Come scegliere gli ETF migliori
ETF sì, ma quali scegliere? Davanti a nomi infiniti e prodotti tutti uguali è facile andare in tilt. Qui ti spieghiamo i criteri base: guardare i costi (TER), capire la differenza tra accumulo e distribuzione, verificare la liquidità e leggere sempre la scheda dello strumento. Con poche regole chiare puoi evitare gli errori tipici di chi investe senza metodo e costruire un portafoglio solido.
Risorse
Punti Chiave
Scegli gli ETF con TER (costi) bassi, ad accumulazione e replica fisica (se possibile).
Controlla la capitalizzazione (AuM > 500M€) e la liquidità (spread denaro-lettera basso).
Evita scommesse arbitrarie: qualunque deviazione dall'indice globale richiede un'analisi solida e consapevole.
Trascrizione Episodio
Bentornati a The Bull il tuo podcast di finanza personale.
Siamo quasi alla fine della prima tappa del nostro lunghissimo viaggio nel mondo della finanza personale e a questo punto le cose sono due:
– O siete stramazzati al secondo video e quindi le parole che sto dicendo non le state ascoltando
– Oppure se siete ancora starà cominciando a salirvi quel misto di eccitazione e ansia tipico di quanto si spalanca questo mondo della finanza e degli investimenti e da che non ce ne poteva fregare di meno fino a un secondo prima, poi improvvisamente vi sembrerà esser diventata tutt’a un tratto, l’unica ossessione della vostra vita
Eh sì… conosco la sensazione.
Vorrei dirvi che passa ma… no non passa… diventa sempre peggio.
O meglio per me è sempre peggio, ma vedo che l’andazzo tra tutti quelli che si occupano di finanza è un po’ questo qua.
All’inizio sembrano cose veramente incomprensibili e al di là della nostra comprensione.
Poi ci si rende conto che una volta che togli tutto il frasario inutile che l’industria finanziaria usa per darsi un tono, sotto restano principi piuttosto basilari e di buon senso e si impara che le cose più importanti e quelle più semplici, in finanza, spesso coincidono.
A che punto siamo?
Nell’ultimo video abbiamo messo giù un po’ di idee per costruire il portafoglio in cui ficcherete dentro i vostri risparmi da qui alla fine del vostro percorso professionale, prima di spassarvela con il vostro bel patrimonio.
– Se preferite un approccio statico, ci sono una miriade di portafogli pigri tra cui scegliere: con più azioni, con meno azioni, con l’oro, senza oro, con le materie prime, con i fondi immobiliari, con le small cap,… insomma, un menu tipo quelli dei ristoranti stile anni ’80 che hanno ancora 50 piatti diversi rispetto a quelli fighetti che ti mettono 3 antipasti 3 primi 3 secondi e te li fai bastare.
– Se invece preferite un approccio più dinamico, in cui adattate il portafoglio al vostro orizzonte temporale e ai tassi di interesse, nell’ottica di gestire in maniera attiva il rischio del portafoglio cercando di massimizzare le probabilità di successo in base a come varia il premio al rischio sul mercato azionario: la regola di The Bull è un punto di partenza di buon senso per cominciare a costruire il portafoglio con criterio.
Insomma, diciamo che avete un’idea dell’asset allocation del vostro portafoglio.
Mo si tratta però di riempirlo di strumenti veri, no?
Abbiamo detto fin dall’inizio che gli ETF sono lo strumento ideale per un investitore privato, perché sono diversificati, costano due noccioline, sono liquidi, efficienti, trasparenti e li comprate in quattro e quattr’otto da smartphone o dal vostro home banking se avete un conto titoli.
Quello che però non abbiamo detto è come selezionarli.
Perché ok, un conto è dire: investo nell’MSCI All Country world.
Poi apri justetf o qualche altro sito simile e te ne trovi una svalangata e non sai come orientarti, ti prendi male e alla fine non investi più.
Giammai!
Mo’ che avete fatto tutta la salita per arrivare sin qui, mica vorrete fermarvi e perdervi la discesa.
Ecco allora che in questo video facile facile spiegheremo alcune linee guida utili per selezionare al meglio gli strumenti per comporre il proprio portafoglio.
Intanto consiglio davvero di usare il sito justetf.it per selezionare i titoli.
Non è una sponsorizzazione, non sono affiliato a justetf, anzi se qualcuno di justetf mi ascolta e c’avesse due soldi da spendere parliamone.
JustETF è semplicemente uno di quei siti che ho costantemente aperti sul browser, perché è davvero fatto molto bene e permette di filtrare e spulciare tutti gli etf possibili e immaginabili disponibili in Europa.
Consiglio quindi di cercarli prima lì e poi una volta che avete identificato quelli in cui volete investire vi copiate il codice univoco che indentifica ciascun prodotto finanziario, ETF compresi, chiamato ISIN.
Lo incollate su qualunque barra di ricerca di banche o broker con accesso ai mercati e non correte il rischio di sbagliare strumenti.
Vi sconsiglio invece caldamente di scrivere il nome, perché l’ETF medio ha un nome di 46 parole e alcuni hanno lo stesso nome diverso solo per una lettera, quindi rischiate di fare casino.
Vi sconsiglio inoltre di usare i ticker, che sono dei codici di solito di 3 o 4 lettere che identificano un prodotto finanziario, ma anche qui più etf hanno lo stesso ticker su borse diverse — insomma, lasciate perdere.
ISIN e siete a posto.
Su Justetf potete filtrare intanto per asset class, per regione, per tipologia di strumento, per strategia e per mille altri criteri.
Nel tempo li vedremo un po’ tutti, però oggi stiamo sul basic.
Torniamo all’esempio classico, voglio investire su indice azionario globale, cosa faccio?
Vado su Just ETF o sito analogo, filtro per:
– Asset class = azioni
– E poi regione = globale
E mi usciranno tutti gli strumenti.
Attenzione che “globale” vuol dire sia “tutto il mondo”, sia “tutto il mondo sviluppato”, sia altre cose ancora.
Quindi prima di comprare qualsivoglia prodotto potete fare due cose:
– Su Just ETF per esempio ogni prodotto ha una scheda molto dettagliata con un sacco di informazioni che vi dice vita morte e miracoli dello strumento e soprattutto vi dice in cosa investe subito in alto a destra nella descrizione. Se poi cliccate su “partecipazioni”, vedete i principali titoli, i settori e soprattutto le principali regioni geografiche in cui investe.
– Per essere ancora più precisi sempre da JustETF potete accedere alla scheda informativa dell’etf con il link che si trova sotto la descrizione, che mi spiega per filo e per segno in cosa investe lo strumento.
Mi sembra quasi banale dirlo, però, prima di investire in uno strumento è importante SAPERE in cosa investe.
Non è una roba difficile, ma ne ho viste tante in questi due anni e mezzo, con gente che investiva a caso senza nemmeno sapere cosa facesse lo strumento.
Basta leggere poche righe, è tutto in Italiano, non ci sono scuse.
Una volta che abbiamo capito in cosa vogliamo investire, il problema è che ci troviamo con un profluvio di strumenti che sembrano tutti uguali, emessi da 10 emittenti diversi o forse anche di più.
Allora, gli emittenti non sono molto importanti, vanno bene tutti.
