294. Si può investire in maniera etica?
Risorse
Punti Chiave
Il Dilemma Etico (Deontologia vs Utilitarismo)
La teoria di John Rawls
Critica all'ESG e al Greenwashing
Performance degli investimenti ESG
Le "Sin Stocks" (Azioni del Peccato)
L'ipocrisia selettiva
Soluzione proposta (Effective Altruism)
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Trascrizione Episodio
Bentornati a The Bull – il tuo podcast di finanza personale.
Siete contenti?
Almeno un centinaio di voi mi hanno scritto negli anni messaggi che ruotavano attorno a questa domanda – cioè: si può investire in maniera etica?
Al netto dei vari distinguo caso per caso, il tema è sempre stato, give or take: “ci sono un sacco di aziende quotate di cui non condivido i valori. Esiste un modo per investire SENZA DAR LORO I MIEI SOLDI?”
Questo perché per molte persone investire sembra creare in alcuni casi una sorta di dilemma etico tra: perseguire un certo ritorno atteso e salvaguardare i propri valori.
Allora, questo è l’episodio duecentonovanta e qualcosa.
Non voglio essere ipocrita e dire che la conciliabilità etica tra il mio piano di accumulo e i miei valori sia sempre stato in cima all’elenco delle mie priorità finanziarie – anche se poi c’è un piccolo plotwist nel finale dell’episodio.
Però, comunque non è il tema dei temi, altrimenti ne avrei parlato in uno dei primi 10 episodi – che come sapete è il corso base 101 di The Bull.
Se ne parlo al duecentonovanta e qualcosa è perché ho capito – sì, sono un po’ lento eh, ci ho messo un po’, però alla fine ho capito che per molti è un tema importante anche se probabilmente la chiave di tutto non sta tanto nella risposta.
Cioè l’obiettivo di oggi non è spiegare come fare lo slalom tra diversi titoli per investire in maniera eticamente irreprensibile che San Francesco spostati.
L’obiettivo è capire se ci stiamo ponendo la domanda in maniera corretta.
Perché cercare di dare una risposta corretta ad una domanda sbagliata è un problema tanto quanto rimanere appesi al dubbio da cui tutto questo discorso muove.
Prima di cominciare però permettetemi di parlare di Turtlneck, sponsor dell’episodio di oggi.
Turtleneck è l’assicurazione sulla vita di Squarelife, che si può sottoscrivere online in pochi minuti, a basso costo e che di anno in anno vi restituisce i soldi che non ha dovuto usare per pagare i risarcimenti se, diciamo così, muore meno gente del previsto.
Perché ridanno i soldi invece che fare più profitto?
Eh che vi devo dire.
Perché secondo loro, semplicemente è giusto così, per stare in tema con gli argomenti di oggi.
In descrizione trovate un link per conoscere Turtleneck e valutare se è una soluzione che può fare al caso vostro e naturalmente assicuratevi di averne compreso il funzionamento prima di sottoscriverla e contattate direttamente Turtleneck per avere tutte le informazioni di cui avete bisogno prima di decidere.
Per prima roba: che vuol dire investire in modo ETICO?
Cioè la parola “ETICA” è una mega parolona, da maneggiare con cura.
Non è come dire giallo o pesante.
Etica è un concetto che affonda le sue radici etimologiche e concettuali in una profonda riflessione che abbiamo cominciato almeno 2.500 anni fa.
Quindi quando diciamo: “si può investire in modo etico”… calma!
Dobbiamo prima decidere cosa significa etico e se chiedessi a ciascuno di voi di definire cosa è etico e cosa non lo è, riceverei 200.000 risposte diverse.
Abbiamo un problema di partenza.
Non avremo mai mai mai mai un sistema di principi universalmente condiviso da cui dedurre un impianto etico universale e insindacabile che permetta a ciascuno di noi di discernere senza dubbio cosa sia etico e cosa non lo sia.
Ci fosse, qualcuno ci sarebbe già arrivato nei 25 secoli alle nostre spalle.
Detto questo.
Vi salto 2.500 anni di storia della filosofia morale altrimenti i 200.000 di cui sopra si decimano prima della fine dell’episodio.
Però giusto per dare due coordinate spicce, diciamo che i grandi modelli che si sono affermati e alternati nella storia del pensiero occidentale sono due.
Il primo possiamo ricondurlo a Immanuel Kant.
Nella critica della ragion pratica si interroga su come dobbiamo comportarci e fonda tutto sull’imperativo categorico, questa legge morale che si troverebbe dentro alla nostra ragione e rende possibile il comportamento morale, che non è orientata a dei fini ma al rispetto della legge morale stessa.
