Addio MSCI World? Dimensional è arrivata in Europa

Per anni l’MSCI World è stato il punto di riferimento per investire in azioni globali. Ma oggi stanno arrivando in Europa ETF diversi, firmati Dimensional e Avantis, che applicano in modo sistematico i risultati della ricerca accademica: size, value e profittabilità.
In questo episodio parliamo di cosa cambia rispetto a un ETF tradizionale, perché questi strumenti non sono né davvero attivi né puramente passivi, e quali compromessi comportano: costi, tracking error e ciclicità dei fattori.

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Addio MSCI World? Dimensional è arrivata in Europa
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281. Addio MSCI World? Dimensional è arrivata in Europa

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Trascrizione Episodio

281. Addio MSCI World? Dimensional è arrivata in Europa

Bentornati a The Bull – il tuo podcast di finanza personale.

Per i 280 episodi prima di quello che vi state apprestando a guardare o ascoltare ho citato ossessivamente per centinaia di volte l’indice azionario globale, l’MSCI World o l’MSCI All Country World se ci aggiungiamo i mercati emergenti.

Il motivo è ovvio e banale: teoria finanziaria alla mano, il punto di partenza per l’investitore medio in azioni è un indice di azioni globali pesati per la loro capitalizzazione di mercato.

Con l’ascoltatore appassionato di The Bull potrei fare mille discorsi su quale possa essere il portafoglio migliore, su quali mercati sovrapesare o sottopesare, sul factor investing, sull’esposizione valutaria e compagnia bella.

Ma ad uno qualunque dei miei numerosi amici o conoscenti che di finanza non capisce una beneamata mazza e che nonostante il modesto successo di chi vi parla se n’è guardato bene dal provare a imparare due cose sull’argomento direi: se vuoi investire in azioni, parti da un indice globale, in cui ciascuna azione è rappresentata in base al peso del suo valore di mercato – e buonanotte.

Si possono fare tutte le discussioni del mondo su quest’argomento, però in sé e per sé la teoria finanziaria è piuttosto chiara: in assenza di un vantaggio informativo o di una chiara capacità di sfruttare le poche inefficienze del mercato, investire nel mercato azionario pesato per capitalizzazione è ciò che teoricamente massimizza il mio rendimento atteso in proporzione al rischio che mi assumo.

Ovviamente questo è vero ex-ante, non ex-post.
Cioè:
In assenza di altre informazioni, la posizione neutra dell’investitore medio in azioni è il mercato pesato per capitalizzazione, che per altro – come noto – resta generalmente un benchmark molto difficile da battere da parte di investitori attivi che invece provano ad ottenere una performance superiore in proporzione al rischio assunto.

Ovviamente a posteriori è invece un discorso diverso, perché ogni anno può succedere di tutto sui mercati. Ma il punto è che siccome il 99,99% degli investitori non ha il benché minimo vantaggio competitivo, il suo rendimento ATTESO viene massimizzato investendo nel mercato così com’è.
Un’onesta professione di umiltà per chi non può permettersi quell’arroganza di cui ci aveva parlato Cliff Asness – l’arroganza necessaria per ogni investitore attivo chi pensa di avere lui ragione e tutti gli altri torto.

Quello che abbiamo detto finora è – in estremissima sintesi – la base base base dell’investimento in ETF che replicano indici:
si paga un costo bassissimo
si ottiene il market return, il rendimento del mercato.

Il deal migliore del secolo.
Quando gli americani parlano di mercato pensano al loro US stock market, perché il resto del mondo non se lo cacano proprio.
Ma per noi, non americani, il benchmark di riferimento è più tipicamente il mercato globale:
indici come l’MSCI World o il FTSE Developed World se vogliamo limitarci ai 23-24 Paesi considerati sviluppati;
indici come l’MSCI All Country World o il FTSE All World se vogliamo considerare l’intero mercato azionario dei 46 Paesi sviluppati ed emergenti.

Quindi, a chiunque mi chiedesse una risposta di tre secondi su come investire i propri soldi in azioni, questa risposta probabilmente sarebbe: fatti un piano di accumulo su un ETF che replica un indice azionario globale.