Potete stare certi che il grosso dei vostri strumenti sarà emesso da alcune di queste società: iShares, Vanguard, Xtrackers, Amundi, SPDR, Invesco, Wisdomtree, Fidelity e poi magari qualche banca come JP Morgan o UBS. Finché lo strumento è emesso da uno di questi o da qualche altro nome di questo tipo che magari adesso mi sto dimenticando, state sereni, vanno bene tutti.
Posto che vanno tutti bene, però, non è detto che sia indifferente prendere uno o l’altro.
Ed è qui che vediamo le caratteristiche principali che dovete guardare prima di scegliere.
Cominciamo:
NUMERO UNO: Il Total Expense Ratio (TER)
Come abbiamo già detto due video fa, il TER è l’indicatore sintetico del costo annuo dell’ETF, e viene calcolato come rateo giornaliero sul valore del capitale investito.
Per motivi che spero siano ormai ovvi, selezionare ETF con un TER basso, a parità di altre condizioni, significa aumentare il ritorno atteso nel tempo dall’investimento.
Tutti i principali ETF hanno ormai TER inferiori a 0,3% all’anno. Se prendiamo, ad esempio, i cinque più grandi ETF azionari quotati su Borsa Italiana, possiamo notare come i costi annui siano estremamente contenuti:
Diciamo che ormai c’è una competizione commerciale molto agguerrita tra i diversi emittenti che sta portando ad una progressiva riduzione dei costi, al punto che si possono ormai trovare anche ETF con TER addirittura dello 0,03% all’anno.
Come regola di massima, comunque, sugli ETF principali che replicano gli indici più generali è sempre opportuno selezionare strumenti con costi non superiori allo 0,20%.
Poi, buon senso ovviamente.
Una volta che avete identificato un buono strumento grazie ai criteri che vediamo oggi, non state lì a guardare il singolo basis point.
Cioè tra un ETF che costa 0,10% e uno che costa 0,15%, meglio quello da 0,15% ma non è che vi cambia la vita.
Anche perché a volte magari uno costa meno ma è leggermente meno liquido, quindi cosa qualcosina in più di spread e siamo punto a capo.
Ovviamente vi proibisco di comprare etf generali che costano 0,3%, ammesso che ce ne siano ancora.
Da 0,2% in giù vanno bene tutti.
Ci sono invece alcuni ETF particolari che, vuoi perché richiedono una maggiore attività di selezione titoli al gestore o vuoi per altre motivazioni commerciali, hanno solitamente costi leggermente più elevati.
Ad esempio, gli ETF che replicano le società del Nasdaq 100 hanno spesso TER compresi tra 0,2 e 0,3%.
Allo stesso modo, anche gli ETF fattoriali, che per natura impongono una continua attività di selezione dei sottostanti rispetto a quelli sugli indici basati su market cap, hanno costi solitamente nell’ordine dello 0,3%.
Dell’investimento fattoriale non vi ho ancora detto nulla, ma tranquilli che arriveremo anche lì.
Sono una componente importante dentro una strategia di investimento, ma richiedono la comprensione di un po’ di concetti teorici.
Non essendo strettamente fondamentali, per ora non complichiamoci la vita.
Se invece ci spostiamo su ETF settoriali o tematici, è facile trovare strumenti con costi nell’ordine di 0,4-0,5% o anche di più.
Chiaramente, maggiore è il livello di specificità dell’obiettivo di un ETF, maggiori tenderanno ad essere i suoi costi. E questo è uno dei tanti motivi per cui l’investimento in strumenti settoriali o tematici è subottimale.
Quindi: numero uno costi.
NUMERO DUE: L’utilizzo dei profitti
Attenzione perché probabilmente insieme al TER, questo è l’elemento più importante da considerare.
Come sappiamo azioni e obbligazioni generano dei flussi di cassa sotto forma di dividendi e cedole, che sono una componente fondamentale dell’investimento e ciò che sorregge buona parte del valore intrinseco di queste due asset class.
Ricordiamoci sempre che il valore di un’azione o di un’obbligazione è il valore scontato dei flussi di cassa attesi nel futuro.
Sappiamo anche, però, che reinvestire progressivamente i guadagni derivanti da un investimento alimenta il meccanismo del rendimento composto e della sua crescita esponenziale nel tempo.
Di conseguenza, reinvestire sistematicamente i proventi da dividendi e cedole è un acceleratore della crescita di valore dell’ETF nel tempo, per due motivazioni fondamentali:
– la prima è legata proprio alla dinamica aritmetica del rendimento composto; se reinvesto ogni volta i flussi di cassa, i rendimenti futuri si applicheranno su una base sempre più grande;
– la seconda invece è di natura fiscale.
In Italia, infatti, come quasi in tutti i Paesi del mondo, ogni volta che un investitore incassa un profitto derivante da un’attività di investimento è soggetto ad un’imposta, che nel nostro caso si chiama imposta sui redditi da capitale, ed equivale al 26% del profitto.
Questa imposta scende al 12,5% quando si tratta di interessi pagati da titoli di Stato.
La maggior parte dei principali ETF esiste in due versioni: a distribuzione e ad accumulazione.
Quelli a distribuzione pagano periodicamente all’investitore i proventi di dividendi e cedole, solitamente una o due volte all’anno, e su questi proventi l’investitore paga il 26% di tasse (o il 12,5%). Quelli ad accumulazione, invece, reinvestono automaticamente i redditi da capitale senza pagare tasse.
Il fatto di “posticipare” il pagamento delle tasse è un grosso vantaggio perché, finché l’investitore non venderà quote del proprio ETF nel futuro, il suo capitale continuerà a generare rendimento anche sulla parte soggetta a tassazione.
Ora, l’investitore potrà scegliere:
– ETF ad accumulazione, per massimizzare la crescita di valore del capitale investito nel tempo in maniera fiscalmente efficiente; oppure
– ETF a distribuzione, se preferisce ricevere flussi di cassa periodici — che però non è esattamente l’idea del secolo.
Infatti un modo più efficiente per creare in maniera “sintetica” dei flussi di cassa periodici è utilizzare ETF ad accumulazione e vendere periodicamente delle quote.
Nell’episodio 5 avevamo già visto con le azioni che vendere delle quote o ricevere un “dividendo” del medesimo importo è finanziariamente indifferente, ma il primo è fiscalmente più conveniente perché l’imposta del 26% sarà applicata solo sulla differenza tra il prezzo medio di acquisto di tutte le quote e il prezzo di vendita, mentre sui dividendi si paga il 26% di tasse su tutto l’importo distribuito. Con gli ETF funziona allo stesso modo
È un fatto noto da tempo che l’investitore medio ha una preferenza psicologica verso i flussi di cassa, perché vedere del denaro che arriva sul conto in banca viene percepito come qualcosa che vale di più della crescita nominale di uno strumento finanziario soggetto alla volatilità del mercato.
Inoltre, ricevere un dividendo o degli interessi viene contabilizzato in modo diverso dal nostro cervello rispetto a vendere una quota di un asset, nonostante la cosa sia assolutamente equivalente (e fiscalmente meno conveniente).
Riceviamo 1.000 € di dividendo e paghiamo 260 € di tasse? Felicissimi come una pasqua
Vendiamo 1.000 € di ETF in profitto del 50% e paghiamo 87 € di tasse? Per qualche motivo siamo meno felici.
Siamo strani, che vi devo dire…
Però è vero che investire non è un processo meccanico che si esaurisce nell’aritmetica.
