di risorse da gestire in altro modo.
Ovviamente, in un dibattito in cui la tesi di partenza è: l’Italia è troppo vecchia e abbiamo bisogno di incentivare la crescita della fascia più giovane della popolazione, va da sé che un progressivo trasferimento di risorse dalla popolazione più anziana, da nonni a nipoti, diventa il primo obiettivo naturale per reperire fondi.
Per prima cosa, temo che qualunque iniziativa che cerchi di anticipare l’anzianità pensionistica sia incompatibile con lo stato delle cose.
L’età pensionabile deve necessariamente salire – almeno per accedere alla pensione pubblica, altro discorso invece è se uno contribuisce privatamente alla propria pensione e qui si può fare un discorso a parte. Altrimenti, più l’aspettativa di vita aumenta, più deve aumentare la soglia per poter andare in pensione. Tertium non datum.
In secondo luogo ci sono tanti benefici acquisiti che andrebbero rivisti. Tutta la generazione che ha beneficiato del sistema retributivo, invece di quello contributivo, gode di pensioni più alte, indicizzate, senza un contributo proporzionale alle spalle. Lì probabilmente ci sono delle sacche su cui intervenire per recuperare due spicci.
Sicuramente iniziative come quelle promosse da un suo alleato di governo per ridurre di tre mesi l’età pensionabile che costeranno circa 3 miliardi in 3 anni all’erario pubblico si commentano da sole.
Non sono soldi che possiamo permetterci di buttare via per obiettivi così mediocri.
Altri sacrifici per recuperare fondi?
Ne butto lì tre:
UNO: la tassa di successione in Italia è un lusso da paradiso fiscale. 4% per i discendenti diretti oltre la franchigia di un milione. In Francia e Regno Unito è oltre il 40%. Alzare le imposte di successione creerebbe più di un malcontento, certo, visto che ci sono ingenti ricchezze transgenerazionali da ereditare. Ma se l’obiettivo è smetterla di tutelare gli status quo e incentivare il dinamismo nell’economia, allora probabilmente bisognerebbe tassare di più i patrimoni ereditati senza particolari sforzi e utilizzare le risorse per stimolare invece la produttività a lungo termine dell’economia (tipo facendo asili nido).
Con un caveat: molto del patrimonio italiano è immobiliare.
A volte ricevere una casa in eredità in qualche borgo della provincia italiana rischia di essere più un onere che altro.
Probabilmente l’imposta non dovrebbe applicarsi tout court su tutto, ma dovrebbe distinguere casi in cui la successione trasferisce ricchezza o trasferisce solo seccature.
DUE: spostare una parte del carico fiscale dal lavoro alle rendite immobiliari che hanno valori catastali in alcuni casi di 40 anni fa e magari usare queste risorse per rendere più accessibili affitti e acquisti di immobili per giovani coppie con figli.
TRE: dare una violenta sforbiciata alle oltre 600 tra deduzioni e detrazioni nel sistema fiscale italiano, concentrando le risorse laddove sono in grado di dare stimolo all’attività economica, invece che premiare chi invece vivrebbe benissimo anche senza (si pensi ai bonus di ristrutturazione edilizia, che favoriscono chi una casa ce l’ha già e che spostano poco dell’economia reale).
La butto lì eh, non è che mi sono messo a fare i conti con la ragioneria dello Stato e la Corte dei conti.
Ma chiaramente risorse massicce che servono a finanziare misure coraggiose si possono reperire solo al costo di sacrifici sostenuti da significative masse elettorali.
Come dicevo, presidente, deve fare incazzare qualcuno.
La cosa positiva è invece che probabilmente i mercati sarebbero felici di uno Stato che cerca di intervenire sui costi poco produttivi per favorire invece e crescita.
Direttamente ciò potrebbe avere un effetto benefico sul costo del nostro debito, che libererebbe ulteriori risorse da investire in questi progetti.
