La crisi delle Big Tech: la rotazione è iniziata

Le Magnificent Seven hanno smesso di trainare l’S&P 500: nei primi sei mesi del 2026, quasi tutta la crescita è arrivata dalle altre 493 società. Cosa significa per chi investe con un portafoglio market cap weighted e come prepararsi a una possibile rotazione del mercato?

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La crisi delle Big Tech: la rotazione è iniziata
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338. La crisi delle Big Tech: la rotazione è iniziata

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00:00 Le Big Tech stanno perdendo?

03:26 Perché l’AI divora la cassa

11:48 Siamo in una bolla degli utili?

17:29 Cosa fare con un ETF globale

26:44 Il tagliando al portafoglio

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Trascrizione Episodio

Le Big Tech stanno perdendo?

Da quasi un decennio, in questo Paese e in mezzo mondo, c’è stata una sola regola d’oro sui mercati azionari: compra le Big Tech, le “Magnificent 7”, e guardale crescere più di chiunque altro. Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla. 

Le sette meraviglie che ogni anno salivano, trascinavano l’indice, e facevano sembrare un folle chiunque parlasse di diversificazione.

Negli ultimi 10 anni SPY, il più famoso ETF del mondo sull’S&P 500, ha reso il 320%.

Le Mag 7 hanno reso dal 418% di Meta all’assurdo +16.640% di Nvidia.

Bene. 

Lasciate che vi dia un numero, uno solo, aggiornato a questa settimana. 

Nei primi sei mesi del 2026, sapete quanta parte del rendimento dell’S&P 500 è arrivata da quelle sette aziende? 

Praticamente zero. 

Quasi il 100% della crescita dell’indice quest’anno è venuto dalle altre quattrocentonovantatré società.

Dopo che negli ultimi 5 anni avevano tirato la carretta e addirittura nel 2023 avevano pesato per il 76% della crescita dell’S&P 500, quest’anno sono state letteralmente una palla al piede.

Da inizio anno, Google a parte, tutte le magnifiche hanno sottoperformato il mercato.

E il mio Strategist preferito, Ed Yardeni, insieme a mezza Wall Street, ha iniziato a chiamarle in un altro modo. 

Non più “Magnificent Seven”. 

Ma “Lag Seven”. 

Le sette ritardatarie.

Ora, la tentazione è raccontarvela come un disastro o come una profezia — “vendete tutto, arriva il crollo”. 

Non farò né l’una né l’altra cosa, perché si tratterebbe di dire una scemenza dietro l’altra. 

Quello che facciamo oggi sono tre cose. 

  • Primo: guardiamo cosa dicono davvero i dati sulla rotazione del mercato via dalle Big Tech. 
  • Secondo: capiamo perché il vero protagonista di questa storia non sono gli utili, ma una cosa che si chiama free cash flow
  • E terzo, il punto che conta di più: cosa significa tutto questo per i nostri portafogli market cap weighted, e perché il gioco non è indovinare la rotazione, ma arrivare preparati se il mercato gira sul serio.

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Sto registrando questo episodio il 9 luglio 2026, con l’S&P 500 che ha chiuso il semestre intorno ai 7.500 punti e la stagione delle trimestrali che sarà nel vivo ventre state guardando. 

Magari nel frattempo qualche numero si sarà mosso — ma la storia di fondo, quella no.

Partiamo dai fatti.

Il mio amico Ben Carlson ha scritto pochi giorni fa un pezzo che è tuttoun programma: 

“Le Mag 7 stanno perdendo?”. 

In pratica, nel 2026, tutto sta battendo le Mag 7. 

Non solo il resto delle large cap americane. 

Le small cap. 

Il value. 

I mercati internazionali. 

Praticamente qualunque cosa abbiate in portafoglio che non siano quelle sette aziende, quest’anno ha fatto meglio di quelle sette aziende.

Perché l’AI divora la cassa

La persistenza di questo trend non ne fa più qualcosa che sembra puramente una coincidenza, ma è diventata la tesi di tanti asset manager. 

