Perché l’Oro non protegge più

Per anni ci siamo raccontati la stessa storia: oro come protezione contro inflazione, debito pubblico fuori controllo e crisi geopolitiche. Tra 2024 e 2025 questa narrativa ha spinto sempre più investitori su ETC ed ETF, trasformandolo nella posizione “più sicura” del portafoglio. Poi però è successo qualcosa di strano.

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31 minuti
Perché l’Oro non protegge più
The Bull - Il tuo podcast di finanza personale

329. Perché l’Oro non protegge più

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Risorse

Punti Chiave

L’oro doveva proteggerci. Invece è crollato

Questo NON è un episodio contro l’oro

Cos’è il debasement trade

Perché l’oro è salito così tanto

Quando l’oro diventa una moda

Il crollo durante la guerra con l’Iran

L’oro è diventato high-beta?

La verità sulle banche centrali

Falso Mito #1: l’oro sostiuisce il dollaro

Falso Mito #2: il dollaro sta morendo

Bolla o nuovo standard?

Quanto oro tenere in portafoglio

E Bitcoin?

Quando risalirà l’oro?

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Trascrizione Episodio

[L’oro doveva proteggerci. Invece è crollato]

È il 2025.
Ogni settimana o quasi leggi ovunque la stessa storia: “l’oro vola, l’oro è il bene rifugio contro il debasement delle valute e dei debiti pubblici, l’oro ti protegge quando cresce la tensione geopolitica e così via”.
E allora fai la cosa che sembra più saggia del mondo: metti una fetta dei tuoi risparmi in un bell’ETC sull’oro.
Giusto per dormire meglio la notte – che non si sa mai.
Per avere quel paracadute che, quando arriva il brutto, si apre.
E intanto diventa pian piano la riga più performante del tuo portafoglio.

Poi il brutto arriva davvero.
A fine febbraio di quest’anno scoppia la guerra con l’Iran.
I mercati traballano un pochino, le notizie sul petrolio iniziano a far paura e senti parlare di stagflazione dappertutto.
Bentornati anni ’70.
È tornato il momento in cui il paracadute si deve aprire.
Vai oro! Torna brillare come hai fatto quando Led Zeppelin e Deep Purple suonavano la musica più bella di tutti i tempi.

E invece un cazzo.
Da fine febbraio all’11 giugno, giorno in cui sto registrando, l’oro fa meno 23 per cento.

Nello stesso periodo l’S&P 500 – le azioni americane, proprio quella roba “rischiosa” da cui ti stavi proteggendo – fa più cinque per cento, almeno fino ad ora, poi magari quando esce l’episodio saranno scese vista l’aria che tira e la ripresa degli scambi di missili e droni in Iran.

In ogni caso, due mesi di guerra vera e l’oro ha amplificato le perdite invece di tamponarle.

Insomma: “Hai comprato l’oro per dormire la notte. E alla fine è stato proprio l’oro a tenerti sveglio”.

C’è da farsi allora una domanda seria: e se l’oro fosse cambiato?
E se quella cosa che tutti chiamano “bene rifugio” avesse smesso, strutturalmente, di fare il rifugio?
E se l’oro non è più quello di una volta.

In questo episodio abbiamo tre obiettivi:
Primo: spiegare perché l’oro ci avrebbe tradito proprio quando contava – e te lo spiego principalmente con le parole del mio analista preferito su questo tema, Robin Brooks, che ci ha scritto sopra due o tre post che valgono un corso di macroeconomia.
Secondo: smontiamo due luoghi comuni che si stanno raccontando – quella sulle banche centrali che farebbero incetta d’oro e quella sul dollaro che starebbe morendo. Spoiler: sono tutte e due mooolto esagerate.
Terzo, e più importante: proviamo a capire cosa ce ne facciamo dell’oro dal 2026 in poi, da cosa ci protegge davvero e costruirci una vera diversificazione

Resta con me, perché alla fine ti do un segnale concreto da tenere d’occhio per capire quando – e se – l’oro tornerà a fare il suo mestiere.

Sigla!