È un’attività umana permeata dalle nostre emozioni.
Cercare di correggere i nostri pregiudizi è una chiave per il successo a lungo termine dei nostri investimenti, però sono giunto alla conclusione che prendere decisioni razionalmente discutibili ma emotivamente preferibili non è qualcosa di necessariamente sbagliato, soprattutto se ciò consente all’investitore di vivere meglio il processo di investimento e di investire con più disciplina nel tempo.
Se siete convinti di una cosa apparentemente controintuitiva fatela.
Se non siete convinti, invece, non fatela perché ve lo detto io, altrimenti rischiate di viverla male.
Al di là di questo comunque, è importante verificare l’utilizzo dei profitti di un ETF e investire in strumenti a distribuzione o accumulazione a seconda della nostra preferenza e dei nostri obiettivi.
Caratteristica NUMERO TRE: La modalità di replica
Dunque, gli ETF replicano l’andamento degli asset sottostanti in due modalità principali, chiamate: replica fisica e replica sintetica.
Nel caso della replica fisica, l’emittente acquista e detiene direttamente le quote dei sottostanti. Un ETF che replica l’MSCI World, ad esempio, acquisterà le azioni delle oltre 1.500 società rappresentate dall’indice in maniera proporzionale alla loro capitalizzazione.
Nel caso della replica sintetica, invece, l’emittente utilizza dei contratti derivati (chiamati swap) con delle controparti (solitamente delle banche) che “riproducono” l’andamento dell’indice di riferimento.
Agli effetti pratici, le due modalità sono pressoché identiche, ma la replica sintetica presenta un pro e un contro:
– Il pro riguarda principalmente gli strumenti che replicano azioni statunitensi. Ad oggi i dividendi delle società americane sono sottoposte ad una “witholding tax” per gli investitori stranieri, che è in media del 30%. Di conseguenza un investitore italiano dovrebbe pagare una doppia tassazione: 30% alla fonte a cui si aggiungerà il 26% previsto dal fisco italiano. Gli ETF a replica sintetica, invece, sfruttano un dettaglio della normativa fiscale americana che li esenta da questa tassa. Di conseguenza ETF a replica sintetica su indici come MSCI World, S&P 500, Nasdaq 100 e qualunque altro indice fortemente esposto sugli Stati Uniti è fiscalmente più conveniente.
Va anche detto, però, che la maggior parte degli ETF UCITS esposti ad azioni americane ha ormai domicilio in Irlanda. L’Irlanda ha un accordo bilaterale con gli Stati Uniti che permette di ridurre la tassazione sui dividendi al 15%. Per verificare se un ETF ha sede fiscale in Irlanda è facile: basta controllare che le prime due lettere del codice ISIN dell’ETF siano “IE”.
Ultima cosa: le società americane distribuiscono molti meno dividendi rispetto alle società europee o giapponesi, e fanno più buyback i buyback. Il rendimento da dividendo dell’S&P 500 oggi è circa 1%, quindi la quota su cui si pagherebbe questa trattenuta alla fonte è piuttosto piccola.
– Il contro riguarda invece l’assunzione di un rischio di “controparte”. Dato che non possiede fisicamente gli asset sottostanti, l’ETF a replica sintetica espone al rischio che se una delle controparti dello swap incorre in problemi finanziari, il valore dell’ETF ne risente. Ora, ci sono delle regole molto stringenti per limitare questo rischio, quindi non è una cosa così probabile né uno dei rischi principali dell’investimento in ETF in generale, però è importante essere consapevoli di questa potenziale criticità.
In generale, quindi, la replica fisica è tendenzialmente preferibile, mentre invece l’investitore può scegliere tra strumenti a replica fisica o a replica sintetica sugli strumenti esposti alle azioni americane in base a quanto abbiamo detto.
Per quanto riguarda ETF sulle materie prime, invece, sono molto più diffusi gli etf a replica sintetica.
Queste tre sono le cose principali da tenere d’occhio: costi, gestione dei flussi di cassa e replica.
Poi ci sono altre caratteristiche da considerare, comunque importanti
Abbiamo la quantità di Asset under management (AuM) cioè la quantità di capitale investita nell’ETF. A parità di altre condizioni è probabilmente preferibile investire negli ETF più grandi, o comunque che abbiano una capitalizzazione di almeno 500 milioni di €. In questo modo si riduce il rischio che un ETF venga chiuso o fuso con un altro per decisioni operative dell’emittente.
Contrariamente a quel che comunemente si crede, invece, le dimensioni di un ETF non hanno un particolare impatto sulla sua liquidità. Anche un ETF di dimensioni molto contenute può essere estremamente liquido se è liquido il suo sottostante, come nel caso dei principali indici azionari e obbligazionari. Però come indicazione generale se devo scegliere tra un ETF grande 10 miliardi o uno grande 100 milioni, vado su quello da 10 miliardi che sono sicuro che tra 30 anni sarà ancora lì.
Poi: spread denaro-lettera (Bid-ask spread), che è la differenza tra il prezzo offerto in acquisto e quello in vendita.
Un ETF poco liquido tenderà ad avere uno spread più elevato e ciò naturalmente si traduce in un costo per l’investitore. Gli ETF sui principali indici hanno spread solitamente molto contenuti, nell’ordine dello 0,1-0,2%, mentre più ci sposta su asset particolari, poco scambiati o esotici (come, ad esempio, nel caso di asset quotati nei Paesi emergenti) lo spread può tranquillamente superare l’1%. Anche questo comunque è un dato che potete verificare da JustETF, ma fatelo mentre le borse sono aperte, perché se lo fate di domenica vi darà spread più alti perché le negoziazioni sono chiuse.
Ultima caratteristica tra le principali è la Copertura valutaria: alcuni ETF possono infatti contenere nel nome l’espressione “EUR Hedged” o “USD Hedged”. In tal caso si tratta di strumenti con copertura valutaria, ossia utilizzano dei contratti derivati (solitamente dei forward) per annullare l’effetto dei cambi tra due valute.
Il valore nominale di un ETF, come sappiamo, è dato dalla combinazione tra l’andamento del suo sottostante e il cambio corrente tra la valuta in cui è quotato il sottostante e la valuta in cui è espresso il valore dell’ETF.
Se un ETF ha il “cambio coperto” viene annullato l’effetto del cambio e il rendimento del sottostante viene replicato nella valuta in cui è espresso l’ETF. Però come dicevamo nel penultimo video questa cosa ha un costo.
Questo costo non è incluso nel TER perché non può essere previsto a priori e dipende da una serie di variabili ma, come linea guida generale, può essere stimato come differenza tra i tassi di interesse delle due valute. Se ad esempio il tasso di interesse della Federal Reserve (il Fed Funds Rate) è 4% e quello della BCE è 2%, il costo di copertura del cambio euro/dollaro sarà nell’ordine di 2 punti di percentuali che andranno ad erodere il rendimento dell’ETF.
Naturalmente è vero anche il contrario.
Se voglio per esempio coprirmi rispetto allo yen, dove i tassi di interesse sono più bassi rispetto all’euro, allora coprirmi avrà un effetto positivo per me.
A meno che chiaramente lo yen non si rafforzi. Comunque per gli stessi motivi spiegati in precedenza, si tende solitamente a preferire ETF azionari senza copertura valutaria per evitare di accollarsi a lungo termine un costo certo (cioè il costo di copertura) a fronte di un beneficio incerto (dato che i cambi sono piuttosto ciclici e possono impattare sia in negativo che in positivo).