Torsten Slok, il capo economista di Apollo — uno che prima di Apollo ha fatto quindici anni da chief economist in Deutsche Bank, mica pizza e fichi — a fine giugno ha pubblicato una nota il cui titolo è, testualmente:

“Le Mag 7 iniziano a sottoperformare: i mercati ruotano verso quality e free cash flow”. 

E dentro quella nota c’è il dato più eloquente di tutti: il premio di valutazione delle Mag 7 rispetto al resto dell’indice — cioè quanto di più siamo disposti a pagare per un dollaro di utili di Nvidia rispetto a un dollaro di utili di una società qualsiasi dell’S&P 493 — è sceso al livello più basso da più di dieci anni. Traduco: per la prima volta da un decennio, il mercato ha smesso di considerare le Big Tech una categoria a parte, da pagare a qualunque prezzo. 

Questa ovviamente non è una novità assoluta. 

I cicli si ripetono continuamente nella storia.

  • Negli anni Settanta c’era un gruppo di titoloni americani che venivano chiamati i “Nifty Fifty” — cinquanta aziende favolose, solide, di qualità, che tutti dicevano di poter comprare “a qualunque prezzo” perché tanto sarebbero cresciute per sempre, come IBM, Coca Cola, Boeing, Kodak e così via. 
    Poi, dal ’73, quel gruppo si è preso una batosta storica e per anni ha sottoperformato tutto il resto. 
  • Oppure negli anni Novanta: le grandi tech company dell’epoca — Cisco, Intel, Microsoft — erano le regine indiscusse, e investire fuori dalle nuove società di internet sembrava una pazzia. Nei tre-quattro anni successivi al picco però, mentre quelle crollavano, sapete cosa saliva? Le società “noiose”, il value, le small cap, tutto ciò che nessuno voleva

La storia non si ripete mai identica, ma spesso fa rima: quando un pugno di vincitori diventa così grande e così amato da sembrare l’unica scelta possibile, è di solito il momento in cui la leadership comincia, prima piano piano e poi di colpo, a cambiare mano. 

Non ve lo dico per spaventarvi. 

Ve lo dico perché il pattern che stiamo vedendo nel 2026 — le “magnifiche” che arrancano e “tutto il resto” che corre — quel pattern, nella storia, l’abbiamo già visto.

Ora non è che le Big Tech sono improvvisamente diventate delle aziende di cacca, anzi. 

Restano delle devastanti macchine da profit.

Finora la crescita degli utili delle Mag7 rispetto ad un anno fa è stata del 36-38%, praticamente il doppio del già fantasmagorico +19-20% del resto del mercato.

Ma la storia è molto più interessante di così. 

Come abbiamo detto anche nell’ultimo episodio, la verità è che ai mercati, alla fin della fiera, pur con tutte le loro distorsioni emotive temporanee, interessa una cosa sola – che non sono nemmeno gli utili, ma il cash.

Li sordi.

O in termini un po’ più corretti: il free cash flow.

Il flusso di cassa libero, la liquidità che a un’azienda resta in mano dopo aver pagato le spese operative e — soprattutto — dopo aver fatto gli investimenti necessari a mandare avanti e far crescere il business. 

È il denaro davvero libero: quello che l’azienda può usare per pagare dividendi, ricomprare azioni proprie, ridurre debito e così via.

Per anni le Mag 7 sono state macchine da free cash flow spettacolari. 

Guadagnavano montagne di soldi e ne spendevano relativamente pochi per stare in piedi, perché erano business “capital-light”, leggeri: un software non ha bisogno di grandi investimenti. 

Scrivi il codice una volta, lo vendi un miliardo di volte, e il costo di quella miliardesima copia è più o meno zero. 

È questa la magia che per un decennio ha tenuto i margini di queste aziende su livelli che la vecchia industria si sognava. 