Ci si deve comportare bene perché ci si deve comportare bene.
La legge morale è più importante di qualunque fine.
È famoso che sulla sua lapide ha fatto scrivere “der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir”… chiaro no?
No?
Va be il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me, le sue due cose preferite.
Sì beh Kant non era esattamente il Fabrizio Corona prussiano di fine ‘700.
Quindi con Kant, primo modello organico di filosofia morale: TOP DOWN.
C’è la legge, tutto il resto deve adeguarsi.
Nell’800 invece John Stuart Mill ribalta la questione.
non esiste una legge morale valida in sé, ma contano le conseguenze delle azioni. È giusto ciò che aumenta il benessere collettivo e questo criterio della massimizzazione dell’utilità influenzerà profondamente anche il pensiero economico moderno.
Ah nel caso non fosse chiaro e vi steste chiedendo perché in un podcast di finanza vi stia smaronando parlando di filosofia morale, beh, spoiler alert: l’Economia, cioè l’Oikonomia, in greco, l’insieme del norme della convivenza, nasce come branca della filosofia morale.
Morale: come devo comportarmi come singolo
Economia: come massimizzare l’utilità di tutti.
Esattamente al contrario di Kant, il modello i Mill è BOTTOM UP.
Sticazzi i principi: conta solo il risultato finale per la comunità di riferimento.
Il punto però qual è?
Il punto è che è difficile trovare il punto di equilibrio tra i valori universali – che poi universali non sono mai perché restano ampiamente soggettivi – e la massimizzazione dell’utilità collettiva.
La domanda che in tanti mi fate: si può investire in modo etico, si inserisce proprio in questa difficile conciliabilità tra l’utilità del sistema e ciò che si pensa che sia buono e giusto.
Kant e Mill sono i due esempi paradigmatici di ciò che si intende quando si parla di morale DENONTOLOGICA e UTILITARISTICA.
La morale deontologica assume che ci siano principi universali a cui conformare il comportamento;
La morale utilitaristica invece ritiene che non ci sia niente di giusto o sbagliato in senso assoluto, ma che il giusto coincida con ciò che massimizza l’utilità generale.
Ovviamente l’ideale sarebbe trovare una formula in cui vengono fissati alcuni principi deontologici inviolabili e indiscutibili e questi fungano da binari per coordinare ogni comportamento umano in chiave utilitaristica.
Molto difficile però.
Una parziale soluzione venne proposta molti anni dopo da John Rawls, nel suo capolavoro A theory of Justice,
che propose una coppia di idee molto interessanti: il velo di ignoranza e il minimax.
In pratica dice:
Facciamo finta di non sapere in che parte del mondo stiamo, che ruolo abbiamo nella società, quali punti di forza, quali debolezze, quali vantaggi e quali limiti. Cioè immaginiamo di non sapere se siamo Donald Trump o un contadino del Sudan: velo di ignoranza per rimuovere i conflitti di interesse.
Dietro al velo di ignoranza che regole sceglieremmo per ottenere il MiniMax, cioè la massimizzazione dei peggiori risultati possibili?
Mi spiego con un esempio, che risale ad un tranello che mi fece mio padre più di una trentina di anni fa.
C’era l’ultima detta di torta.
La volevamo entrambi.
Lui, salomonicamente, si stava apprestando a tagliarla a metà.
Io invece, che da piccolo ero ingordo e paffutello, presi il coltello e gli dissi: “no, taglio io”.
Lui mi fregò perché mi disse: “Va bene, tu tagli, ma poi io scelgo la fetta”.
Oh cazzo.
A quel punto è ovvio che per massimizzare la mia utilità l’unica scelta possibile era tagliare la fetta esattamente a metà.
Senza saperlo, mio padre mi aveva appena introdotto alla teoria dei giochi e ad una versione semplificata dell’equilibrio di Nash.
Quindi un sistema in cui non serve un sistema di regole definite a priori ma in cui c’è un equilibrio che incentiva tutti i membri del sistema a cooperare in maniera competitiva sarebbe la risposta definitiva ai dilemmi etici che ci portiamo avanti da 2.500 anni.
Qual è la fregatura però?
Eh, è che un conto è la teoria e tagliare una fetta di crostata, un altro è creare un sistema che funzioni nella complessità del mondo in cui ci troviamo.
Comunque le grandi democrazie hanno prosperato grazie all’applicazione di un’idea di questo tipo, attraverso il cosiddetto meccanismo dei check and balance, in cui alcune persone hanno molto potere, ma questo potere è controbilanciato da altri in maniera tale che nessuno possa beneficiarne direttamente ma sia incentivato ad utilizzarlo per massimizzare il benessere collettivo.