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

[Questo NON è un episodio contro l’oro]

Novità assoluta a partire da questo episodio!
Tutti i grafici che mostrerò nei video saranno scaricabili in versione PDF con brevissimo commento sotto a ciascuno, quindi se poi volete recuperarli li trovate tutti assieme.

Ora, devo fare una premessa che vale come stella polare per tutto quello che diremo: questo NON è un episodio anti-oro.
Anzi.
Il takeaway dell’episodio non sarà né “vendi tutto l’oro che hai”, né al contrario “comprane più che puoi”.
L’obiettivo dell’episodio è spiegare una cosa più strutturale: l’oro che abbiamo in testa – il sasso giallo che ti salva nell’apocalisse – potrebbe non essere più l’oro che hai in portafoglio.
E capire la differenza vale, letteralmente, i tuoi soldi.

Nel corso dell’episodio cercheremo di capire quanto effettivamente l’oro protegga e da cosa. Perché forse pensavamo che proteggesse più di quel che fa
Una cosa è certa: l’oro non protegge la tua connessione internet.
Chi invece continua a proteggerti quando navighi, in totale privacy e sicurezza, è NordVPN, sponsor dell’episodio di oggi.
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Inoltre impedisce a tracker e annunci invasivi di ficcanasare tra le attività online e ti avvisa se una chiamata in arrivo è una potenziale truffa.
Ma soprattutto non è correlato con i mercati, quindi anche se l’S&P 500 crolla, NordVPN continua comunque a proteggere i tuoi device.

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[Cos’è il debasement trade]
Bene.
Partiamo dal principio: perché l’oro era salito così tanto?
Per capire bene tutto quello che diremo oggi sull’oro bisogna partire da debiti pubblici e valute.
Fidatevi, è tutto collegato.

C’è infatti un’espressione che gira da un paio d’anni nel frasario della finanza che si è affermato con grande successo: “debasement trade”.
In sostanza: “Debasement” vuol dire svalutazione.
L’idea è tanto semplice quanto inquietante: i governi dei paesi sviluppato, Stati Uniti in testa, ma pure mezza Europa, hanno accumulato montagne di debito pubblico che continuano a crescere.

Per ridurre il debito devi aumentare la crescita e/o ridurre i deficit che fai anno dopo anno, cioè la differenza tra quanti soldi incassi come Stato e quanti ne spendi:
Negli Stati Uniti sono fortissimi sulla crescita, ma fanno comunque più deficit di quanto crescono, quindi la traiettoria del debito futuro è verso l’alto;
In Europa invece non cresciamo una cippa e alcuni Paesi come la Francia continuano comunque a fare molto deficit.

Il debito non può evidentemente crescere all’infinito no?
Inoltre il costo del servizio del debito, cioè quanto costa ad uno stato pagare ogni anno gli interessi sul debito emesso, in alcuni casi sta diventando una delle prime voci di bilancio pubblico, sottraendo risorse a cose di una discreta importanza come sanità, pensioni, difesa, infrastrutture … quelle cosucce che uno Stato fa per sopravvivere.

Insomma, ad un certo punto il debito diventa insostenibile.
E tu Stato cosa fai:
Non ripaghi i creditori? Ma che sei scemo! Se fai dafault sul debito sei tecnicamente fallito e non puoi più continuare a rifinanziare il tuo debito.
Intraprendi responsabili iniziative politiche di natura fiscale, alzi le tasse, tagli la spesa pubblica e altre cose simili? Ma allora sei ancora più scemo! Nessun politico al mondo va al governo per fare queste cose e diventare automaticamente il politico più odiato della storia.
Terza opzione: ci sono! Facciamo pagare il debito a chi ci ha prestato i soldi e a chi compra cose nella nostra valuta senza che se nessuno se ne accorga troppo.

La tentazione politica più facile, che poi non è mica tanto tentazione perché è effettivamente già quello che sta accadendo dato che il target di inflazione al 2% ormai ce lo siamo fumati alla grande negli ultimi 5 anni; dicevo, la tentazione non sarà risanare i bilanci pubblici, ma “inflazionare” il debito, cioè: lasciar correre un po’ l’inflazione così che il debito, in termini reali, valga meno.

Oh, per ripargatelo lo ripago … ma con soldi che valgono meno.