Dall’altra parte potrebbe probabilmente attrarre più investimenti, innescando spirali virtuose nella nostra economia reale.
Un’ultima cosa su questo tema: oggi abbiamo un problema bidirezionale:
Emigrazione di alta qualità, con migliaia di giovani laureati, tecnici, professionisti sanitari e così via che se ne vanno all’estero ogni anno.
E immigrazione a basso valore aggiunto.
È ovvio che dobbiamo intervenire in entrambe le direzioni.
Pazza idea: no tax area fino ad un intorno di 30.000 € di retribuzione per i giovani fino a 30 anni, con scaglioni decrescenti fino a 35, come incentivo per trattenerli in Italia e ripristino degli incentivi per il rientro dei cervelli.
Costano?
Hai voglia.
Ma quanto costa formare per 23 anni un ingegnere e poi lasciarlo andare a lavorare in Germania, in Olanda o negli Stati Uniti?
Ormai sono anni che paghiamo una formazione di alto livello a centinaia di migliaia di ragazzi di cui poi beneficiano aziende di altri Paesi.
Dall’altra parte l’immigrazione ci serve, per un motivo banalmente tecnico: non ci sono abbastanza donne nate tra gli anni ’90 e 2000 per invertire il trend demografico.
Solo che la gestione dell’immigrazione degli ultimi due decenni, complice anche l’Europa, senza dubbio, è stata un disastro.
L’obiettivo deve essere creare un sistema che agevoli l’integrazione e non attragga solo manodopera non qualificata, ma che vada a colmare le tante carenze occupazionali che ci sono in molti settori, mentre deve essere molto più rigida sulle forme di immigrazione illegale.
Lo sviluppo della cultura finanziaria
QUARTO E ULTIMO PUNTO: lo sviluppo della cultura finanziaria in Italia.
E come creatore del podcast di finanza, non avrei potuto chiudere su altro che non su questo.
Presidente, lo sappiamo: abbiamo un sacco di problemi, ma le famiglie italiane, in aggregato, sono ancora ricche: alla fine del 2024 la loro ricchezza netta ammontava a oltre 12.000 miliardi di euro.
Solo che questa ricchezza è allocata male, per usare un eufemismo:
secondo Consob nel 2021 circa il 32% si trovava su conti, depositi o altre attività monetarie;
i costi del risparmio gestito (fondi e polizze soprattutto) sono i più alti d’Europa;
investiamo pochissimo in azioni;
i Piani Individuali di Risparmio (i cosiddetti PIR) sarebbero stati una buona idea, ma sono rimasti “poco attraenti”, anche per l’instabilità normativa.
In parallelo, i livelli di alfabetizzazione finanziaria restano bassi, soprattutto nelle fasce più a basso reddito – ossia dove ce ne sarebbe più bisogno.
Questo significa due cose:
una parte enorme del risparmio viene allocata in strumenti inefficienti, costosi o scarsamente diversificati;
e i mercati dei capitali italiani restano sottodimensionati rispetto al potenziale, limitando il finanziamento all’economia reale, all’innovazione e alle scale-up.
Che cosa potrebbe fare Presidente?
Intanto metta in agenda una capillare diffusione dell’educazione finanziaria. La scoperta medica che ha salvato probabilmente più vite nella storia dell’umanità ha riguardato il fatto di lavarsi le mani prima di operare. A volte basta poco per innescare grandi rivoluzioni – e ciò probabilmente avrebbe un effetto benefico sia sulle finanze dei singoli che sullo stato dell’economia reale.
In secondo luogo, si potrebbero stabilizzare e migliorare radicalmente i PIR, rendendoli uno strumento semplice, a costi contenuti, con meno vincoli sulla diversificazione interna e con regole non soggette a continue revisioni.