Quando poi questo sistema di check and balance va a farsi benedire, beh…
Ma non divaghiamo.
Si tratta di capire se possiamo utilizzare il sistema del minimax e del velo di ignoranza per risolvere il dilemma etico.
Allora, quando voi mi dite: io non voglio investire in società di cui non condivido i valori perché sono brutte e cattive a cosa vi riferite?
Quali sono le società di cui non condividete valori?
Quelle che inquinano?
Quelle che fanno armi?
Quelle che creano monopoli nell’informazione?
Quelli che sfruttano lavoratori nei Paesi emergenti o sottosviluppati?
Quelli che incarnano idee politiche diverse dalle vostre?
Eh, capite che la faccenda si fa complessa per due ordini di ragioni.
PRIMA RAGIONE: scorrete l’elenco delle prime 20 società di un grande indice a caso, chi si salva?
È complicato.
È davvero difficile trovare società che abbiano un modello di business o che rientrino in una filiera completamente immune da giudizi negativi rispetto alle domande che abbiamo fatto sopra.
I data center inquinano.
Gli iPhone sono assemblati in Cina e in India.
Meta prospera chiudendo due occhi su truffe, fake news e scam di ogni genere.
Le società Oil & Gas fanno accordi con dittatori e altri ameni personaggi.
Nike, McDonald’s, Coca Cola, a turno tutti i grandi nomi del capitalismo sono stati associati a vicende opache.
E le cattivissime società farmaceutiche che lucrano sulla sofferenza delle persone?
E quelle alimentari che devastano l’ambiente e sottopongono gli animali a pratiche irraccontabili?
Potrei andare avanti all’infinito.
Come disse il primo e più grande influencer della storia quasi 2.000 anni fa: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
Quindi il primo problema è che qualunque filtro utilizzi, c’è un rischio molto elevato di cancellare un numero significativo di opportunità di investimento.
La SECONDA RAGIONE, però, è ancora più importante.
Siamo certi di non creare una frattura un po’ ipocrita tra come investiamo e come ci comportiamo? [coerenza tra valori e comportamento]
Vi faccio un esempio illuminante.
Una volta una persona mi ha posto questa tema e mi ha fatto l’esempio con non vuole dare i suoi soldi a Mark Zuckerberg perché, bla bla bla, aveva le sue ragioni.
A parte che investire in azioni di Meta e dare i soldi a Zuckerberg sono due cose diverse, ma ci torno tra poco.
Il punto è che questa persona mi aveva fatto questa domanda … su Instagram.
Cioè non vuoi investire in Meta, ma usi il suo prodotto di maggior successo?
Capite il cortocircuito, l’Autocontraddizione pragmatica: dico una cosa, ne faccio un’altra.
Altri esempi.
Non vuoi investire in società che fanno combustibili fossili? Ok, però allora non devi usare auto a benzina, non devi prendere aerei, non devi avere la caldaia a gas e soprattutto non devi usare nessun prodotto che è stato realizzato dentro una filiera che ad un certo punto utilizza combustibili fossili.
Le alternative elettriche ovviamente inquinano meno, ma non è che l’elettricità piova dal cielo. Un domani magari avremo il 100% di energia pulita da fonti rinnovabili, ma oggi più di metà dell’elettricità viene prodotta tramite Gas e Carbone
https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/global-electricity-generation-by-source-2014-2027
Non vuoi le aziende che fanno armi? Eh però le armi qualcuno le dovrà fare finché al mondo esistono dei son of a bitch con manie di espansione imperiale.
Fosse per me un mondo in cui non esistono armi sarebbe un mondo migliore.
Ma l’industria della difesa è una componente strategica per qualunque Stato, fosse anche solo per avere una qualche capacità di deterrenza.
Se non vuoi che i tuoi soldi vadano in azioni di società che fanno armi non dovresti neanche volere che qualcuno sia in grado di difenderti se a qualcun altro venisse in mente di attaccarti.
Si potrebbero fare molti altri esempi, ma avete capito il punto.
È chiaro che sono tutte conferme del fatto che viviamo in una società lontana anni luce dalla perfezione.
Si tratta sempre di fare dei compromessi per trovare un equilibrio tra esigenze e qualità della vita da una parte e adesione ad un sistema di valori morali dall’altra.
In altre parole, si tratta di capire come bilanciare l’aspetto deontologico, il Kant dentro di noi che ci dice “la legge morale prima di tutto”, e quello utilitaristico, il Mill che dice: non è giusto ciò che giusto. Giusto è ciò che massimizza l’utilità di tutti, o come disse più di recente un altro grande filosofo del ‘900: Rigore è quando arbitro fischia.