E poi ciascuna competeva in un business specifico in cui aveva creato una specie di monopolio:

  • Apple dominava l’hardware e i device, con l’iPhone su tutti;
  • Microsoft il software
  • Amazon, l’ecommerce
  • Google, la pubblicità online
  • Meta, i social
  • Tesla le auto elettriche e
  • Nvidia i chip.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale. 

E costruire l’AI non è capital-light per niente: è la cosa più “capital-heavy” che si sia vista da una generazione. 

Bisogna mettere su data center grandi come quartieri e che ciucciano elettricità come intere città, spendere miliardi in chip che diventano obsoleti in due-tre anni, e poi argento, rame, cemento. 

Improvvisamente le aziende più leggere del pianeta si sono messe a spendere come acciaierie. Risultato

La quota di flusso di cassa operativo che i grandi hyperscaler — Amazon, Google, Microsoft, Meta, Oracle — stanno reinvestendo in capex, in investimenti strutturali, è schizzata verso l’alto, in certi trimestri verso il settanta, ottanta per cento. 

Tutti quei soldi che prima tornavano all’azionista sotto forma di buyback e dividendi adesso finiscono nelle GPU di Nvidia o vanno a Micron, SK Hynix, Intel e così via.

Il free cash flow degli hyperscaler è letteralmente collassato nell’ultimo anno.

Ma il prezzo di un’azione non riflette né il fatturato, né i profitti della società.

È il valore scontato dei flussi di cassa futuri.

All’azionista non interessa tanto che l’azienda acquisti quote di mercato o che costruisca il modello di LLM più figo del pianeta.

Gli interessa quanti soldi gli tornano in saccoccia come dividendi e buyback.

Se quello si riduce, il prezzo dell’azione scende come conseguenza puramente meccanica.

E qui c’è il paradosso più bello di questa storia.

La stessa cosa che contemporaneamente è stata il motivo per cui queste aziende sono state amate dal mercato negli ultimi è anche il motivo per cui adesso vengono guardate con sospetto. 

  • Prima l’AI era la promessa di crescita infinita. 
  • Adesso l’AI è la voragine che si beve la loro liquidità

E il mercato ha iniziato a farsi qualche domanda: 

  • e se tutto questo capex non rendesse quanto promesso? 
  • se costruissimo cento data center e poi scoprissimo che ne bastavano sessanta? 

A Mark Zuckerberg il dubbio deve esser cominciato a venire

Durante un townhall interno avrebbe detto che il progresso degli Agenti AI sta andando avanti più lento del previsto e sta pianificando di vendere capacità di calcolo in eccesso perché forse ha investito troppo in datacenter.

Nessuno ha la risposta. 

Ma il solo fatto che il mercato inizi a porsi la domanda basta a togliere alle Big Tech quell’aura di infallibilità che le ha accompagnate per dieci anni.

Ecco perché la rotazione verso aziende “quality” e il “free cash flow” acquista un senso economico profondo.

Quando il capitale diventa più selettivo va a cercare le aziende che i soldi li generano davvero e li tengono, non quelle che li stanno bruciando in una corsa agli armamenti. 

E interessante, inoltre, che nonostante la crescita degli utili delle Mag 7 sia ancora inavvicinabile dalle altre 493 in aggregato, comunque i valori si stanno avvicinando.

Se qualche anno fa le sette incrementavano gli utili a ritmi doppi o tripli rispetto al resto dell’indice, adesso quel vantaggio si è assottigliato drasticamente e per il 2027 i tassi di crescita saranno molto vicini. 

E il punto è quasi banale: se pago un premio enorme per un’azienda, lo faccio perché mi aspetto che cresca più delle altre. Nel momento in cui quella crescita superiore si avvicina a quella di tutti gli altri, il premio non ha più giustificazione. 

Meno vantaggio di crescita, meno motivo di pagare tre volte tanto – a maggior ragione se la cassa che resta è sempre di meno.

Questa cosa si vede benissimo andando a guardare come sono cambiati i multipli, il rapporto tra prezzo e utili attesi delle Mag 7 e delle altre.