Ma soprattutto consiglierei di copiare paro paro i Roth IRA americani per creare dei “Piani di investimento di Lungo Termine”: si investe reddito già tassato, così lo Stato non perde IRPEF, ma poi zero tasse sui rendimenti, con limite massimo di contributo annuale, vincoli temporali di permanenza minima per prelevare senza perdere i benefici fiscali e non accessibile oltre certe fasce di reddito o patrimonio, così da incentivare all’investimento soprattutto la fascia più a reddito medio basso.
Così facendo, se si riesce a portare più gente ad investire forse si aumenta anche il wealth effect, l’effetto ricchezza, che è un forte stimolo ai consumi e quindi indirettamente alla crescita del PIL.
Un’ultima cosa. Per favore: diamo la possibilità di creare dei conti di investimento per minori, con agevolazioni fiscali se finalizzati a studio, formazione, acquisto prima casa e altre cose che sono win win per il singolo e l’economia.
A livello più generale invece, Presidente, si faccia portavoce dell’auspicio del rapport Draghi per la creazione di un mercato europeo dei capitali, così da mobilitare lo stock di risparmio privato verso investimenti produttivi, innovazione e programmi di transizione energetica.
Tutto questo, Presidente, si riassume nell’idea molto semplice di cui parlavo all’inizio:
le persone danno il meglio di sé non quando sono iper-tutelate, ma quando esiste una rete di sicurezza di base e un sistema di incentivi che premia chi si assume rischi, investe, studia, innova, cambia lavoro.
Oggi l’Italia fa l’opposto:
protegge il posto, non il lavoratore;
tutela i patrimoni immobiliari e le rendite, non il capitale di rischio;
tiene bassi i requisiti di performance per paura del conflitto, e poi si stupisce se la produttività ristagna;
non sfrutta il risparmio delle famiglie come carburante per la crescita delle imprese.
Nessun governo, da solo, può rovesciare questo schema in una legislatura. Ma il Suo governo può fare una cosa decisiva: impostare una direzione coerente e smettere di alternare misure protettive di breve periodo a micro-riforme contraddittorie.
Gli organismi internazionali – IMF, OCSE, Commissione Europea – convergono su un punto: un pacchetto coerente di riforme di questo tipo può alzare in modo duraturo la crescita potenziale italiana di diversi decimi di punto all’anno.
Non è questione di “più Stato” o “meno Stato”, ma di che tipo di Stato vogliamo: uno che prova invano a proteggere tutti da tutto, o uno che fa l’arbitro e lascia giocare chi ha voglia di rischiare, sapendo che il beneficio di quell’iniziativa – nel tempo – si diffonde.
Presidente,
se l’Italia diventerà un Paese dove è più facile essere assunti e licenziati, ma anche formarsi, ricollocarsi, investire in modo trasparente, condividere il rischio e il rendimento delle imprese e fare figli, allora un maggior benessere diffuso sarà la conseguenza naturale di un sistema di incentivi allineato con la realtà.
Tutto questo non è semplice, lo so.
Richiede coraggio.
E richiederà di cambiare le cose in uno dei Paesi al mondo dove il cambiamento è più difficile in assoluto.
Del resto però lei è anche la prima donna capo del governo.
A volte il cambiamento accade.
Magari sarà proprio lei ad inaugurarlo.
Cari amici, non so se questa lettera arriverà mai davvero alla Presidente Meloni, ma in ogni caso spero che questo episodio possa aver stimolato le vostre idee, e possa aiutare a diffondersi affinché più Italiani possibili siano incentivati a innescare i cambiamenti di cui abbiamo tanto bisogno.
Scegliendo di diventare investitori però sicuramente una scelta diversa voi l’avete già presa e sono certo che questa farà bene a ciascuno di voi e collettivamente anche alla società di cui facciamo parte, chissà che iniziere da un pac in ETF alla fine non ci trasformerà in un paese fatto di gente felice di rischiare per un futuro migliore. Perché in fondo questo è il più grande e inestimabile insegnamento di tutta la finanza. Buon Natale a tutti
Recensioni
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025