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In questi anni abbiamo parlato spesso del fatto che per la maggior parte degli strumenti di investimento a gestione attiva è veramente complicato ottenere del rendimento supplementare. L’ultima volta che ne abbiamo parlato è stato nell’episodio 269, a cui vi rimando se volete una disamina dettagliata sui perché e i percome.

In parole povere, però, un ETF sull’azionario globale tende a fare meglio di oltre 9 fondi attivi su 10 che hanno come benchmark l’azionario globale per questi motivi:
il primo sono i costi: se un ETF globale costa 0,2% mentre un fondo azionario costa 2%, serve che questo faccia una sovraperformance mostruosa e continuativa solo per andare in pari;
il secondo è il principio dell’aritmetica di Sharpe: il rendimento medio di tutti gli investitori attivi è il rendimento medio del mercato meno i costi. Per definizione, solo una parte minoritaria degli investitori che deviano dal portafoglio di mercato può ottenere un vantaggio. Una volta che però togli i costi, resta una percentuale esigua di investitori attivi che fanno così bene da ottenere extra rendimento al netto dei costi e del rischio assunto;
il terzo è che un fondo attivo di successo tende ad attrarre investitori, ma più diventa grande, più diventa difficile sovraperformare; quindi, in qualche modo il successo iniziale di un fondo attivo predice la sua sottoperformance futura;
il quarto motivo è che la competenza di un investitore attivo è praticamente indistinguibile dalla fortuna. Per poter stabilire che un certo fondo ha battuto sistematicamente il mercato grazie alla competenza del suo gestore servono decenni – di conseguenza è praticamente impossibile identificare in anticipo quei gestori di eccellenza che in futuro riusciranno nella rara impresa di battere il mercato in cui investono.

Ci saranno anche altre motivazioni, ma tanto ste robe le sappiamo, quindi ci fermiamo qui.

Se non che…
Se non che…
Se non che effettivamente c’è qualcuno che, nonostante le impietose statistiche di S&P che ogni anno decretano l’ecatombe dell’investimento attivo rispetto a quello passivo, è storicamente riuscito ad ottenere performance sensazionali in maniera ripetibile e con una formidabile costanza.

Chi è Dimensional Fund Advisors

Stiamo parlando di una società diventata leggenda nella storia della finanza moderna: Dimensional Fund Advisors.

E ne parliamo oggi, con una lucina che mi brilla negli occhi, perché finalmente da novembre sono arrivati i primi due ETF di Dimensional in Europa, dopo che per decenni sono rimasti disponibili solo per gli investitori americani.

La storia di Dimensional è estremamente affascinante e meriterebbe un episodio a parte.
Diciamo solo che sono a tutti gli effetti un’emanazione di quella straordinaria fucina di geni della finanza che è l’Università di Chicago.
David Booth

ha fondato Dimensional dopo aver studiato a Chicago sotto mostri sacri come Robert Merton
e soprattutto Eugene Fama,

entrambi poi divenuti membri rilevanti dell’investment committee di Dimensional, con Fama che per anni sedette nel board.

Si tratta di un esempio emblematico di applicazione chirurgica della teoria finanziaria nella costruzione di soluzioni di investimento che – oh, niente da dire – da decenni funzionano quasi come un orologio svizzero.

Negli ultimi 20 anni l’84% dei loro fondi azionari e obbligazionari hanno battuto i propri benchmark, contro una media del 16% per quanto riguarda i fondi comuni di investimento negli Stati Uniti.

Non stiamo quindi parlando di performance casuali, ma di una sistematica capacità di sfruttare dei vantaggi competitivi che in larga parte derivano dalla teoria finanziaria, per ottenere del rendimento supplementare rispetto agli indici di riferimento.

Si tratta quindi di strategie di investimento che sono state pensate per sovraperformare e che spesso hanno sovraperformato proprio per i motivi previsti dall’impianto teorico che c’era alla base della loro costruzione.

E non stiamo parlando di prodotti di nicchia.
Dimensional ha oltre 800 miliardi di dollari di asset under management – parliamo di un colosso.