Negli anni del volemose bene a cavallo del Covid la parola più sexy del mondo era diventata SOSTENIBILITA’, e ESG era l’acronimo più importante per qualunque azienda del mondo.
Sostenibilità ambientale, responsabilità sociale, diversity and inclusion e così via sembravano diventate ad un certo punto la prima cosa a cui un’azienda dovesse far fronte.
Nel mondo degli investimenti, ovviamente, ESG era diventato il bollino di qualità da appicciare sopra un fondo o un ETF per certificarne il valore aggiunto e la superiorità morale.
A partire dal 2018, il potentissimo CEO di Blackrock Larry Fink era diventato il volto pubblico dell’ESG globale.
Ogni anno, nella sua lettera ai CEO, martellava sempre sugli stessi messaggi: sostenibilità, purpose, responsabilità sociale delle imprese e così via.
Il messaggio centrale era: le aziende che non tengono conto di ambiente, società e governance non saranno competitive nel lungo periodo e BlackRock, in quanto grande azionista, userà il proprio potere di voto per spingere in questa direzione.
Ma ovviamente non era un tema etico, ma una questione di rischio finanziario di lungo periodo.
Cioè clima, capitale umano, governance erano tutti fattori che avrebbero potuto incidere sulla capacità di un’azienda di generare cash flow nel tempo.
Però poi questo messaggio si trasformò in una sorta di crociata morale della finanza.
Tra il 2019 e il 2021 ci fu il culmine di questo trend:
Da un lato afflussi enormi di capitali nei fondi ESG portò alla proliferazione di prodotti “green” sempre più vaghi e sempre più simili ai benchmark tradizionali.
Dall’altra ci fu politicizzazione del tema, soprattutto negli Stati Uniti, dove divenne uno dei simboli dell’ala più left wing.
Come era facile prevedere, l’etichetta ESG divenne spesso una forma di “greenwashing”, una markettata fatta da aziende e fondi per apparire buoni e giusti contro i brutti e cattivi che sporcano e inquinano.
Poi a partire dal 2022–2023, Fink cambiò idea, iniziando forse ad annusare la crescita dei MAGA e una futura amministrazione di segno opposto a quella di Biden.
O forse semplicemente capì che c’erano più soldi da fare lanciando ETF su Bitcoin e sul Private Equity e quindi cambiò focus.
La parola ESG venne usata sempre meno e lui disse che il motivo è che era diventato un concetto ideologico, mentre inizialmente era inteso come un valore differenziale per le aziende in grado di crescere in maniera sostenibile, ritenendo che quelle che non lo avrebbero fatto avrebbero avuto sempre più difficoltà a generare utili.
Comunque sia, a volte mi chiedete se investire in ETF etichettati come ESG permetta di rispecchiare meglio alcuni principi etici, legati in particolare al rispetto per l’ambiente e all’esclusione di alcune attività controverse.
Però la verità è che ESG, SRI e compagnia bella sono diventati, in larga parte, più marketing che sostanza.
Non erano nati per “salvare il mondo”, ma con l’idea di ridurre l’esposizione a rischi non finanziari che possono diventare finanziari: rischi regolatori, reputazionali, legali, di governance e di preferenze dei consumatori.
Però nel tempo sono stati venduti come se fossero il certificato IGP di investimento buono.
Qualcuno ricorderà che quando era venuto Gene Fama da noi alla fine del 2024, gli chiesi cosa ne pensasse dell’investimento ESG e lui ne pensava il peggio possibile, spiegando che soprattutto nelle università americane, dove ci sono centinaia di miliardi di dollari investiti nei loro enormi Endowment, fosse in atto un forte “backlash” disse, una forte reazione contro l’ESG, perché gli investitori dicevano: “ma chi sei per dirmi in cosa devo investire? Per dirmi che ci sono aziende buone e aziende cattive?”.
Perché, la verità, è che pure i ranking ESG, che potete trovare per esempio nelle schede informative degli ETF, sono piuttosto arbitrari.
Esiste un paper del 2021 prodotto da ricercatori dell’MIT e pubblicato sul Review of Finance che ha fatto vedere che c’è un’ampia divergenza nei rating ESG forniti da vari provider, come Moody’s, S&P Global, MSCI e così via.
Per esempio mentre i Rating di S&P e Moody’s sono abbastanza correlati tra loro, anche se non perfettamente, quelli di MSCI hanno una correlazione bassissima sia con Moody’s che S&P.
Cosa vuol dire questa cosa?
Vuol dire che partendo dagli stessi dati disponibili, i diversi index provider arrivano a rating ESG molto diversi tra loro.