E come ottieni questa cosa?
Fondamentalmente tieni i tassi di interesse reali artificialmente compressi.

Cosa vuol dire?
Vuol dire che fai un massiccio quantitative easing, ossia la tua banca centrale continua a comprare una montagna di titoli di Stato che il governo continua ad emettere per finanziarsi in deficit tutte le sue spese e così i rendimenti restano artificialmente bassi rispetto a quanto non verrebbe prezzato dal mercato.
Il problema è che il mercato ha degli anticorpi naturali – diciamo.
Se debito e inflazione salgono, il mercato reagisce chiedendo rendimenti più alti per comprare nuovo debito e questo ottiene due effetti: impone disciplina al governo e contrasta l’inflazione;
Ma se questo meccanismo non funziona liberamente perché interviene l’effetto doping della Banca Centrale e della politica, allora debiti e inflazione rischiano di gonfiarsi più del dovuto.

Abbiamo esempi paradigmatici di cosa succede quando il meccanismo funziona e quando no e questa immagine che sto mostrando dice tutto.

Per chi non sta guardando il video sto mostrando un grafico che mette in relazione debiti pubblici rispetto al PIL e rendimento dei titoli di Stato trentennali.

Cosa abbiamo? Prendiamo quattro casi paradigmatici: 3 in cui il mercato funziona bene e uno in cui c’è un’evidente distorsione.
La Svizzera è in basso a sinistra, bassissimo debito e titoli di Stato che giustamente non rendono quasi niente, perché prestare soldi alla svizzera comporta pressoché zero probabilità di default;
Il Regno Unito è un altro caso di mercato che funziona: debito alto, male, ma rendimenti alti, che è un segnale di salute del mercato. Infatti quando il Regno Unito ha provato a fare manovre fiscali insostenibili, come nel 2022 sotto il fulmineo governo di Liz Truss, i rendimenti sono andati alle stelle e hanno riportato i governatori della City a più miti consigli;
Anche in Germani il mercato fa quello che deve: il debito non è alto ma sappiamo che sono previsti importanti esborsi futuri per finanziare crescita e difesa, quindi i rendimenti si sono adeguati. Francia, Spagna e Italia, invece hanno rendimenti più alti ma meno alti di quel che sarebbero senza mamma BCE che ci mette sempre una pezza.
Il malato terminale globale è però il Giappone: debito senza senso al 240% del PIL ma rendimenti più bassi di Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda.

Come ha ottenuto questo risultato?
Semplicemente da decenni la Bank of Japan compra titoli di stato, comprime i tassi di interesse e la festa continua.

Il mercato però non si fa imbrigliare all’infinito.
Se il debito crea una pressione che il mercato non può sfogare nei rendimenti, allora la sfoga da un’altra parte: per esempio nelle valute.

Se guardiamo dal 2021 ad oggi, il franco svizzero, per esempio, ha continuato a rafforzarsi mentre i rendimenti svizzeri sono scesi, in relazione ai rendimenti degli altri Paesi del G10. In Giappone invece il contrario: rendimenti saliti e la valuta, invece di rafforzarsi, è crollata.

Ma in realtà non è solo un problema Giappone.
Unione Europea e Stati Uniti stanno percorrendo velocemente quella strada.

Che c’entra tutto questo con l’oro vi chiederete?
Eh c’entra eccome!

Quando i mercati cominciano a fiutare questo rischio, comprano assicurazioni.
Soprattutto comprano cose che non possono essere stampate come valute fiat e titoli di stato, asset reali: oro, in primis, e metalli preziosi di riflesso.

Questo, tutto insieme, è il debasement trade: una fuga verso ciò che non si può svalutare.
Lo stato svaluta indirettamente e silenziosamente la sua valuta per autofinanziare la propria non-disciplina di bilancio? E io investitore mi compro real asset indipendenti da queste dinamiche – oppure, in misura minore, valute di Paesi disciplinati a basso debito come Franco Svizzero e Corona Svedese.

[Perché l’oro è salito così tanto]

Con ogni probabilità il debasement trade è partito in un momento preciso.
Era iniziato con il collasso del dollaro a colpi di dazi a inizio anno, ma è stato ad agosto 2025, durante il simposio annuale dei banchieri centrali di Jackson Hole il momento cardine:

l’allora presidente della Fed, Jerome Powell, fa un discorso in cui segnala che sta per partire un ciclo di tagli dei tassi – anche se l’inflazione era ancora alta.