Negli Stati Uniti è considerato in qualche modo la versione supersayan di Vanguard.
Vanguard è la società leggendaria che ha democratizzato l’investimento diffondendo su larga scala i fondi indicizzati a basso costo;
Dimensional è la società che ha preso il buono di Vanguard, mantenendo fondamentalmente un impianto di fee piuttosto basso, e l’ha portato al livello successivo.

Perché DFA ha avuto successo

Perché Dimensional ha avuto questo formidabile successo?
E per formidabile intendo proprio formidabile.
La Business School di Chicago si chiama Booth School of Business, proprio perché Davide Booth, il fondatore di Dimensional, fece una donazione alla sua Università che tanto gli aveva insegnato e tanto gli aveva dato, di 300 milioni di dollari nel 2008.

Dedicargli il nome dell’intera scuola, in effetti, era il minimo.

Dicevo, veniamo però alla domanda delle domande: perché Dimensional è riuscita ad avere così tanto successo e così a lungo?

Cominciamo intanto a capire dove si colloca Dimensional nel panorama dell’asset management, considerando due variabili: la filosofia di investimento e l’implementazione, che in entrambi i casi possono essere attive o passive.

Filosofia attiva e implementazione attiva = sono i tradizionali fondi comuni di investimento a gestione attiva, che si basano su selezione discrezionale dei titoli e market timing;
Filosofia passiva e implementazione passiva = sono invece gli index fund e gli etf a là Vanguard per intenderci – ciò che in questo podcast ci piace tanto considerare il cuore del portafoglio per investitore medio;
Filosofia attiva e implementazione passiva = è quella tipica di strumenti che fanno trend following oppure ETF con strategie quantitative;
Filosofia passiva e implementazione attiva è invece dove si colloca Dimensional.

Cosa significa?
Significa che Dimensional parte dal mercato e ne rispetta l’efficienza informativa e i presupposti teorici, ma allo stesso tempo fa due cose:
A livello generale applica delle strategie sistematiche che hanno un maggior rendimento atteso;
Mentre a livello di microstruttura, non segue le regole degli indici, ma fa tutte le sue operazioni interne di compravendita dei titoli e di ribilanciamento in maniera iperefficiente, così minimizza tutti quei costi operativi tipici degli indici che hanno regole piuttosto rigide sia di inclusione o esclusione dei titoli e momenti precisi per ribilanciare.

Spieghiamo velocemente queste due cose.

A livello strategico, Dimensional applica in maniera magistrale la teoria alla base dal factor investing.
Ora, per chi mi segue da un po’ il factor investing è cosa assolutamente nota.
Per chi è capitato qui per caso consiglio per esempio l’episodio 242, il video su YouTube: “la guida definitiva al factor investing”, oppure la terza parte del mio libro Investire senza dubbi.

Per farla super breve, comunque, a beneficio dei nuovi amici di The Bull che non avevano niente da fare e per qualche motivo si sono messi a guardare questo video, la questione è questa:
Alle origini della teoria finanziaria, con il Capital Asset Pricing Model era stato definito che il rendimento atteso di un’azione fosse legato alla sua covarianza rispetto al rendimento del suo mercato di riferimento. Detta ancora più facile e alla buona: il rendimento atteso era proporzionale alla sensibilità di quell’azione rispetto al rischio sistematico del mercato, e il rischio era misurato guardando la sua volatilità. Un’azione americana con un prezzo più volatile rispetto alla media del mercato azionario americano avrebbe dovuto avere un rendimento atteso maggiore e viceversa.
Secondo il CAPM c’era quindi un solo fattore a spiegare perché alcune azioni rendevano di più altre di meno e questo era la sensibilità al premio al rischio del mercato, cioè a quanto il mercato rendeva in eccesso all’interesse senza rischio di un titolo di Stato.
Questa sensibilità è generalmente chiamata Beta.

Poi però nel tempo si è scoperto che sta roba non funzionava sempre bene e che c’erano tanti altri fattori che spiegavano perché alcune tipologie di azioni rendevano in media di più e altre di meno.
I primi due fattori che si sono affermati, soprattutto grazie al lavoro di Gene Fama e di Ken French, sono stati: dimensione e rapporto tra prezzo e valore contabile.