La stessa azienda può risultare eccellente per un provider e mediocre o pessima per un altro, perché cambiano i criteri di misurazione e i pesi attribuiti a ciascuna variabile.
Cioè non esiste un “vero” ESG che qualcuno sbaglia a calcolare.
Ci sono metriche diverse che misurano cose diverse.
Il risultato pratico è che molti fondi ESG finiscono per assomigliare ai fondi tradizionali, con qualche esclusione simbolica e soprattutto un marketing rassicurante.
Ora, due domande:
UNO: investire in ESG è un modo per coordinare valori e rendimenti attesi?
Con ogni probabilità no, perché la selezione dei titoli è completamente arbitraria e dipende da qualche provider di indici uno pesca.
DUE: investire in strumenti ESG è sinonimo di maggior ritorno atteso?
Beh, la cosa è abbastanza difficile da dimostrare.
A dicembre è stato pubblicato un articolo sull’International Journal of Financial Studies – e per una volta sono felice di citare ricercatori italiani, perché l’articolo è stato prodotto dall’Università di Brescia e dalla SDA Bocconi – dedicato a capire se effettivamente i fondi ESG sovraperformino o sottoperformino i benchmark.
La conclusione a cui giungono è che non ci sia alcuna sovraperformance o sottoperformance significativa.
Loro sostengono che questo dimostrerebbe che uno può investire in maniera allineata alle proprie convinzioni etiche senza sacrificare performance.
Ho qualche dubbio su questo.
Cioè credo al 100% ai risultati della ricerca, ma non sono d’accordo su questo corollario perché faccio fatica a trovare evidenze del fatto che pescare un fondo esg, fondamentalmente in maniera casuale, possa rispecchiare un sistema di valori personali – visto il modo arbitrario con cui vengono attribuiti i rating esg.
Ma su questo ci torniamo tra poco.
Vediamo invece qualche esempio di investimento ESG/SRI o simili sull’MSCI World.
Ne ho preso 4 a caso, tutti di MSCI – quindi senza il problema dei diversi criteri di misurazione di differenti index provider – e poi li ho confrontati con l’MSCI world classico.
Vedete?
Dal 2019 ad oggi i risultati sono abbastanza dispersi:
L’MSCI World ha reso 122%
SRI e ESG Enhanced hanno reso meno, 111% e 115%
ESG e Screened hanno reso di più, 128 e 130%.
Risultati del tutto casuali quindi.
Se però andiamo a guardare la composizione di questi fondi scopriamo una cosa interessante.
I due fondi che hanno performato meglio sono quelli più concentrati e che quindi negli ultimi 10 anni hanno beneficiato maggiormente della sovraperformance delle società più grandi.
Non è probabilmente un caso che l’MSCI World ESG, il più performante di tutti, abbia più del 10% solo su Nvidia.
Ora, detto tutto questo, allarghiamo un attimo lo sguardo.
Perché il punto fondamentale da cui siamo partiti è che forse la domanda sull’investimento ETICO è proprio mal formulata.
Intanto diciamo una cosa, per tranquillizzare tutti: Quando investi in azioni quotate, nella stragrande maggioranza dei casi non stai finanziando l’azienda, stai comprando titoli da un altro investitore sul mercato secondario.
È vero che se un’azienda emette nuove azioni sul mercato, come abbiamo detto nell’episodio 288, si finanzia ad un costo del capitale più basso.
Ma in generale quello che accade è che due investitori si scambiano un titolo senza particolare impatto sulla price action.
Anche se milioni di investitori decidessero di vendere o comprare un certo titolo, questo non ha subito un impatto diretto sulle attività dell’azienda sottostante:
Se tanti vendono il prezzo scende (e magari la società fa qualche buyback), ma questo non sottrae risorse all’azienda; casomai aumenterà il costo del capitale per finanziarsi in futuro.
Se invece tanti comprano, il costo del capitale scende, ma non è che l’azienda diventa automaticamente più ricca.
Certo, se un numero elevato di investitori disinveste o non investe sistematicamente in certe società – mettiamo società nel settore dei combustibili fossili – allora cosa succede:
Il prezzo dell’azione scenderebbe significativamente nel tempo;
Prezzo basso = rendimento richiesto alto per l’investitore e alto costo del capitale per la società per finanziarsi tramite equity;
Ad un certo punto se alla società costa meno fare interventi per “ripulirsi” ed essere più green di quanto è aumentato il costo del capitale per finanziarsi, allora potrebbe essere incentivata a darsi una pennellata di verde.
Ma è una cosa che ovviamente non è così meccanica e non dipende certamente dal singolo investitore.