Sugli ETF obbligazionari globali, invece, è più frequente adottare strumenti “EUR Hedged”, se si vuole avere un’esposizione al mercato obbligazionario extra europeo limitando però i rischi delle fluttuazioni valutarie. Comunque se un investitore preferisce contenere l’impatto della valuta sui suoi investimenti oppure se ha un’opinione forte sull’andamento futuro di una certa valuta rispetto all’euro, allora potrà scegliere tra un’ampia offerta di strumenti con copertura valutaria.
Queste sono le caratteristiche principali da considerare.
Il processo decisionale deve essere quindi questo:
– In primo luogo imposto budget e fondo di emergenza
– Decido la quota da investire ogni mese, più quella che eventualmente ho già a disposizione
– Imposto la mia asset allocation con una delle modalità spiegate
– E solo a questo punto scelgo gli strumenti per riempire il mio portafoglio e iniziare ad investire — e qui è importante seguire questo set di regole per selezionare gli etf migliori, idealmente i più grandi, a replica fisica, basso ter, ad accumulazione, salvo specifiche altre esigenze.
Ora, fino a questo momento siamo rimasti su opzioni estremamente semplificate, con al massimo 1 ETF per asset class.
– Azioni: azionario globale o azionario dei paesi sviluppati
– Obbligazioni: Titoli di stato Europei o Bloombger Global Aggregate con cambio coperto
– Oro e/o materie prime
Questo già di per sé sarebbe più che sufficiente e vorrebbe dire avere un portafoglio con migliaia di titoli, anche se solo 2 o 3 strumenti.
Detto questo, posso fare cose diverse?
Invece che investire nell’MSCI ACWI, posso investire nell’S&P 500, nello MSCI ex Stati Uniti e nei mercati emergenti in parti uguali, invece che avere il 63% negli Stati Uniti, il 28% nel resto del mondo sviluppato e il 9% sugli emergenti? Oppure posso investire solo in Stati Uniti e Europa? Oppure ancora posso investire solo negli Stati Uniti visto che l’S&P 500 è l’indice più fico di sempre? Posso investire solo nel Nasdaq 100 che è l’indice che ha reso più di tutti da quando esiste. Teoricamente tutto si può fare.
Se per esempio ascoltate l’episodio 232 propongo un portafoglio che non copia esattamente il market cap globale, ma sottopesa leggermente gli Stati Uniti.
Però ci sono delle logiche dietro e un preciso ragionamento, che potrebbe benissimo rivelarsi sbagliato, ma in modo consapevole.
Quello che vi sconsiglio è di prendere decisioni banali e pure un po’ ingenue.
Come abbiamo già detto: investire in un indice globale significa ammettere di non aver alcun vantaggio competitivo e quindi di accettare di non poter fare niente di meglio del mercato in generale.
Qualunque altra decisione arbitraria che prendete, invece, sarà una scommessa contro il mercato.
Quindi dovete chiedervi: in cosa sono diverso dall’investitore medio?
– Ho informazioni che gli altri non hanno?
– Posso permettermi dei rischi maggiori?
– Voglio prendermi dei rischi minori, per esempio riducendo l’esposizione valutaria al dollaro?
Cioè fate sempre un doublecheck con voi stessi e chiedetevi perché volete deviare da una replica passiva del mercato.
Se la risposta è: perché penso che renda di più, ci sono delle ottime possibilità che sia una stronzata.
Probabilmente finirete per investire in cose di cui sentite parlare da anni e che ormai hanno già attirato tutti gli investitori possibili di questa terra.
Entrerete per ultimi, pagherete i prezzi più alti e il più delle volte vi beccherete i rendimenti peggiori.
Ricordatevi il report spiva.
Su orizzonti di 10 anni, meno del 10% dei fondi attivi batte il mercato.
E parliamo di professionisti.
Che cosa avete voi per trovarvi dalla parte di questo 10% più che virtuoso.
Quando vedremo l’investimento fattoriale capiremo per esempio che ci sono modi previsti dalla teoria finanziaria per aspirare ad un rendimento maggiore, ma al costo di un rischio maggiore — il che è coerente con l’efficienza dei mercati.
Ma pensare semplicemente di fare meglio dicendo: “mmmhhh no, invece che investire nell’MSCI World investo tutto nel Nasdaq perché è quello che è andato meglio negli ultimi 15 anni è semplicemente un ragionamento da pirla”.
Che il Nasdaq sia andato meglio negli ultimi 15 anni lo sapete voi e lo sanno tutti gli altri.
Poi, se volete prendervi piccole scommesse specifiche, nulla di male.
Ma cercate sempre di avere un piano coerente, semplice e ben coordinato con la pianificazione finanziari della vostra vita dietro ogni decisione finanziaria che prendete, altrimenti finirete per fare un minestrone di strumenti finanziari senza senso.
È come la pizza.
La margherita è fantastica e piace a tutti.
Ovviamente non è la pizza migliore.
Ma non è che se ci metti sopra 10 ingredienti migliora, anzi diventa una merda.
Puoi battere la margherita indovinando qualche precisa combinazione di ingredienti, ma ovviamente ti esponi sia alla probabilità di fare un capolavoro sia al rischio di fare una schifezza.
Così come con il tuo portafoglio.
Lo stesso discorso ovviamente si può estendere a tutte le asset class.
Ad un certo punto sulle obbligazioni non vorrete solo i titoli di stato europei:
– Vorrete quelli americani, australiani e inglesi
– Vorrete le obbligazioni societarie
– Vorrete le obbligazoni high-yield
– Vorrete quelle sui mercati emergenti
– Forse vorrete addirittura quelle subordinate additional tier 1.
Vi serviranno davvero?
99% no.
Ma se proprio ad un certo punto vi prende la smania di fare shopping e comprare duemila prodotti, almeno siate certi di comprendere esattamente cosa sono, cosa fanno, come si inseriscono nel quadro generale del portafoglio, che pro e contro portano e qual è la motivazione solida che vi porta ad aggiungerli al — diciamo — pacchetto base.
La semplicità è un valore molto sottovalutato in finanza.
Ma è molto spesso la risposta a tante domande.
Per ogni complessità che aggiungete, siate certi che ci sia un buon motivo dietro.
Bene amiche e amici miei, fine anche di questo nono video.
Spero che vi sia piaciuto e che vi abbia dato tutti gli strumenti che servono per cominciare ad investire per davvero.
Ormai ci siamo, la nostra cassetta degli attrezzi è bella piena, ora sta solo a voi guadagnare di più, risparmiare di più e investire il più possibile e il prima possibile nel miglior portafoglio che rispecchi le vostre esigenze, la vostra tolleranza al rischio e la vostra pianificazione finanziaria.
Facile no?
Ah, manca giusto un pezzo.
Come si fa fisicamente questa cosa?
Cioè in pratica, dove li compro tutti gli strumenti finanziari che voglio mettere in portafoglio?
Beh ci serve una banca con il servizio di conto titoli o un broker online, cioè una piattaforma che ha accesso ai mercati finanziari.
Per capire come fare fisicamente questa cosa ci vediamo nel prossimo e ultimo video di questa serie, dedicato a banche, broker, roboadvisor e consulenti finanziari.