Le società più piccole, le small cap, tendevano a rendere di più di quelle più grandi;
Mentre le società con un prezzo basso rispetto al valore patrimoniale della società, le cosiddette società value, tendenvano a rendere di più di quelle con caratteristiche opposte, dette growth.

Quindi non c’era solo il fattore “rischio di mercato”, ma c’erano anche altri due fattori di rischio indipendenti: la dimensione delle società e il rapporto tra prezzo dell’azione e book value, valore contabile.

Robert Novy Marx, poi, nel 2013, fece notare che anche le società che avevano una profittabilità elevata rispetto al valore degli asset tendevano a rendere di più di quelle che invece facevano profitti lordi proporzionalmente più bassi.

Questo nuovo fattore divenne noto come profitability, come redditività.
Per quanto strano possa sembrare, le società che fanno profitti più elevati rispetto al valore dei propri asset tendono a rendere di più nonostante abbiano generalmente dei prezzi più elevati.

Ci sarebbe poi un altro importantissimo fattore che è il momentum, scoperto nel 1993 da Jeegadesh e Titman, proprio mentre il nostro amico Cliff Asness stava scrivendo la sua tesi di dottorato sulla stessa cosa.
In pratica anche le azioni il cui prezzo era cresciuto di più negli ultimi 6-12 mesi tendevano a sovraperformare il mercato nei 6-12 mesi successivi.

E in tempi più recenti si è scoperto che anche le azioni a bassa volatilità avevano in media un rendimento adeguato al rischio superiore a quello del mercato, in aperta contraddizione con la teoria finanziaria classica.

Ora, per capire perché tutti questi fattori funzionano, cioè perché le società con certe caratteristiche dovessero performare meglio o peggio rispetto ad altre, si possono dare due tipi di spiegazione.

Una è Risk-based, cioè: gli investitori razionalmente ritengono certe società sistematicamente più rischiose e quindi vogliono pagarle di meno perché richiedono un rendimento superiore. Richiedere un rendimento superiore o pagare un prezzo inferiore è ovviamente la stessa cosa.

L’altra è comportamentale, cioè: gli investitori sono soggetti a bias, a distorsioni emotive, e quindi non prezzano correttamente le azioni. Certe azioni renderebbero di più perché gli investitori tendono a sovrareagire o sottoreagire a determinate informazioni sul mercato.

Le spiegazioni di tipo razionale, risk-based, si applicano piuttosto bene per small cap e società value: queste hanno reso mediamente di più in passato, perché possono ragionevolmente essere considerate più rischiose.
Il fattore profittabilità già è un filo più complicato, ma si potrebbe pensare che le società maggiormente profittevoli sono esposte al rischio macroeconomico di lungo termine – cioè alla crescita strutturale dell’economia in generale, che è un fattore non diversificabile – e quindi si tratterebbe un rischio a sé stante, diverso dal rischio del mercato, per cui gli investitori richiedono più rendimento.

È molto più complicato invece spiegare cose come momentum o low volatilty con argomentazioni razionali, e infatti qui prevalgono principalmente spiegazioni comportamentali.
Sempre Cliff Asness, grande fan di fattori come Momentum e low volatilty, nella nostra recente intervista disse che nel corso degli anni si era sempre più spostato verso il lato comportamentale.

Diciamo che la scuola di Chicago, dove la finanza come disciplina rigorosa è nata e dove Gene Fama ha stabilito l’ipotesi dei mercati efficienti, è invece molto più orientata al primo tipo di spiegazioni.
Non stupisce quindi che Dimensional abbia preso alla lettera la teoria razionale dei fattori e abbia puntato su quelli classici di Fama, French e Novy Marx: dimensione, rapporto tra prezzo e valore contabile e profittabilità.

A partire da questo framework teorico ha così costruito dei portafogli che partono dal mercato pesato per capitalizzazione, ma poi enfatizzano le società che esprimono maggiormente questi tre fattori.

Il risultato comunque è stato eccezionale, perché sono riusciti a prendere la teoria finanziaria, l’hanno messa a terra in maniera replicabile e hanno creato strumenti che in effetti il più delle volte hanno ottenuto quella sovraperformance che la teoria aveva previsto.