Tradotto: la Fed sposta l’attenzione dal “teniamo a bada i prezzi” al “non facciamo male al mercato del lavoro”, soprattutto per timore che i dazi di Trump avrebbero creato una forte contrazione dell’economia.

I mercati pensano una cosa sola: la Fed sta cedendo alle pressioni della Casa Bianca – fiscal dominance.
Da lì l’oro parte come un razzo.

Poi, a inizio gennaio 2026, ci si mette pure la geopolitica e Trump che vuole conquistare la Groenlandia. Risultato? Al picco del 28 gennaio 2026, l’oro quasi raddoppiato in dodici mesi.

Una buona regola di massima negli investimenti è che quando qualcosa raddoppia di valore in 12 mesi probabilmente è una bolla.
E infatti… sappiamo come è andata.

Ora, fermiamoci un attimo, perché questo è importante: c’erano ragioni vere dietro questa salita. Il debito pubblico è davvero fuori controllo in mezzo mondo.
La paura era razionale e la situazione fiscale di molti grandi Paesi sviluppati è davvero borderline.
Ma verso la fine la festa era sfuggita di mano e nei mesi passati anche io – qualcuno si ricorderà – dicevo sempre negli episodi di quel periodo: ok gli acquisti delle banche centrali, ok il calo del dollaro, ok il debasment trade, ma attenzione che qui è soprattutto momentum: l’oro va su perché va su, soprattutto tanti investitori retail vi ci si stanno buttando perché la corsa sembra non finire mai.

Ricordate cos’era successo all’argento?

Dal discorso di Jackson Hole al 21 gennaio, in appena 5 mesi era cresciuto del 140%!
Che ci sia stato un allegro momento di follia collettiva era abbastanza evidente.

[Quando l’oro diventa una moda]

Ed è qui che entra il problema.
Perché quando una cosa raddoppia in dodici mesi, chi attira?
Attira gente nuova.
Attira il risparmiatore retail di mezzo mondo che vede l’oro che continua a salire e pensa “voglio esserci anch’io”.
E attira soprattutto i flussi degli ETF e degli ETC sull’oro e gli altri metalli, che sono il modo più facile e veloce per comprarne: un clic e sei dentro.

E qui c’è un passaggio fondamentale.
Il vecchio compratore d’oro – la banca centrale, il fondo che lo teneva da vent’anni, il ricco fanatico apocalittico che si teneva l’oro nel caveau e così via – erano una mano ferma.
Non vendevano al primo sussulto.
Il nuovo compratore, quello arrivato a +90% perché l’aveva visto su TikTok è più “skittish”: è pauroso, nervoso, pronto a scappare al primo scossone.

[Il crollo durante la guerra con l’Iran]

Quando è iniziata la guerra con l’Iran abbiamo tutti assistito ad un esperimento naturale molto istruttivo.
Invece che proteggere da uno shock geopolitico ed energetico da manuale, l’oro è crollato per tre motivazioni principali:
Una è che molti investitori con posizioni a leva hanno chiuso le posizioni quando sono scattate le margin call;
Un’altra è che, più banalmente, altri investitori hanno monetizzato i guadagni dell’oro fino a quel momento per fare cassa e gestire le perdite iniziali sull’azionario e sui bond;
Infine, semplicemente, tanti investitori retail hanno semplicemente venduto.
Nel mese di marzo ci sono stati quasi 15 miliardi di dollari di deflussi dagli ETF sull’oro, quasi tutti dagli Stati Uniti per altro.

Questa cosa è istruttiva perché ci ricorda una verità universale della finanza: se stai investendo in qualcosa e investire in quella cosa è facile, è comodo, sembra ovvio, allora quasi certamente pagherai il conto prima o poi:
Le azioni rendono tanto perché periodicamente crollano e devi essere in grado di sostenere quei momenti senza vendere;
L’oro funziona come safe haven finché nessuno lo vuole e non rende una fava, e così poi si apprezza quando tutto va male.