Questo invece lo chiudiamo qui, vi sarò immensamente grato se vorrete iscrivermi al canale, mettere like, attivare la campanella per le notifiche per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi spiegano come selezionare gli etf migliori e perché se ne selezionate troppi poi finite per fare obbrobri come la pizza con wurstel e patatine fritte sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo nel prossimo video dedicato alle piattaforme di investimento sempre qui naturalmente con The Bull il tuo podcast di finanza personale.
Bentornati a The Bull il tuo podcast di finanza personale.
Siamo quasi alla fine della prima tappa del nostro lunghissimo viaggio nel mondo della finanza personale e a questo punto le cose sono due:
– O siete stramazzati al secondo video e quindi le parole che sto dicendo non le state ascoltando
– Oppure se siete ancora starà cominciando a salirvi quel misto di eccitazione e ansia tipico di quanto si spalanca questo mondo della finanza e degli investimenti e da che non ce ne poteva fregare di meno fino a un secondo prima, poi improvvisamente vi sembrerà esser diventata tutt’a un tratto, l’unica ossessione della vostra vita
Eh sì… conosco la sensazione.
Vorrei dirvi che passa ma… no non passa… diventa sempre peggio.
O meglio per me è sempre peggio, ma vedo che l’andazzo tra tutti quelli che si occupano di finanza è un po’ questo qua.
All’inizio sembrano cose veramente incomprensibili e al di là della nostra comprensione.
Poi ci si rende conto che una volta che togli tutto il frasario inutile che l’industria finanziaria usa per darsi un tono, sotto restano principi piuttosto basilari e di buon senso e si impara che le cose più importanti e quelle più semplici, in finanza, spesso coincidono.
A che punto siamo?
Nell’ultimo video abbiamo messo giù un po’ di idee per costruire il portafoglio in cui ficcherete dentro i vostri risparmi da qui alla fine del vostro percorso professionale, prima di spassarvela con il vostro bel patrimonio.
– Se preferite un approccio statico, ci sono una miriade di portafogli pigri tra cui scegliere: con più azioni, con meno azioni, con l’oro, senza oro, con le materie prime, con i fondi immobiliari, con le small cap,… insomma, un menu tipo quelli dei ristoranti stile anni ’80 che hanno ancora 50 piatti diversi rispetto a quelli fighetti che ti mettono 3 antipasti 3 primi 3 secondi e te li fai bastare.
– Se invece preferite un approccio più dinamico, in cui adattate il portafoglio al vostro orizzonte temporale e ai tassi di interesse, nell’ottica di gestire in maniera attiva il rischio del portafoglio cercando di massimizzare le probabilità di successo in base a come varia il premio al rischio sul mercato azionario: la regola di The Bull è un punto di partenza di buon senso per cominciare a costruire il portafoglio con criterio.
Insomma, diciamo che avete un’idea dell’asset allocation del vostro portafoglio.
Mo si tratta però di riempirlo di strumenti veri, no?
Abbiamo detto fin dall’inizio che gli ETF sono lo strumento ideale per un investitore privato, perché sono diversificati, costano due noccioline, sono liquidi, efficienti, trasparenti e li comprate in quattro e quattr’otto da smartphone o dal vostro home banking se avete un conto titoli.
Quello che però non abbiamo detto è come selezionarli.
Perché ok, un conto è dire: investo nell’MSCI All Country world.
Poi apri justetf o qualche altro sito simile e te ne trovi una svalangata e non sai come orientarti, ti prendi male e alla fine non investi più.
Giammai!
Mo’ che avete fatto tutta la salita per arrivare sin qui, mica vorrete fermarvi e perdervi la discesa.
Ecco allora che in questo video facile facile spiegheremo alcune linee guida utili per selezionare al meglio gli strumenti per comporre il proprio portafoglio.
Intanto consiglio davvero di usare il sito justetf.it per selezionare i titoli.
Non è una sponsorizzazione, non sono affiliato a justetf, anzi se qualcuno di justetf mi ascolta e c’avesse due soldi da spendere parliamone.
JustETF è semplicemente uno di quei siti che ho costantemente aperti sul browser, perché è davvero fatto molto bene e permette di filtrare e spulciare tutti gli etf possibili e immaginabili disponibili in Europa.
Consiglio quindi di cercarli prima lì e poi una volta che avete identificato quelli in cui volete investire vi copiate il codice univoco che indentifica ciascun prodotto finanziario, ETF compresi, chiamato ISIN.
Lo incollate su qualunque barra di ricerca di banche o broker con accesso ai mercati e non correte il rischio di sbagliare strumenti.
Vi sconsiglio invece caldamente di scrivere il nome, perché l’ETF medio ha un nome di 46 parole e alcuni hanno lo stesso nome diverso solo per una lettera, quindi rischiate di fare casino.
Vi sconsiglio inoltre di usare i ticker, che sono dei codici di solito di 3 o 4 lettere che identificano un prodotto finanziario, ma anche qui più etf hanno lo stesso ticker su borse diverse — insomma, lasciate perdere.
ISIN e siete a posto.
Su Justetf potete filtrare intanto per asset class, per regione, per tipologia di strumento, per strategia e per mille altri criteri.
Nel tempo li vedremo un po’ tutti, però oggi stiamo sul basic.
Torniamo all’esempio classico, voglio investire su indice azionario globale, cosa faccio?
Vado su Just ETF o sito analogo, filtro per:
– Asset class = azioni
– E poi regione = globale
E mi usciranno tutti gli strumenti.
Attenzione che “globale” vuol dire sia “tutto il mondo”, sia “tutto il mondo sviluppato”, sia altre cose ancora.
Quindi prima di comprare qualsivoglia prodotto potete fare due cose:
– Su Just ETF per esempio ogni prodotto ha una scheda molto dettagliata con un sacco di informazioni che vi dice vita morte e miracoli dello strumento e soprattutto vi dice in cosa investe subito in alto a destra nella descrizione. Se poi cliccate su “partecipazioni”, vedete i principali titoli, i settori e soprattutto le principali regioni geografiche in cui investe.
– Per essere ancora più precisi sempre da JustETF potete accedere alla scheda informativa dell’etf con il link che si trova sotto la descrizione, che mi spiega per filo e per segno in cosa investe lo strumento.
Mi sembra quasi banale dirlo, però, prima di investire in uno strumento è importante SAPERE in cosa investe.
Non è una roba difficile, ma ne ho viste tante in questi due anni e mezzo, con gente che investiva a caso senza nemmeno sapere cosa facesse lo strumento.
Basta leggere poche righe, è tutto in Italiano, non ci sono scuse.
Una volta che abbiamo capito in cosa vogliamo investire, il problema è che ci troviamo con un profluvio di strumenti che sembrano tutti uguali, emessi da 10 emittenti diversi o forse anche di più.
Allora, gli emittenti non sono molto importanti, vanno bene tutti.
Potete stare certi che il grosso dei vostri strumenti sarà emesso da alcune di queste società: iShares, Vanguard, Xtrackers, Amundi, SPDR, Invesco, Wisdomtree, Fidelity e poi magari qualche banca come JP Morgan o UBS. Finché lo strumento è emesso da uno di questi o da qualche altro nome di questo tipo che magari adesso mi sto dimenticando, state sereni, vanno bene tutti.
Posto che vanno tutti bene, però, non è detto che sia indifferente prendere uno o l’altro.