Quindi questo a livello generale, anche se poi i criteri che usano per definire Size, Value e Profitability non sono esattamente quelli accademici ma sono parzialmente modificati per applicarsi meglio ai casi reali, perché i paper di ricerca a volte si basano su premesse teoriche che un po’ più astratte rispetto a quel che succede realtà.

Il secondo vantaggio competitivo, invece, è a livello di implementazione.
Qui i fondi di Dimensional fanno tre cose:
Non essendo vincolati ad un indice, ogni giorno adattano i portafogli alle variazioni delle informazioni, nel rispetto delle regole previste da quello che abbiamo detto poco fa sui fattori di maggior rendimento atteso;
Poi comprano e vendono azioni ogni giorno in base a queste informazioni, scegliendo di sovrapesare oppure di escludere alcune società, che invece in un indice sono rappresentate in modo rigido;
E infine scelgono i momenti più opportuni per fare trading evitando la pressione sui prezzi che possono avere gli indici. Per esempio si sa che gli indici fattoriali di MSCI ribilanciano in maggio e novembre – e quindi in quei momenti le azioni in entrata nell’indice potrebbe avere prezzi temporaneamente più alti e viceversa quelli in uscita. Oppure stessa cosa quando si sa che una certa società uscirà dall’S&P 500 e un’altra entrerà.
Un fondo passivo deve seguire queste cose alla lettera.
I fondi di Dimensional si posizionano in maniera tale da sfruttare positivamente queste microdinamiche, che però nel tempo sono una fonte di extra rendimento.

In estrema sintesi, quindi, le due ragioni dietro lo straordinario successo di Dimensional sono:
Un’applicazione rigorosa della teoria finanziaria sui fattori e
Un’efficace metodologia di implementazione.

Ora attenzione ad una cosa molto importante.
Questo non significa che i fondi di Dimensional battano SEMPRE e COMUNQUE i propri benchmark.
Non esiste niente al mondo che possa fare questo.

Questi sono fondi con un intrinseco tilt verso value e small cap, filtrati per il criterio di profittabilità: cioè cercano di sovrapesare nei portafogli società mediamente più profittevoli della media che possono godere di un premio per il fatto di essere più piccole e il cui prezzo rispetto ai fondamentali di bilancio è più basso.

Ma in quelle fasi di mercato – come in tempi recenti – in cui per un certo periodo le Large Cap Growth dominano – e le Magnifiche 7 sono un esempio eminente – è chiaro che in quelle fasi fondi di questo tipo non possono sovraperformare, o comunque non sempre.

Investire in fondi che applicano questo tipo di logica richiede una prospettiva di lungo termine piuttosto paziente per catturare l’extrarendimento che si propongono di far ottenere – ma ovviamente è una cosa molto diversa dal pensare che se compro un ETF di Dimensional ALLORA ogni anno farò meglio del mercato.

Dimensional sbarca in Europa

Ora, veniamo all’attualità – che poi è il motivo per cui ho fatto l’episodio.

A partire dallo scorso novembre Dimensional ha lanciato questi due ETF in Europa:
Un ETF sull’azionario dei Paesi Sviluppati, che si chiama Global Core Equity

E uno sulle small e mid cap Value Globali.

Per la cronaca, sono quotati su Xetra.
Di per sé non sarebbe un problema, ma non hanno ancora incluso l’Italia tra i Paesi in cui può essere distribuito, spero che sia questione di pochi mesi.

Ora, il secondo sarebbe proprio quello più in linea con la specialità della casa, perché va ad investire esattamente in società small value per tutti i motivi che abbiamo spiegato sopra.
È però un fondo che al momento ha circa 12 milioni di asset under management, quindi diciamo che non ha proprio i requisiti che consideriamo ideali per un ETF.
Anche perché non è solo il fatto della dimensione, ma anche il sottostante non è così liquido come l’MSCI World.

Il primo invece è nato già grande, dato che nel momento in cui uscirà questo video probabilmente sarà vicino ai 600 milioni di asset under management, quindi assolutamente investibile.