Se invece tanti vi ci si buttano sopra, allora da bene rifugio si trasforma in un asset ciclico ad alto beta, altro che riserva di valore.

L’oro è diventato high-beta?

Paradossalmente il debasement trade ha distrutto proprio la cosa che la gente cercava nell’oro. La popolarità dell’oro come rifugio lo ha reso inadatto a fare il rifugio.
Più gente lo comprava “per sicurezza”, più diventava insicuro.

Un dato emblematico.
Storicamente la correlazione giornaliera tra l’oro e l’S&P 500 – cioè quanto si muovono insieme – è stata vicina a zero, il che l’ha reso per decenni un formidabile diversificatore.
Ed è esattamente quello che vuoi da un diversificatore: che si faccia gli affari suoi, che si muova in maniera indipendente dalle azioni.

Ecco: da agosto 2025 in poi quella correlazione è salita, e oggi l’oro si muove insieme alle azioni quasi come l’argento, il platino e pure il bitcoin.

Per chi sta guardando, le linee gialle sono proprio quelle del periodo agosto 2025-febbraio 2026, in cui si vede bene la correlazione con le azioni che va alle stelle.

L’oro è diventato un asset high-beta, come un’azione growth molto aggressiva: invece di attutire i colpi, li amplifica.
Sale quando sale il rischio, scende quando scende il rischio.
Il contrario di un rifugio.

E “high-beta”, tradotto per il tuo portafoglio, vuol dire una cosa precisa e parecchio spiacevole: invece di essere il cuscino, l’oro diventa un moltiplicatore. Quando le borse perdono, lui perde insieme a loro, a volte di più. È come aver pagato una polizza antincendio per anni e poi, il giorno in cui la casa va a fuoco, scoprire che la compagnia non solo non ti rimborsa, ma ti manda pure il conto.

[La verità sulle banche centrali]
Questa distorsione nel suo comportamento, però, non sarebbe iniziata ad agosto dell’anno scorso – lì è esplosa la moda del debasement trade.
Il suo comportamento da safe haven ha cominciato a trasformarsi nel 2022 e la cosa si vede bene guardando la sua relazione, ancora una volta, con i tassi reali.

I tassi reali, giusto come reminder, sono la differenza tra i tassi di interesse nominali e l’inflazione.
Tra il 2009 e il 2021 sono stati negativi praticamente in tutti i Paesi sviluppati perché per stimolare l’economia asfittica post grande crisi finanziaria e post Covid Fed, BCE e le altre banche centrali hanno tenuto i tassi praticamente a zero e assorbito trillion di debito pubblico emesso a basso costo;
Dopo il 2021 è cambiato tutto: con l’esplosione dell’inflazione i tassi reali sono tornati positivi

Ora, i tassi reali sono in qualche modo il costo opportunità di detenere oro.
Se un titolo da stato paga interessi reali, generalmente l’investitore è più contento di ricevere cash flow invece che tenersi lì un sasso giallo o un ETF o ETC su sto sasso giallo che non stacca cedole.

Invece da marzo 2022 il prezzo dell’oro è volato nella stratosfera nonostante i tassi reali siano a loro volta saliti dopo un decennio abbondante in territorio negativo, ma – e questa è la cosa importante – meno di quanto avrebbero dovuto.

La popolarità del cosiddetto “debasement trade” avrebbe quindi spinto in alto il prezzo dell’oro nel 2025 dietro l’idea che i tassi reali venissero tenuti artificialmente più bassi del dovuto per inflazionare debiti pubblici fuori controllo alle spese di consumatori e obbligazionisti, e proprio questo potrebbe aver reso l’oro un asset più ciclico, “ad alto beta” come dicevamo prima.

Da qui deriverebbero due conseguenze: da un lato debasement trade sembra destinato a persistere perché le situazioni fiscali di mezzo mondo sono al limite, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’UE, e questo potrebbe essere un supporto di lungo termine alla crescita di valore dell’oro. Per il nostro strategist di riferimento, Ed Yardeni, il price target è 10.000 dollari l’oncia entro la fine del 2029.

Dall’altro, l’oro potrebbe perdere la capacità di diversificazione del portafoglio, perché più ciclico e correlato all’andamento del mercato.