Nel 2021 le azioni delle Mag 7 costavano esattamente il doppio, in rapporto agli utili, rispetto a quelle delle 493.

Oggi siamo lì lì.

Gli utili delle Mag7 sono cresciuti di più di quelle delle altre società, ma allo stesso tempo il mercato ha smesso di accettare di pagare un premio molto elevato.

I prezzi delle azioni delle Mag7 sono quindi scesi perché sono scesi i multipli, non i profitti.

E il motivo l’abbiamo detto: il mercato è preoccupato da quanta cassa viene bruciata.

Facciamo un esempio. 

Prendiamo due aziende. 

  • La prima incassa cento, ne spende novantacinque per stare in piedi e crescere, e ne porta a casa cinque di free cash flow – e per farlo si sta indebitando emettendo bond a destra e a manca come non ci fosse un domani. 
  • La seconda incassa cento, ne spende settanta, ne mette da parte trenta di liquidità vera, ha pochi debiti e margini altissimi. 

In un mondo di tassi a zero e grande ottimismo, il mercato premia la prima, perché “cresce”. 

In un mondo dove i soldi costano e l’entusiasmo si raffredda, il mercato si ricorda improvvisamente che esiste la seconda. 

Ecco: “quality“, in finanza, vuol dire più o meno questo – la seconda azienda. Free cash flow robusto, bilancio solido, margini che reggono anche col brutto tempo. 

Siamo in una bolla degli utili?

Ora, su tutta la vicenda ci sono diverse letture.

In tutti i paragoni tra la presunta bolla AI e la madre di tutte le bolle, la dot-com bubble di inizio 2000, io per primo ho sempre ribadito una cosa, cioè: va bene tutto, ma allora parlavamo di società con dubbi modelli di business che si quotavano a valutazioni stellari a volte senza nemmeno avere un dollaro – non dico di utile – ma proprio manco di fatturato.

Invece le società di oggi non sono delle nuove pet.com. [le Big Tech di oggi sono iperprofittevoli]

Sono società che fanno un pacco di soldi perché hanno modelli di business solidissimi, prodotti imbattibili, vantaggi competitivi enormi e assumono le persone più brillanti del pianeta.

In definitiva: se ci sono i profitti, tutto ok.

Però qui entra il contro-argomento più elegante che ho letto, ed è di Joachim Klement, pubblicato sul Financial Times un paio di settimane fa. 

Klement dice: d’accordo, gli utili sono veri. 

Ma “veri” non vuol dire “normali”. 

Se prendi gli utili per azione dell’S&P 500 e ci tiri sopra la linea di tendenza storica, oggi gli utili sono circa il cinquantanove per cento sopra quel trend

All’inizio del 2023, quando è partito il boom dell’AI, erano solo il quattordici per cento sopra. 

Quasi tutta questa accelerazione è arrivata negli ultimi dodici mesi. 

Non sono utili normali: sono utili supernormali.

Da una parte, tutto bene – finché le aziende fanno profitto, ci sta che i prezzi salgano perché una delle componenti del rendimento azionario è proprio l’aumento degli utili per azione rispetto all’anno prima.

Ma c’è un doppio problema, perché questi utili eccezionali – e forse insostenibili – arrivano insieme a valutazioni altrettanto estreme. 

Il CAPE Ratio — il rapporto prezzo e media degli utili reali degli ultimi 10 anni — a maggio 2026 ha superato quota 40. 

Era dai tempi della bolla dot-com che non succedeva. 

Klement lo traduce in un linguaggio da statistici, lo z-score: quanto sei lontano dalla normalità in termini di deviazioni standard. 

Il CAPE oggi ha uno z-score di 2,9 — piena zona bolla. 

Nel dicembre 1999 era 3,3, quindi non siamo lontanissimi dal picco storico. 

ma la cosa nuova, quella che nel 2000 non c’era, è che anche gli utili sono in zona bolla: z-score 1,8 oggi contro lo 0,9 di inizio 2000. 