Vediamo le caratteristiche principali, anche se giustamente Dimensional non è che dia tantissime informazioni liberamente.

Intanto gli obiettivi del fondo.
Viene chiaramente dichiarato che il fondo cerca di enfatizzare società più piccole, value e con alta profittabilità – i tre fattori che abbiamo richiamato oggi.

In secondo luogo ci sono delle indicazioni riguardo all’implementazioni.
Sempre nel KID si dice che la composizione del fondo può cambiare in base ad una serie di circostanza.

Per esempio:
Il numero di azioni outstanding, cioè liberamente disponibili sui mercati;
La liquidità dei sottostanti;
E anche il momentum dei prezzi – che tra l’altro è interessante, perché questi non sono fondi specifici sul fattore momentum, ma tengono conto della direzione di breve termine dei prezzi per prendere decisioni di compravendita dei sottostanti.

Tutto ciò porta ad una deviazione nella composizione del fondo rispetto all’MSCI World, che è l’indice benchmark.
Le prime 10 società sono le stesse, ma il peso è nettamente inferiore.
Le magnifiche 6 più Broadcom, JpMorgan e Eli Lilly pesano poco più del 17% del totale.

Nell’MSCI World queste società pesano invece più del 27%
Non c’è invece una particolare differenza sull’esposizione geografica, visto che anche qui gli Stati Uniti pesano il 71% del totale.

È forse più interessante guardare invece i settori:
La gerarchia non cambia, Tech è sempre il primo settore, Finanziari il secondo e industriali il terzo.
Cambiano però i pesi.
Tech pesa 20% contro il 27% dell’MSCI World mentre
Gli industriali pesano 14% invece di 11%
E in generale sono più pesanti settori più tradizionali come utilities, materie prime e immobiliare.

Rispetto ad un indice fattoriale value quindi non vige il principio della neutralità settoriale, ma Dimensional è libera di pesare ciascun settore come vuole.

È evidente però che la scelta non è puramente discrezionale:
Si parte dal mercato e
Poi si applicano dei tilt in base ai filtri fattoriali.

Se però volessimo sintetizzare le varie differenze di approccio con il dato più significativo, credo che questo sia il rapporto medio tra i prezzi e il valor e contabile: 2,77 contro 3,89.
Rispetto al valore patrimoniale medio delle società, i prezzi delle società nel fondo di Dimensional sono del 30% più economici.
Non è necessariamente una garanzia di sovraperformance, lo sappiamo bene.
Ma sappiamo anche che nel lungo termine, il tuo rendimento dipende soprattutto da ciò che NON paghi.

Unica nota marginalmente negativa è il TER.
Costa 0,3% contro lo 0,15-0,2% dei più classici ETF sull’MSCI World.
Però siamo in linea con il tipico 0,3% degli ETF fattoriali.

È uno strumento molto interessante.
Non tanto perché è un ETF attivo sull’MSCI World con qualche deviazione, ma proprio per il fatto che viene emesso da quella che forse è la migliore società del mondo nell’interpretazione pratica della teoria finanziaria accademica.

DFA vs Avantis

Prima di fare qualche considerazione pratica, secondo vale la pena fare un accenno all’unico vero competitor globale di Dimensional, che è senza dubbio Avantis.

Le storie delle due società sono collegate fin nel loro DNA.
Avantis è la divisione di American Century Investments lanciata da Eduardo Repetto, che in effetti in precedenza era stato co-CEO di Dimensional e che poi ha deciso di portare in Avantis l’impostazione di fondo di Dimensional, ma con una declinazione forse un po’ più aggressiva e un po’ più spinta sui fattori size e value.

Come vi avevo già detto, dal 2024 sono disponibili in Europa anche 3 ETF di Avantis:

Uno globale
Uno sulle small cap value globali e
Uno sui mercati emergenti

Se prendiamo il loro ETF globale si nota facilmente qualche differenza rispetto all’equivalente di Dimensional, soprattutto a livello di esposizione settoriale.

Qui i titoli finanziari sono i più rappresentati nel portafoglio, mentre il Tech pesa appena il 19% contro il 27% dell’MSCI World.