Ed è qui che vediamo le caratteristiche principali che dovete guardare prima di scegliere.
Cominciamo:
NUMERO UNO: Il Total Expense Ratio (TER)
Come abbiamo già detto due video fa, il TER è l’indicatore sintetico del costo annuo dell’ETF, e viene calcolato come rateo giornaliero sul valore del capitale investito.
Per motivi che spero siano ormai ovvi, selezionare ETF con un TER basso, a parità di altre condizioni, significa aumentare il ritorno atteso nel tempo dall’investimento.
Tutti i principali ETF hanno ormai TER inferiori a 0,3% all’anno. Se prendiamo, ad esempio, i cinque più grandi ETF azionari quotati su Borsa Italiana, possiamo notare come i costi annui siano estremamente contenuti:
Diciamo che ormai c’è una competizione commerciale molto agguerrita tra i diversi emittenti che sta portando ad una progressiva riduzione dei costi, al punto che si possono ormai trovare anche ETF con TER addirittura dello 0,03% all’anno.
Come regola di massima, comunque, sugli ETF principali che replicano gli indici più generali è sempre opportuno selezionare strumenti con costi non superiori allo 0,20%.
Poi, buon senso ovviamente.
Una volta che avete identificato un buono strumento grazie ai criteri che vediamo oggi, non state lì a guardare il singolo basis point.
Cioè tra un ETF che costa 0,10% e uno che costa 0,15%, meglio quello da 0,15% ma non è che vi cambia la vita.
Anche perché a volte magari uno costa meno ma è leggermente meno liquido, quindi cosa qualcosina in più di spread e siamo punto a capo.
Ovviamente vi proibisco di comprare etf generali che costano 0,3%, ammesso che ce ne siano ancora.
Da 0,2% in giù vanno bene tutti.
Ci sono invece alcuni ETF particolari che, vuoi perché richiedono una maggiore attività di selezione titoli al gestore o vuoi per altre motivazioni commerciali, hanno solitamente costi leggermente più elevati.
Ad esempio, gli ETF che replicano le società del Nasdaq 100 hanno spesso TER compresi tra 0,2 e 0,3%.
Allo stesso modo, anche gli ETF fattoriali, che per natura impongono una continua attività di selezione dei sottostanti rispetto a quelli sugli indici basati su market cap, hanno costi solitamente nell’ordine dello 0,3%.
Dell’investimento fattoriale non vi ho ancora detto nulla, ma tranquilli che arriveremo anche lì.
Sono una componente importante dentro una strategia di investimento, ma richiedono la comprensione di un po’ di concetti teorici.
Non essendo strettamente fondamentali, per ora non complichiamoci la vita.
Se invece ci spostiamo su ETF settoriali o tematici, è facile trovare strumenti con costi nell’ordine di 0,4-0,5% o anche di più.
Chiaramente, maggiore è il livello di specificità dell’obiettivo di un ETF, maggiori tenderanno ad essere i suoi costi. E questo è uno dei tanti motivi per cui l’investimento in strumenti settoriali o tematici è subottimale.
Quindi: numero uno costi.
NUMERO DUE: L’utilizzo dei profitti
Attenzione perché probabilmente insieme al TER, questo è l’elemento più importante da considerare.
Come sappiamo azioni e obbligazioni generano dei flussi di cassa sotto forma di dividendi e cedole, che sono una componente fondamentale dell’investimento e ciò che sorregge buona parte del valore intrinseco di queste due asset class.
Ricordiamoci sempre che il valore di un’azione o di un’obbligazione è il valore scontato dei flussi di cassa attesi nel futuro.
Sappiamo anche, però, che reinvestire progressivamente i guadagni derivanti da un investimento alimenta il meccanismo del rendimento composto e della sua crescita esponenziale nel tempo.
Di conseguenza, reinvestire sistematicamente i proventi da dividendi e cedole è un acceleratore della crescita di valore dell’ETF nel tempo, per due motivazioni fondamentali:
– la prima è legata proprio alla dinamica aritmetica del rendimento composto; se reinvesto ogni volta i flussi di cassa, i rendimenti futuri si applicheranno su una base sempre più grande;
– la seconda invece è di natura fiscale.
In Italia, infatti, come quasi in tutti i Paesi del mondo, ogni volta che un investitore incassa un profitto derivante da un’attività di investimento è soggetto ad un’imposta, che nel nostro caso si chiama imposta sui redditi da capitale, ed equivale al 26% del profitto.
Questa imposta scende al 12,5% quando si tratta di interessi pagati da titoli di Stato.
La maggior parte dei principali ETF esiste in due versioni: a distribuzione e ad accumulazione.
Quelli a distribuzione pagano periodicamente all’investitore i proventi di dividendi e cedole, solitamente una o due volte all’anno, e su questi proventi l’investitore paga il 26% di tasse (o il 12,5%). Quelli ad accumulazione, invece, reinvestono automaticamente i redditi da capitale senza pagare tasse.
Il fatto di “posticipare” il pagamento delle tasse è un grosso vantaggio perché, finché l’investitore non venderà quote del proprio ETF nel futuro, il suo capitale continuerà a generare rendimento anche sulla parte soggetta a tassazione.
Ora, l’investitore potrà scegliere:
– ETF ad accumulazione, per massimizzare la crescita di valore del capitale investito nel tempo in maniera fiscalmente efficiente; oppure
– ETF a distribuzione, se preferisce ricevere flussi di cassa periodici — che però non è esattamente l’idea del secolo.
Infatti un modo più efficiente per creare in maniera “sintetica” dei flussi di cassa periodici è utilizzare ETF ad accumulazione e vendere periodicamente delle quote.
Nell’episodio 5 avevamo già visto con le azioni che vendere delle quote o ricevere un “dividendo” del medesimo importo è finanziariamente indifferente, ma il primo è fiscalmente più conveniente perché l’imposta del 26% sarà applicata solo sulla differenza tra il prezzo medio di acquisto di tutte le quote e il prezzo di vendita, mentre sui dividendi si paga il 26% di tasse su tutto l’importo distribuito. Con gli ETF funziona allo stesso modo
È un fatto noto da tempo che l’investitore medio ha una preferenza psicologica verso i flussi di cassa, perché vedere del denaro che arriva sul conto in banca viene percepito come qualcosa che vale di più della crescita nominale di uno strumento finanziario soggetto alla volatilità del mercato.
Inoltre, ricevere un dividendo o degli interessi viene contabilizzato in modo diverso dal nostro cervello rispetto a vendere una quota di un asset, nonostante la cosa sia assolutamente equivalente (e fiscalmente meno conveniente).
Riceviamo 1.000 € di dividendo e paghiamo 260 € di tasse? Felicissimi come una pasqua
Vendiamo 1.000 € di ETF in profitto del 50% e paghiamo 87 € di tasse? Per qualche motivo siamo meno felici.
Siamo strani, che vi devo dire…
Però è vero che investire non è un processo meccanico che si esaurisce nell’aritmetica.
È un’attività umana permeata dalle nostre emozioni.
Cercare di correggere i nostri pregiudizi è una chiave per il successo a lungo termine dei nostri investimenti, però sono giunto alla conclusione che prendere decisioni razionalmente discutibili ma emotivamente preferibili non è qualcosa di necessariamente sbagliato, soprattutto se ciò consente all’investitore di vivere meglio il processo di investimento e di investire con più disciplina nel tempo.