Cioè: Nel 2000 era in bolla solo il prezzo. Oggi sono in bolla il prezzo e gli utili insieme.”

Perché conta? 

Perché se quegli utili supernormali tornassero verso il loro trend — e con i costi per investimenti strutturali che esplodono diventa sempre più probabile — il CAPE dell’S&P 500 non sarebbe 40, ma schizzerebbe a 64. 

O meglio: a 64 non ci arriverebbe mai perché probabilmente il mercato andrebbe in correzione molto prima.

Ora, Klement non dice che il mercato sta per crollare domani, anche perché riconosce che i boom tecnologici durano più di quanto chiunque si aspetti. 

Sto dicendo che il margine di sicurezza si è assottigliato parecchio, perché utili abnormi sono sicuramente una buona notizia nel breve, ma bisogna anche ricordarsi che niente cresce fino al cielo e che prima o poi crescite stellari sono destinate a tornare sulla terra.

Quando però leggo cose troppo pessimiste torno al mio faro nella notte: Ed Yardeni, che per essere uno sempre molto ottimista, in effetti in questo caso ha trasmesso molta moderazione.

  • Da un lato ha alzato il suo target sull’S&P 500 a fine anno a 8.250 punti, tra i più alti di Wall Street. 
  • Ma dall’altra si è mostrato scettico verso gli analisti. Dice: non ho mai visto le stime di consenso sugli utili salire così in fretta come negli ultimi mesi. Gli analisti si aspettano una crescita degli utili sopra il 20% per ogni trimestre che resta del 2026, e continuano ad alzarla.

Persino uno ottimista come lui guarda l’euforia degli analisti e dice: ragazzi, calma, forse vi siete fatti prendere un po’ troppo la mano dopo l’entusiasmo per il primo spettacolare trimestre di quest’anno.

Ma non è che ogni giorno è domenica…

In effetti, questo è stato il primo trimestre dal 2021 in cui gli analisti hanno alzato le stime sugli utili per il trimestre in corso, mentre la prassi tipica è abbassare le stime in media del 2%, per poi essere tutti contenti quando vengono battute dai risultati ufficiali.

Il fatto che siano state alzate del 3,4%, invece, è veramente eccezionale, perché non veniamo da una megarecessione che fu nel 2021, ma già da anni di solidi profitti.

Delle due l’una:

  • O effettivamente siamo dentro un miracolo di reddittività delle aziende americane;
  • Oppure la tesi di bolla dei profitti prende corpo.

Adesso però, prima che vi venga l’ansia e liquidate tutto il portafoglio, lasciate che vi dia la versione rassicurante del discorso.

Mentre Yardeni, che pur ha un price target dell’S&P 500 a 10.000 entro la fine del 2029, vede come maggior rischio che le Big Tech smettano di soddisfare le elevatissime aspettative del mercato, Deutsche Bank ha pubblicato un report dal titolo

“Allocazione del capitale senza le Big Tech”, in cui viene separato il resto dell’indice dalle big tecnologiche e vengono messi in luce i fondamentali. 

E la conclusione è quasi confortante: 

Mentre le Big Tech bruciano cassa – il loro capex è cresciuto dell’ottocentosettantasei per cento dal 2019, contro un misero più sessantadue per cento del resto dell’indice – le aziende non-tech sono state in modalità prudenza, hanno accumulato liquidità, ridotto il debito, e mostrano bilanci solidi. 

[CAPEX Big Tech: +876%
CAPEX S&P 493: +62%]

Morale: il grosso delle cinquecento società dell’S&P 500 è in buona salute – in media

La bolla, se c’è, è concentrata in una manciata di nomi giganteschi, non spalmata su tutto il mercato. 

E questo, almeno secondo Deutsche, dovrebbe rendere “l’eventuale ricaduta di una delusione sull’AI molto più contenuta di quanto molti oggi temano”. 

Cosa fare con un ETF globale

Bene. 

Adesso però veniamo alla domanda che ci interessa davvero, quella per cui siete rimasti fin qui: e io, che ho un ETF sull’azionario globale, cosa dovrei farci con tutta questa roba?