Quindi la prima cosa da dire è questa: investire o non investire nelle azioni di una certa società non significa automaticamente dare o togliere risorse a quella società.
E sicuramente l’effetto è zero con le nostre poche migliaia di euro che potremmo mettere in ciascun singolo titolo.
La seconda cosa, invece, è quella ancora più importante, ossia la cosiddetta: ipocrisia selettiva.
Come dicevamo prima, molti investitori si preoccupano di “non avere in portafoglio” certe aziende, ma nella vita quotidiana utilizzano senza problemi i prodotti e i servizi di quelle stesse aziende.
Questo non rende nessuno moralmente riprovevole.
Ma suggerisce che forse il portafoglio diventa più un luogo simbolico, che non la rappresentazione concreta di come possiamo mettere a terra le cose in cui crediamo.
Terza cosa, che diventa invece finanziariamente rilevante.
È vero che i bollini ESG e simili non sembrano fare alcuna significativa differenza in media sulle performance, però c’è il tema delle cosiddette Sin Stocks, le azioni del peccato, tipicamente nel settore del “vizi”: alcol, tabacco e gioco.
C’è un famoso paper del 2009 proprio sul “prezzo del peccato”, pubblicato sul Journal of Financial Economics,
che ha mostrato che lo stigma sociale su questi settori e alcune limitazioni che vengono imposte ai portafogli istituzionali, come ad esempio quelli dei fondi pensione, portano questi settori ad avere in media un rendimento atteso superiore rispetto a quello di azioni paragonabili.
Il fatto che alcuni investitori non vogliano queste azioni e che altri, soprattutto gli istituzionali, non possano comprarle crea una sorta di effetto value: basso prezzo e alto rendimento atteso con poche possibilità di arbitraggio, perché appunto anche se queste azioni sembrano sottovalutate ci sono meno investitori istituzionali in grado di approfittarne.
In passato si pensava che i prezzi delle azioni peccaminose fossero tipicamente “meno efficienti” perché ci sono di solito meno analisti che le seguono e quindi si creano maggiori opportunità di mispricing.
In realtà nel 2017 David Blitz di Robeco e il leggendario Frank Fabozzi, che insegna alla John Hopkins ed è editor del Journal of Portfolio Management, hanno mostrato che le Sin Stock sono più esposte ai fattori di Fama e French, soprattutto profitability e investment.
Il loro extrarendimento non sarebbe quindi qualcosa di arcano legato alla loro natura maligna, ma tendono ad essere azioni di società con alta profittabilità, basso debito e bassi costi per capital expenditure.
I produttori di sigarette, ad esempio, godono di margini elevati a causa della relativa inelasticità dei prezzi e sono limitati nelle modalità con cui possono far crescere i propri asset.
Non è un caso che l’azione americana più performante di tutti i tempi sia quella di Altria, un tempo nota come Philip Morris, noto brand di tabacco.
Secondo il celebre Stocks for the Long Run di Jeremy Siegel, che è questo qua dietro peraltro, dal 1926 al 2021 la società ha reso il 16% all’anno.
1000 $ nel 1926 sarebbero diventati 1,3 miliardi di dollari, con dividendi reinvestiti.
Per raffronto, gli stessi 1.000 investiti nell’S&P 500 sarebbero diventati appena 8 milioni e mezzo.
Uno dei motivi principali di questa performance spettacolare è stata la continua minaccia legale e sociale sulla testa della società, per via delle progressive restrizioni sulla diffusione, commercializzazione e sul consumo stesso del tabacco.
Questo ha sistematicamente depresso il prezzo, ma utili e dividendi hanno invece raccontato un’altra storia.
Peraltro lo stesso Siegel, nel capitolo su ESG, dice appunto che l’investimento ESG potrebbe richiedere un price premium dovuto alla “soddisfazione psicologica” di possedere certe azioni “virtuose” – cioè potrebbe costare in media di più senza motivi fondamentali, e quindi teoricamente rendere meno.
Lui dice, il rendimento atteso di un’azione conforme a criteri ESG è composto da tre elementi:
I cambiamenti nella futura domanda di investimento ESG;
I cambiamenti nella futura profittabilità delle società ESG-compliant;
E il rendimento di lungo termine inferiore alle attese di queste azioni per la loro valutazioni premium.
Secondo Siegel, quindi, nel lungo termine una società ESG dovrebbe produrre utili nettamente superiori alle attese per ottenere lo stesso rendimento aggiustato per il rischio delle azioni di società non-ESG.
Ora, Siegel scriveva questo nel 2021, all’apice dell’entusiasmo per l’ESG.
Oggi è decisamente più attenuato e scemato.