Se siete convinti di una cosa apparentemente controintuitiva fatela.
Se non siete convinti, invece, non fatela perché ve lo detto io, altrimenti rischiate di viverla male.
Al di là di questo comunque, è importante verificare l’utilizzo dei profitti di un ETF e investire in strumenti a distribuzione o accumulazione a seconda della nostra preferenza e dei nostri obiettivi.
Caratteristica NUMERO TRE: La modalità di replica
Dunque, gli ETF replicano l’andamento degli asset sottostanti in due modalità principali, chiamate: replica fisica e replica sintetica.
Nel caso della replica fisica, l’emittente acquista e detiene direttamente le quote dei sottostanti. Un ETF che replica l’MSCI World, ad esempio, acquisterà le azioni delle oltre 1.500 società rappresentate dall’indice in maniera proporzionale alla loro capitalizzazione.
Nel caso della replica sintetica, invece, l’emittente utilizza dei contratti derivati (chiamati swap) con delle controparti (solitamente delle banche) che “riproducono” l’andamento dell’indice di riferimento.
Agli effetti pratici, le due modalità sono pressoché identiche, ma la replica sintetica presenta un pro e un contro:
– Il pro riguarda principalmente gli strumenti che replicano azioni statunitensi. Ad oggi i dividendi delle società americane sono sottoposte ad una “witholding tax” per gli investitori stranieri, che è in media del 30%. Di conseguenza un investitore italiano dovrebbe pagare una doppia tassazione: 30% alla fonte a cui si aggiungerà il 26% previsto dal fisco italiano. Gli ETF a replica sintetica, invece, sfruttano un dettaglio della normativa fiscale americana che li esenta da questa tassa. Di conseguenza ETF a replica sintetica su indici come MSCI World, S&P 500, Nasdaq 100 e qualunque altro indice fortemente esposto sugli Stati Uniti è fiscalmente più conveniente.
Va anche detto, però, che la maggior parte degli ETF UCITS esposti ad azioni americane ha ormai domicilio in Irlanda. L’Irlanda ha un accordo bilaterale con gli Stati Uniti che permette di ridurre la tassazione sui dividendi al 15%. Per verificare se un ETF ha sede fiscale in Irlanda è facile: basta controllare che le prime due lettere del codice ISIN dell’ETF siano “IE”.
Ultima cosa: le società americane distribuiscono molti meno dividendi rispetto alle società europee o giapponesi, e fanno più buyback i buyback. Il rendimento da dividendo dell’S&P 500 oggi è circa 1%, quindi la quota su cui si pagherebbe questa trattenuta alla fonte è piuttosto piccola.
– Il contro riguarda invece l’assunzione di un rischio di “controparte”. Dato che non possiede fisicamente gli asset sottostanti, l’ETF a replica sintetica espone al rischio che se una delle controparti dello swap incorre in problemi finanziari, il valore dell’ETF ne risente. Ora, ci sono delle regole molto stringenti per limitare questo rischio, quindi non è una cosa così probabile né uno dei rischi principali dell’investimento in ETF in generale, però è importante essere consapevoli di questa potenziale criticità.
In generale, quindi, la replica fisica è tendenzialmente preferibile, mentre invece l’investitore può scegliere tra strumenti a replica fisica o a replica sintetica sugli strumenti esposti alle azioni americane in base a quanto abbiamo detto.
Per quanto riguarda ETF sulle materie prime, invece, sono molto più diffusi gli etf a replica sintetica.
Queste tre sono le cose principali da tenere d’occhio: costi, gestione dei flussi di cassa e replica.
Poi ci sono altre caratteristiche da considerare, comunque importanti
Abbiamo la quantità di Asset under management (AuM) cioè la quantità di capitale investita nell’ETF. A parità di altre condizioni è probabilmente preferibile investire negli ETF più grandi, o comunque che abbiano una capitalizzazione di almeno 500 milioni di €. In questo modo si riduce il rischio che un ETF venga chiuso o fuso con un altro per decisioni operative dell’emittente.
Contrariamente a quel che comunemente si crede, invece, le dimensioni di un ETF non hanno un particolare impatto sulla sua liquidità. Anche un ETF di dimensioni molto contenute può essere estremamente liquido se è liquido il suo sottostante, come nel caso dei principali indici azionari e obbligazionari. Però come indicazione generale se devo scegliere tra un ETF grande 10 miliardi o uno grande 100 milioni, vado su quello da 10 miliardi che sono sicuro che tra 30 anni sarà ancora lì.
Poi: spread denaro-lettera (Bid-ask spread), che è la differenza tra il prezzo offerto in acquisto e quello in vendita.
Un ETF poco liquido tenderà ad avere uno spread più elevato e ciò naturalmente si traduce in un costo per l’investitore. Gli ETF sui principali indici hanno spread solitamente molto contenuti, nell’ordine dello 0,1-0,2%, mentre più ci sposta su asset particolari, poco scambiati o esotici (come, ad esempio, nel caso di asset quotati nei Paesi emergenti) lo spread può tranquillamente superare l’1%. Anche questo comunque è un dato che potete verificare da JustETF, ma fatelo mentre le borse sono aperte, perché se lo fate di domenica vi darà spread più alti perché le negoziazioni sono chiuse.
Ultima caratteristica tra le principali è la Copertura valutaria: alcuni ETF possono infatti contenere nel nome l’espressione “EUR Hedged” o “USD Hedged”. In tal caso si tratta di strumenti con copertura valutaria, ossia utilizzano dei contratti derivati (solitamente dei forward) per annullare l’effetto dei cambi tra due valute.
Il valore nominale di un ETF, come sappiamo, è dato dalla combinazione tra l’andamento del suo sottostante e il cambio corrente tra la valuta in cui è quotato il sottostante e la valuta in cui è espresso il valore dell’ETF.
Se un ETF ha il “cambio coperto” viene annullato l’effetto del cambio e il rendimento del sottostante viene replicato nella valuta in cui è espresso l’ETF. Però come dicevamo nel penultimo video questa cosa ha un costo.
Questo costo non è incluso nel TER perché non può essere previsto a priori e dipende da una serie di variabili ma, come linea guida generale, può essere stimato come differenza tra i tassi di interesse delle due valute. Se ad esempio il tasso di interesse della Federal Reserve (il Fed Funds Rate) è 4% e quello della BCE è 2%, il costo di copertura del cambio euro/dollaro sarà nell’ordine di 2 punti di percentuali che andranno ad erodere il rendimento dell’ETF.
Naturalmente è vero anche il contrario.
Se voglio per esempio coprirmi rispetto allo yen, dove i tassi di interesse sono più bassi rispetto all’euro, allora coprirmi avrà un effetto positivo per me.
A meno che chiaramente lo yen non si rafforzi. Comunque per gli stessi motivi spiegati in precedenza, si tende solitamente a preferire ETF azionari senza copertura valutaria per evitare di accollarsi a lungo termine un costo certo (cioè il costo di copertura) a fronte di un beneficio incerto (dato che i cambi sono piuttosto ciclici e possono impattare sia in negativo che in positivo).
Sugli ETF obbligazionari globali, invece, è più frequente adottare strumenti “EUR Hedged”, se si vuole avere un’esposizione al mercato obbligazionario extra europeo limitando però i rischi delle fluttuazioni valutarie. Comunque se un investitore preferisce contenere l’impatto della valuta sui suoi investimenti oppure se ha un’opinione forte sull’andamento futuro di una certa valuta rispetto all’euro, allora potrà scegliere tra un’ampia offerta di strumenti con copertura valutaria.