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Allora, dicevamo.

Da una parte sappiamo tutti da tempo che c’è un grosso tema di concentrazione: le prime 10 società pesano per un quarto di tutto l’azionario globale e sono tutte big tech, a cui aggiungiamo nomi come Broadcom, Taiwan Semi e Micron, che non rientrano nelle magnifiche 7 ma orbitano comunque tutte intorno al tema dell’AI.

E non è solo un tema di concentrazione, ma proprio di dimensione assoluta.

Per darvi la scala: la sola Nvidia, vale da sola più dell’intera borsa del Canada, più di quella del Regno Unito, più di Francia, Germania e quasi quattro volte l’intera borsa italiana. 

E insieme le Big 7 sono più grandi dei mercati azionari di Giappone, Canada e Regno Unito messe assieme.

Ora, la reazione istintiva è: “via dall’S&P 500, via dalle Big Tech”. 

Il problema è che questo sembra prudenza, ma in realtà è solo un tentativo di fare market timing tirando ad indovinare. 

Solitamente non è una buona idea perché richiede di indovinare non una, ma due volte: quando uscire e quando rientrare. 

E non ne siete capaci, non perché siete voi, ma perché nessuno lo è, in primis chi vi parla.

Le buone notizie invece sono queste.

La più banale è che un indice pesato per capitalizzazione ha già dentro le 493 società americane, più tutte altre società ex USA di alta qualità, che quest’anno stanno trainando il mercato.

Se davvero il capitale ruoterà verso le aziende quality con free cash flow sano, un ETF globale market cap weighted le rappresenterà sempre di più man mano che quelle salgono e le Lag 7 peseranno di meno. 

Ovviamente però lo fa con ritardo: se le aziende che pesano di più perdono terreno e quelle che pesano di meno crescono, probabilmente il rendimento del mio ETF sarà negativo mentre – diciamo così – si autocorregge nel corso della rotazione.

  • Gli ETF indicizzati sono fantastici per essere diversificati e per rappresentare il mercato per quello che è;
  • Non sono invece l’ideale per catturare in anticipo i cambi di trend e le regressioni verso la media.

Nel lungo termine probabilmente non è un grandissimo problema.

Il 10% di rendimento medio annuo composto generato dall’S&P 500 dal 1926 ad oggi è stato il risultato netto di circa 28.000 azioni che complessivamente hanno reso ZERO ritorno in eccesso al cash e un migliaio che da sole hanno portato tutto il rendimento. Nella misura in cui ho sempre la certezza di avere in portafoglio quel 2-3% di azioni che tirano tutta la baracca, posso stare relativamente tranquillo.

Però possono esserci una serie di motivazioni o di preferenze soggettive che possono portarmi a dire: sì ok tutto, ma un quarto dell’azionario globale su 10 aziende che girano tutte intorno allo stesso tema, quello dell’AI, non rappresenta comunque un rischio sistemico – almeno temporaneo?

Forse.

Domanda giusta, e la risposta onesta è: sì, probabilmente un po’ lo è. 

La concentrazione è reale – e ormai il settore tech allargato pesa quasi metà dell’S&P 500, che a sua volta pesa più del 60% del mercato globale.

Ma attenzione a non ribaltare il ragionamento: la soluzione non è vendere l’indice perché è concentrato, caso mai ha senso aggiungere pezzi che al portafoglio che bilanciano quella concentrazione. 

Abbiamo raccontato in episodi recenti che l’MSCI World Value, per esempio, ha vissuto un grande ritorno negli ultimi anni.

Negli ultimi 5 anni Value ha dominato tra gli indici fattoriali e ha reso oltre il 17% all’anno, contro il pur lodevolissimo 12% dell’MSCI World.

Anche Momentum ha fatto molto bene, quasi 14% all’anno.

Quality invece ha sottoperformato il mercato, meno dell’11% all’anno.