Ci fosse una corsa forsennata a strumenti solo ESG, naturalmente i prezzi salirebbero, le performance di breve sarebbero eccezionali, ma i rendimenti futuri sarebbero verosimilmente deludenti.
Se invece la domanda di ESG si è fatta più neutrale, allora ciò è coerente con il fatto che ad oggi non si veda alcuna particolare distinzione di performance tra ESG e non ESG.
Ad ogni modo, quello che ho detto sulle Sin Stocks non implica che bisogna investire in società in business controversi, ma solo che bisogna tenere conto che quando in finanza applichi un filtro ai tuoi investimenti, se questo filtro è molto popolare e condiviso allora meccanicamente riduci il tuo ritorno atteso.
Può essere una scelta legittima.
Uno può deliberatamente decidere di volere “guadagnare meno” e di essere compensato per questa minor performance da una coscienza più pulita, diciamo così.
E va benissimo – purché sia noto che raramente esistono decisioni discrezionali di investimento a impatto zero.
Ora, fatto tutto sto giro teorico, la conclusione è: chiudetevi gli occhi e tappatevi il naso, investite in tutto e non pensateci tanto le vostre singole decisioni individuali sono inutili per cambiare il mondo, perché spostate troppi pochi soldi, e potenzialmente dannose per il vostro rendimento atteso?
Vorrei proporre una soluzione etica diversa, introducendo piani non finanziari a questo problema che sembra nascere nel mondo della finanza.
Come dicevamo all’inizio, quello che dobbiamo fare è risolvere un dilemma irrisolvibile tra la visione Deontologica e quella Utilitaristica, tra ciò che è moralmente giusto e ciò che è praticamente utile.
Alla luce di tutto quello che ho detto faccio fatica a trovare una soluzione DENTRO un certo modello di investimento.
Poi se uno vuole investire solo in fondi ESG/SRI o compagnia bella e lo fa stare bene, ottimo, ma non sono convinto che sia davvero una soluzione al problema etico.
Io la vedo così.
La finanza personale è moralmente indifferente, cioè: non è né buona, né cattiva.
È A-morale, non ha una morale.
L’obiettivo dell’investitore è massimizzare l’utilità delle proprie risorse economiche, cercando di ottenere il maggior rendimento in proporzione al profilo di rischio più corretto per la sua situazione personale, i suoi obiettivi e la sua tolleranza psicologica.
In quest’ottica:
ESG o altri filtri di natura non finanziaria sono legittimi se hanno un senso finanziario: se per esempio ritengo che società ESG compliant siano meno esposte di altre a future problematiche di natura legale, ambientale o di preferenze di consumo.
Sono un po’ meno convinto che abbiano valore di per sé.
E questo è il piano utilitaristico: massimizzo la mia utilità soggettiva.
Per salvare il piano deontologico cosa posso fare però?
Posso fare in modo che la mia scelta utilitaristica abbia un impatto eticamente rilevante, molto più rilevante dell’impatto che io povero stronzo con quattro soldi potrei avere decidendo di investire in Tesla perché fa auto elettriche ma non in Chevron perché estrae petrolio.
Vi faccio un esempio.
Non ne ho mai parlato sinora perché è un fatto privato di scarso interesse, ma visto che oggi parliamo di questo lo cito.
Il pac più antico che ho in essere l’ho cominciato nel 2018.
E non è un pac su un portafoglio di ETF, ma si tratta di donazioni mensili, automatiche, che faccio ad Amnesty e Unicef.
Gli importi non sono la parte interessante, il punto è che praticamente da quando ha iniziato a schiarirsi definitivamente la mia visione della finanza personale, contestualmente ho anche cercato di introdurre una piccola forma di “give back” – che però fosse altrettanto automatica e senza sbatti come il mio vero pac sul mio portafoglio.
La cosa ironica è che sono stato molto più meccanico e passivo sulle donazioni che non sul mio vero portafoglio.
A partire da questo esempio scemo, ecco cosa uno può fare:
Imposta il suo bel PAC sul portafoglio che meglio funziona per lui o per lei;
Applica filtri “etici” esclusivamente per ragioni di opportunità finanziaria; e infine
Imposta un PAC per una causa benefica a cui tiene che sia proporzionale al vero PAC.
Per esempio, posso decidere che il 10% del valore del mio PAC va nel PAC di beneficenza, così che man mano aumenta la mia capacità di risparmio, così aumenterà anche il mio contributo benefico.
Se investo 300 € al mese, posso magari decidere di donarne 30 a Save The Children, o Emergency o chi vi pare.
Oppure si può decidere di farlo su iniziative locali nel vostro territorio.
Qual è il razionale dietro tutto questo?