Queste sono le caratteristiche principali da considerare.
Il processo decisionale deve essere quindi questo:
– In primo luogo imposto budget e fondo di emergenza
– Decido la quota da investire ogni mese, più quella che eventualmente ho già a disposizione
– Imposto la mia asset allocation con una delle modalità spiegate
– E solo a questo punto scelgo gli strumenti per riempire il mio portafoglio e iniziare ad investire — e qui è importante seguire questo set di regole per selezionare gli etf migliori, idealmente i più grandi, a replica fisica, basso ter, ad accumulazione, salvo specifiche altre esigenze.
Ora, fino a questo momento siamo rimasti su opzioni estremamente semplificate, con al massimo 1 ETF per asset class.
– Azioni: azionario globale o azionario dei paesi sviluppati
– Obbligazioni: Titoli di stato Europei o Bloombger Global Aggregate con cambio coperto
– Oro e/o materie prime
Questo già di per sé sarebbe più che sufficiente e vorrebbe dire avere un portafoglio con migliaia di titoli, anche se solo 2 o 3 strumenti.
Detto questo, posso fare cose diverse?
Invece che investire nell’MSCI ACWI, posso investire nell’S&P 500, nello MSCI ex Stati Uniti e nei mercati emergenti in parti uguali, invece che avere il 63% negli Stati Uniti, il 28% nel resto del mondo sviluppato e il 9% sugli emergenti? Oppure posso investire solo in Stati Uniti e Europa? Oppure ancora posso investire solo negli Stati Uniti visto che l’S&P 500 è l’indice più fico di sempre? Posso investire solo nel Nasdaq 100 che è l’indice che ha reso più di tutti da quando esiste. Teoricamente tutto si può fare.
Se per esempio ascoltate l’episodio 232 propongo un portafoglio che non copia esattamente il market cap globale, ma sottopesa leggermente gli Stati Uniti.
Però ci sono delle logiche dietro e un preciso ragionamento, che potrebbe benissimo rivelarsi sbagliato, ma in modo consapevole.
Quello che vi sconsiglio è di prendere decisioni banali e pure un po’ ingenue.
Come abbiamo già detto: investire in un indice globale significa ammettere di non aver alcun vantaggio competitivo e quindi di accettare di non poter fare niente di meglio del mercato in generale.
Qualunque altra decisione arbitraria che prendete, invece, sarà una scommessa contro il mercato.
Quindi dovete chiedervi: in cosa sono diverso dall’investitore medio?
– Ho informazioni che gli altri non hanno?
– Posso permettermi dei rischi maggiori?
– Voglio prendermi dei rischi minori, per esempio riducendo l’esposizione valutaria al dollaro?
Cioè fate sempre un doublecheck con voi stessi e chiedetevi perché volete deviare da una replica passiva del mercato.
Se la risposta è: perché penso che renda di più, ci sono delle ottime possibilità che sia una stronzata.
Probabilmente finirete per investire in cose di cui sentite parlare da anni e che ormai hanno già attirato tutti gli investitori possibili di questa terra.
Entrerete per ultimi, pagherete i prezzi più alti e il più delle volte vi beccherete i rendimenti peggiori.
Ricordatevi il report spiva.
Su orizzonti di 10 anni, meno del 10% dei fondi attivi batte il mercato.
E parliamo di professionisti.
Che cosa avete voi per trovarvi dalla parte di questo 10% più che virtuoso.
Quando vedremo l’investimento fattoriale capiremo per esempio che ci sono modi previsti dalla teoria finanziaria per aspirare ad un rendimento maggiore, ma al costo di un rischio maggiore — il che è coerente con l’efficienza dei mercati.
Ma pensare semplicemente di fare meglio dicendo: “mmmhhh no, invece che investire nell’MSCI World investo tutto nel Nasdaq perché è quello che è andato meglio negli ultimi 15 anni è semplicemente un ragionamento da pirla”.
Che il Nasdaq sia andato meglio negli ultimi 15 anni lo sapete voi e lo sanno tutti gli altri.
Poi, se volete prendervi piccole scommesse specifiche, nulla di male.
Ma cercate sempre di avere un piano coerente, semplice e ben coordinato con la pianificazione finanziari della vostra vita dietro ogni decisione finanziaria che prendete, altrimenti finirete per fare un minestrone di strumenti finanziari senza senso.
È come la pizza.
La margherita è fantastica e piace a tutti.
Ovviamente non è la pizza migliore.
Ma non è che se ci metti sopra 10 ingredienti migliora, anzi diventa una merda.
Puoi battere la margherita indovinando qualche precisa combinazione di ingredienti, ma ovviamente ti esponi sia alla probabilità di fare un capolavoro sia al rischio di fare una schifezza.
Così come con il tuo portafoglio.
Lo stesso discorso ovviamente si può estendere a tutte le asset class.
Ad un certo punto sulle obbligazioni non vorrete solo i titoli di stato europei:
– Vorrete quelli americani, australiani e inglesi
– Vorrete le obbligazioni societarie
– Vorrete le obbligazoni high-yield
– Vorrete quelle sui mercati emergenti
– Forse vorrete addirittura quelle subordinate additional tier 1.
Vi serviranno davvero?
99% no.
Ma se proprio ad un certo punto vi prende la smania di fare shopping e comprare duemila prodotti, almeno siate certi di comprendere esattamente cosa sono, cosa fanno, come si inseriscono nel quadro generale del portafoglio, che pro e contro portano e qual è la motivazione solida che vi porta ad aggiungerli al — diciamo — pacchetto base.
La semplicità è un valore molto sottovalutato in finanza.
Ma è molto spesso la risposta a tante domande.
Per ogni complessità che aggiungete, siate certi che ci sia un buon motivo dietro.
Bene amiche e amici miei, fine anche di questo nono video.
Spero che vi sia piaciuto e che vi abbia dato tutti gli strumenti che servono per cominciare ad investire per davvero.
Ormai ci siamo, la nostra cassetta degli attrezzi è bella piena, ora sta solo a voi guadagnare di più, risparmiare di più e investire il più possibile e il prima possibile nel miglior portafoglio che rispecchi le vostre esigenze, la vostra tolleranza al rischio e la vostra pianificazione finanziaria.
Facile no?
Ah, manca giusto un pezzo.
Come si fa fisicamente questa cosa?
Cioè in pratica, dove li compro tutti gli strumenti finanziari che voglio mettere in portafoglio?
Beh ci serve una banca con il servizio di conto titoli o un broker online, cioè una piattaforma che ha accesso ai mercati finanziari.
Per capire come fare fisicamente questa cosa ci vediamo nel prossimo e ultimo video di questa serie, dedicato a banche, broker, roboadvisor e consulenti finanziari.
Questo invece lo chiudiamo qui, vi sarò immensamente grato se vorrete iscrivermi al canale, mettere like, attivare la campanella per le notifiche per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi spiegano come selezionare gli etf migliori e perché se ne selezionate troppi poi finite per fare obbrobri come la pizza con wurstel e patatine fritte sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo nel prossimo video dedicato alle piattaforme di investimento sempre qui naturalmente con The Bull il tuo podcast di finanza personale.
Recensioni
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024