Questo naturalmente è più un punto a favore che contro ad una moderata allocazione a quality nel portafoglio: se negli ultimi 5 anni abbiamo vissuto il forte momentum delle società più orientate alla crescita e il grande ritorno di società Value semidimenticate come Micron e Intel, oggi forse il caso d’investimento per società con bilanci forti e free cash flow solidi si fa più forte.

In questa chiave ha fatto una lettura interessante Shroders, in un articolo dal titolo:

“Mercati azionari distorti: un’opportunità generazionale nei quality compounder”. 

In breve l’idea sarebbe che il trend dell’AI ha distorto il mercato spaccandolo in tre pezzi. 

  • Da una parte i “vincitori dell’AI“, l’hardware e le infrastrutture

Ovviamente i mega vincitori degli ultimi anni sono tutte le realtà che a vario titolo sono legate al mondo dei semiconduttori, con una crescita devastante che fa impallidire il bull market del mercato globale iniziato a fine 2022.

  •  Dall’altra ci “presunti porti sicuri” – utility, banche, telecom — che si sono rivalutati senza che i fondamentali lo giustificassero, ma solo perché molti investitori hanno cercato dei ripari in business solidi lontani dall’AI.
  • E in mezzo, ci sono proprio i “perdenti dell’AI“: aziende di elevata qualità, veri compounder, che il mercato potrebbe aver sovravenduto portandoli ai minimi di valutazione da decenni solo perché teme che l’intelligenza artificiale distrugga i loro vantaggi competitivi. [aziende di qualità “svendute”]

Nel report si parla di “miopia sul valore terminale” – di cui avevamo parlato nello scorso episodio: gli investitori smettono di guardare abbastanza lontano, partono per la tangente quando subentra un’innovazione dirompente e come si dice buttano via il bambino con l’acqua sporca.

Un esempio emblematico è il settore software.

Da una parte è stato uno dei più massacrati, in particolare da quando Claude ha lanciato Cowork e ha fatto vedere quanto è semplice creare software di alta qualità senza scrivere mezza riga di codice.

Da lì è iniziato un bagno di sangue per il settore software dell’S&P 500, tanto che in un anno ha accumulato un gap di performance con l’indice di 36 punti percentuali.

Ma sarebbe sbagliato fare di tutta l’erba un fascio.

Le aziende software hanno visto soprattutto una compressione delle valutazioni, non degli utili.

Soprattutto i nomi più importanti nel mondo del software enterprise, come ad esempio Adobe, Workday e Saleforce, scambiano ad un rapporto prezzo/utili che è la metà rispetto a quello dell’S&P 500, quando invece per anni sono stati titoli con prezzi premium.

Ok, spesso le azioni molto economiche sono delle Value Trap, delle trappole value.

Sembrano offerte attraenti, ma in realtà fanno proprio schifo – e il mercato faceva bene a prezzarle a multipli bassi.

Chi però conserva un forte vantaggio competitivo, bilanci forti, cassa solida e in generale rende molto complicata la sostituzione, ecco, lì entriamo nell’ambito di società di qualità nei termini in cui ne stiamo parlando oggi.

Paradossalmente l’AI può diventare un acceleratore proprio per quelle società software che il mercato sta punendo duramente ma che conservano forti vantaggi competitivi specifici e un elevato valore intrinseco dovuto alla qualità dei servizi e alla difficoltà di sostituzione.

Quindi: elevato valore qualitativo più elevata adozione dell’AI potrebbe rendere queste realtà molto attrattive, rispetto ai primi vincitori dell’AI nel mondo dei semiconduttori per cui ad un certo punto la festa potrebbe finire.

Anche per internet fu così:

  • All’inizio le società dominanti erano quelle che fornivano l’infrastruttura, si pesi al caso emblematico di Cisco, la Nvidia della dot-com bubble
  • Ma poi i soldi veri li fecero le società di software e servizi digitali che seppero scalare a basso costo e con margini alti quell’infrastruttura.

Non è questo un invito a scommettere su aziende software, naturalmente.