In qualche modo riutilizziamo i due principi di John Rawls, anche se in via solo intuitiva:
Indossiamo il velo di ignoranza: non siamo in grado di dire cosa sia buono e cosa non lo sia nell’ambito dei nostri investimenti;
E applichiamo il principio del minimax: se non sapessi se sono un investitore con dei capitali, o qualcuno meno fortunato, cosa vorrei che venisse fatto?
Vorrei che il mondo fosse meno avido in senso assoluto e che tutto venisse redistribuito? Mmmhhh, astrattamente bello, ma difficilmente realizzabile;
Vorrei invece che ogni investitore avesse un commitment che lo porta a massimizzare le proprie risorse finanziarie così da massimizzare anche la sua capacità di incidere in progetti benefici? Probabilmente sì.
Perché cancellare l’avidità del mondo sembra una cosa teoricamente buona, ma praticamente molto meno desiderabile?
Perché a parole possiamo raccontarci qualunque mondo bellissimo fatto di unicorni e arcobaleni, ma la verità è che la storia ci ha insegnato che la strada giusta non è imporre forzatamente l’uguaglianza di tutti, ma agevolare l’iniziativa individuale volta alla massimizzazione del proprio benessere creando sistemi che a loro volta incentivino a condividere questo benessere.
Tra l’altro facendo qualche ricerca per quest’episodio mi sono imbattuto in una corrente di pensiero che non conoscevo: quella dell’Earning to Give e dell’Effective Altruism, vicino al pensiero del filosofo australiano Peter Singer.
L’idea di fondo è piuttosto semplice, ma anche piuttosto spietata: se vuoi fare del bene, non basta avere buone intenzioni; devi chiederti quanto bene fai davvero, rispetto alle alternative: meno enfasi su come ti senti tu, più enfasi su cosa cambia davvero nel mondo, quindi una prospettiva che giudica la bontà delle azioni dagli effetti.
Quindi diventa importante scegliere consapevolmente attività ad alta capacità di generare risorse, non perché siano moralmente pure, ma perché permettono di finanziare interventi che salvano più vite, riducono più sofferenza, producono più impatto reale.
Non ne so molto, ho letto poche cose in fase di revisione di questo episodio.
Ma in linea di principio mi sembra un sistema di idee coerente con quello che ho cercato di dire oggi.
Lo so, non abbiamo trovato una risposta geniale e completamente soddisfacente al problema di partenza.
Ma forse perché non è davvero un problema.
Del resto io singolo investitore ho principalmente due opzioni:
Fare lo slalom tra titoli e fondi per raccontarmi che sto investendo bene, rinunciando magari a del rendimento;
Oppure investire secondo i principi dell’efficienza di mercato, senza discriminazione alcuna ma lasciando solo che market cap ed eventualmente fattori guidino l’allocazione del mio capitale, cercando così di massimizzare il mio rendimento aggiustato per il rischio e avere maggiori risorse da dedicare a progetti con un impatto tangibile.
La parte deontologica è: mi impegno a fare del bene, soprattutto se ho la fortuna di trovarmi nella parte alta della piramide della ricchezza globale.
La parte utilitaristica invece è: massimizzo il mio rendimento atteso, ma contestualmente massimizzo anche la mia capacità di restituire, aggiustata per quanto voglio restituire.
Perché anche quest’ultimo punto è importante.
Io non sostengo che uno debba necessariamente condividere parte delle proprie risorse.
Se indossasse il velo di ignoranza probabilmente vorrebbe che ciò in media venisse fatto.
Ma è anche giusto farlo secondo la propria sensibilità, che è diversa per ciascuno di noi.
In definitiva: sì può investire in modo ETICO? Sì e NO.
NO: se intendiamo “investire solo in aziende oggettivamente buone”, perché è praticamente impossibile dare questa definizione;
Sì: se consideriamo i nostri investimenti parte di un meccanismo virtuoso che può incrementare la nostra capacità, oggi o nel futuro, di usare le nostre risorse per dare impatti tangibili in cause a cui crediamo.
Bene cari miei, fine dell’episodio di oggi.
Spero vi sia piaciuto e che vi abbia risolto qualche dilemma morale dandovi invece anche qualche spunto utile per dare una connotazione virtuosa alla vostra avida ambizione di ricchezza.
Nel frattempo vi invito come sempre a mettere segui e attivare le notifiche su Spotify, Apple podcast e Youtube per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi parlano di Kant, Mill e Rawls per salvare le nostre coscienze morali mentre cerchiamo di massimizzare il nostro Sharpe Ratio sempre nuovi.Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo lunedì prossimo con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente con The Bull – il tuo podcast di finanza personale.
Recensioni
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025