L’enfasi su società più piccole e value si nota anche dal fatto che sono sovrapesati titoli nel settore energetico, manifatturiero e materials.

In termini di rapporto medio tra prezzo e valore patrimoniale, invece, l’ETF di Avantis risulta leggermente più costoso di quello di Dimensional:

Quello che avevo invece già citato e neanche troppo velatamente lodato nell’episodio 266, sul perché non investo in Small Caps, è proprio l’ETF di Avantis sulle Small Cap Value – che peraltro, per quanto ne so, è l’unico ETF UCIST sulle small cap value globali, almeno di una certa dimensione.

Ora, ovviamente è impossibile dire se siano meglio gli strumenti di Avantis o di Dimensional:
Dimensional ha molta più storia e per essere una società che punta sul factor investing, avere avuto per decenni nel board uno dei padri del factor investing, il nostro eroe Gene Fama, sicuramente aiuta.
Fama a parte, diciamo che l’approccio di Dimensional è più morbido, più vicino al mercato ed è aderente alla teoria finanziaria nell’implementazione delle logiche fattoriali ma mette molta enfasi sulla minimizzazione di costi e frizioni dovuti all’implementazione.

Avantis però è pur sempre stata creata da uno che era il Co-CEO di Dimensional, quindi mi sento di dire che ciò che di buono vale per uno vale per l’altro. Probabilmente il taglio di Avantis è un po’ più aggressivo sui fattori, fa strumenti un po’ più concentrati e diversamente da Dimensional mi sembra che guardi di più anche al momentum come criterio di selezione dei titoli.
Per essere più precisi, DFA usa il momentum principalmente per ritardare una vendita (per esempio può dire: “il titolo X è diventato growth, dovrei venderlo, ma sta salendo forte, quindi aspetto”), riducendo il turnover. Avantis invece tende a usarlo in modo più attivo per l’ingresso e l’uscita dei titoli, il che spiega il turnover leggermente più alto.

Tutto ciò mi porta a ragionare in questo modo:
Se voglio un ETF globale all-in-one, con tilt fattoriale incorporato, mi fido di Dimensional e ho pazienza e stomaco per sopportare anni in cui magari società ipercostose continueranno a dominare, allora Dimensional Globale Core può essere un’idea. Ma naturalmente nessuno vieta di andare su quello di Avantis, che al 90% da la stessa cosa.
Abbiamo detto delle differenze:
Dimensional è più vicino alla composizione settoriale dell’MSCI World
Avantis prende decisioni un po’ più forti

Full disclosure: mia figlia, dal giorno 2 che ha al mondo, ha un PAC sull’MSCI World. Appena quell’ETF di DFA sarà acquistabile anche in Italia, quel PAC sarà interrotto e inizierà un PAC dello stesso importo mensile sull’ETF Globale di Dimensional.
Magari per quando sarà uscito questo video sarà già disponibile.

Se invece voglio un ETF che abbia specificatamente di mira società Small Value, allora in Europa lo strumento di Avantis sulle Small Value Globali sarebbe forse la mia prima scelta, fosse anche solo per il fatto che il Global Targeted Value di Dimensional è ancora molto piccolino.

Full disclosure anche qui: nonostante vi abbia già detto in passato che non sono un grande fan delle small cap, ho anche sempre detto che se mai avessi investito in small cap, l’avrei fatto con uno strumento di Avantis o di Dimensional.
Per coerenza con quanto ho scritto in quest’episodio, mi sembrava corretto avere skin in the game e avere dei soldi investiti anche qui.

Naturalmente non è in alcun modo un consiglio d’investimento, altri vi invito a non seguirmi in nulla di quello che faccio e a mettere in discussione ogni parola che dico.

Se vi è tutto chiaro e credete sia giusto investire in questi strumenti bene, altrimenti per nessuna ragione al mondo dovete investire in qualcosa perché l’avete sentito dire in un podcast.

Addio all’MSCI World?

Detto questo: è giunto davvero il momento di dire addio all’azionario globale pesato per capitalizzazione?