È solo un esempio tra i tanti per spiegare l’investment case di società di qualità che potrebbero riservare sorprese positive in caso di un patatrac dell’AI trade. 

In termini operativi, i modi più semplici per esporsi a società con caratteristiche quality, quindi: elevato ritorno sull’equity, basso debito, utili in crescita stabile, o in generale alle 493 società che non sono le Lag 7, sono probabilmente due:

  • Un ETF sul fattore Quality oppure
  • Un ETF sull’S&P 500 equal weight – e dico S&P 500 e non global equal weight perché quello della concentrazione nelle big tech è un tema tutto americano, non globale.

In entrambi i casi parliamo di componenti accessorie che prendono una parte del core del portafoglio.

10-20-30%.

Sicuramente non come sostituto del cuore del portafoglio azionario, che resta il mercato globale pesato per capitalizzazione.

Il tagliando al portafoglio

Arriviamo però al punto che per me è il più importante di tutto l’episodio.

Tutto questo — rotazione, Lag 7, CAPE a 40, free cash flow — non serve a fare previsioni. 

Serve invece a fare una cosa diversa e molto più utile: un tagliando al piano finanziario. 

Non conta una cippa indovinare se e quando il mercato ruoterà o correggerà. 

Cioè conta, ma è un’impresa quasi impossibile farlo con tempismo.

Conta essere finanziariamente pronti nel caso in cui succeda.

Contano queste cose:

  • NUMERO UNO: essere consapevoli se il proprio reddito è esposto a crisi di mercato, oppure se è relativamente indipendente. Se ho un lavoro molto stabile e probabilmente immune ad una crisi finanziaria, posso permettermi di rischiare di più. Viceversa, conviene rivalutare la quota azionaria del portafoglio.
  • NUMERO DUE: avere la giusta quota di strumenti cash o a bassa duration per affrontare anche un periodo prolungato con i mercati in rosso – soprattutto se c’è il rischio che il mio reddito venga meno e che la qualità della mia vita possa risentirne.
  • NUMERO TRE: verificare che l’orizzonte temporale dei miei obiettivi di spesa e l’asset allocation siano coerenti tra loro. Se sono certo di non dover mettere mano al portafoglio prima di 10-15 anni di tutto questo discorso mi interessa il giusto. Se invece esiste la possibilità che tra 5 voglia fare spese importanti, allora avere un portafoglio che si espone a diverse fonti di rendimento può essere un’idea forte: se l’AI trade continua imperterrito per anni lascerò per strada del profitto; ma se collassa limito il danno.
  • NUMERO QUATTRO: ricordarsi che i bull market non durano per sempre. Quello iniziato il 12 ottobre del 2022 è relativamente giovane, anche se siamo vicini alla media di 5 anni.
    Prima o poi è fisiologico che il mercato viva crolli pesanti.

Se prendiamo l’MSCI World come benchmark, 

Crolli anche del 50, 60%, sono rari ma non impossibili.

Negli anni ’70 e due volte nel 2000 l’indice dei paesi sviluppati si è dimezzato di valore.

Pochi investono 100% in azioni.

Ma chi ha magari 70-80% in azioni tenga presente che quella parte potrebbe improvvisamente valere la metà nello spazio di pochi mesi.

Se realisticamente siamo in grado di sopportare quella prospettiva bene.

Altrimenti, oggi è il momento di intervenire, non quando la frittata è fatta.

Un mercato dove le prime dieci aziende pesano il 42%, dove le valutazioni sono ai massimi da vent’anni e dove gli utili sono al 59% sopra il trend, è un mercato che può correggere. 

Non sto dicendo che lo farà presto.

Ma sicuramente lo farà, prima o poi.

Ma del resto la ricchezza non la costruisce chi indovina la prossima correzione. 

La costruisce chi ha un piano abbastanza solido da non doverla indovinare.

Bene, amici miei, per oggi è davvero tutto.

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Per questo episodio è tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva

Gianluca G., 11 Set 2025

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

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