Ovviamente no, l’MSCI ACWI o il FTSE All World sono e resteranno il punto di partenza teoricamente corretto per l’investitore medio: il portafoglio neutrale, macro-consistent, cap-weighted, low-cost.
È il portafoglio per l’investitore medio perché è l’unico che possiamo detenere tutti contemporaneamente: se invece sovrappeso small cap e società value, mi serve qualcun altro che sia interessato a sovrappesare large cap e società growth.

Ricordiamoci sempre che il mercato è un sistema fondamentalmente chiuso che deve stare in equilibrio.

Quello che cambia con l’arrivo degli ETF di Dimensional e Avantis non è il manuale di finanza, ma il livello a cui possiamo giocare la partita.
Se vuoi tenere le cose semplici, un ETF globale sul mercato resta una scelta eccellente.
Se invece hai capito cosa sono i fattori, accetti tracking error anche importanti e sei disposto a mantenere la tua decisione senza esitazione nel tempo, allora questi strumenti possono rappresentare una risposta interessante.

Alla fine, il tema vero non è tanto quale l’ETF che scegli, quanto la capacità di restare fedele al tuo processo quando il mercato non ti dà ragione.

Perché uno strumento con un tilt fattoriale funzioni nel lungo termine … è necessario a volte non funzioni nel breve termine.
Sia che vogliamo dare una spiegazione razionale o una comportamentale, sia che pensiamo che implichi più rischio o che richieda di andare contro il nostro istinto, il factor investing deve essere scomodo, deve metterci a disagio, deve richiederci uno sforzo ulteriore – altrimenti non darebbe alcun premio.

Se sono disposto ad accettare tutto questo, allora via libera.
L’importante è non pensare che investire in questi strumenti UGUALE fare i fighi ogni anno guardando gli altri sottoperformare.
Non funziona così.
E non potrebbe essere altrimenti.

Provo a chiudere con una sintesi molto concreta.

Primo livello: se sei all’inizio, se non hai ancora un piano di accumulo serio, se non hai idea di cosa sia un fattore… la risposta resta quella di sempre: un ETF globale sul mercato, un PAC automatico e tanta pazienza. L’MSCI World, ACWI, o quello che è restano ancora un puto di partenza fondamentale.

Secondo livello: se segui The Bull da un po’, hai capito perché esistono size, value, profitability e sai che ti stai comprando anni possibili di frustrazione, allora puoi valutare di sostituire una parte del tuo ETF globale con un global core di Dimensional o Avantis.
Non è obbligatorio.
È un upgrade per chi lo capisce e vuole intraprendere questa strada.

Terzo livello: se ti è tutto perfettamente chiaro e vuoi spingere in questa direzione, allora puoi considerare di fare una scelta ancora più netta sulla parte core oppure di aggiungere strumenti Small Value, sempre dentro una cornice di rischio complessivo che abbia senso per te.

In tutti e tre i casi, però, il principio non cambia:
costi bassi,
diversificazione globale,
nessuna scommessa macro,
e una sola cosa non negoziabile: il tempo.

Perché gli ETF, anche quelli ‘supersayan’, possono aiutarti a migliorare il portafoglio.
Ma l’unica cosa che conta davvero più di ogni cosa è di restare investiti il più a lungo possibile, sempre e comunque, rimanendo coerenti con le decisioni che abbiamo preso razionalmente quando invece saranno le nostre emozioni ad avere il sopravvento.

E se tutto ciò di cui abbiamo parlato non vi fosse abbastanza chiaro, iniziatevi a tenervi le domande da parte perché tra qualche settimana sarà con noi proprio Eduardo Repetto, ex CEO di Dimensional e CIO di Avantis, con il quale potremo continuare il discorso di oggi con un interlocutore straordinario, geniale e immensamente più preparato di me.

Per il momento, invece, ci fermiamo qui, spero che tutto questo vi abbia incuriosito e soprattutto che presto anche Dimensional sistemi i KID in Italiano, così non ci sono problemi per investirci.

Come sempre vi invito a mettere segui e attivare le notifiche su spotify, apple podcast e youtube per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi raccontano degli ETF quantistici che sono allo stesso tempo passivi e attivi sempre nuovi.

Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente con The Bull il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai

Matteo C., 3 Set 2025

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente

Amalia A., 17 Set 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025
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