Ora: si tratta di un’eccezione temporanea? Cioè una volta che il prezzo dell’oro sarà sceso abbastanza e avrà fatto “pulizia” di tutti gli investitori retail che hanno investito ad cazzum, allora l’oro ricomincerà a comportarsi da bene rifugio? Oppure siamo di fronte ad una trasformazione permanente dell’oro come asset class?

Questo è il punto da cui dobbiamo partire per ragionare su cosa farne davvero.

Prima però dobbiamo smontare due leggende che sono state raccontate nei mesi scorsi.

[Falso Mito #1: l’oro sostiuisce il dollaro]

Numero uno: “le banche centrali stanno scaricando il dollaro e facendo incetta d’oro”.
L’abbiamo sentita mille volte e pure la BCE ci si è messa a giugno quando ha pubblicato un report sul ruolo internazionale dell’euro e ha fatto passare il messaggio: “la quota dell’oro nelle riserve delle banche centrali ha superato quella dei Treasury ed è diventato il primo asset!”.

Apriti cielo.
De-dollarizzazione, l’oro è il nuovo re, eccetera.

Peccato che sia un’illusione ottica.

La quota dell’oafro è salita non perché le banche centrali ne abbiano comprato a valanga.

Anzi nel 2025 gli acquisti sono scesi e c’è l’effetto distorsivo di Tether, la società dietro la più grande stablecoin del mondo, che da sola ha comprato più di 100 tonnellate d’oro. L’oro però ha superato i Treasury nelle riserve globali principalmente perché il prezzo è raddoppiato.
È un effetto-prezzo, non un effetto-acquisto.

Se hai dieci lingotti e il loro valore raddoppia, la tua quota in oro raddoppia anche se non hai comprato un grammo in più.
C’è un acquisto costante, sì, ma non c’è nessuna frenesia, e non c’è nessun segno di una corsa geopolitica innescata dalle sanzioni alla Russia.
La narrativa del “tutti scappano verso l’oro per paura dell’America” non è affatto evidente nei numeri.

Anzi, i numeri sui flussi raccontano la stessa storia.
Gli ETF sull’oro – cioè il veicolo principale dell’investitore retail – hanno gonfiato le loro riserve di parecchie centinaia di tonnellate tra l’agosto del 2025 e il gennaio del 2026, in piena euforia da debasement. Le banche centrali, invece, hanno tirato avanti al loro ritmo di circa mille tonnellate l’anno, lo stesso da tre o quattro anni – e durante il crollo non hanno mosso un dito, tranne qualche caso isolato come la Turchia.

Morale: la mano istituzionale è rimasta ferma in questi mesi. A scappare, a vendere nel panico, è stato l’investitore in oro improvvisato, quello arrivato per ultimo alla festa.
Quindi la rottura del rifugio non è un improvviso difetto dell’oro: è una questione di chi se l’è ritrovato in tasca.

[Falso Mito #2: il dollaro sta morendo]

Numero due: “il dollaro è in crisi, sta morendo”.
Anche questa la sentiamo ovunque.
Ed è forse ancora più sbagliata.
Infatti in questi mesi di guerra e di paura è stato proprio il dollaro chi si è comportato di più da bene rifugio.
Mentre l’oro crollava, il dollaro saliva, anche se magari meno di quanto avrebbe fatto in passato.

Durante la fase acuta della guerra il cambio euro dollaro è passato da 1,20 a 1,14, attenuando significativamente l’impatto negativo sui nostri portafogli.

Paradossalmente l’asset il cui status di rifugio si è deteriorato negli ultimi mesi è l’oro, mentre il dollaro sta molto meglio di quanto chiunque avrebbe immaginato un anno fa.

Al di là di quali siano le motivazioni macro dietro, questa resta una prova del fatto che l’investimento in oro resta un valido hedge contro il dollaro – e quindi va anche messo in conto che se il dollaro si rafforza questo scenda.

[Bolla o nuovo standard?]
Adesso saliamo di un piano, perché c’è una cornice che ti aiuta a mettere ordine in tutto questo.
Più volte in passato abbiamo citato le ricerche di Campbell Harvey, professore a Duke e partner di Research Affiliates, la società del nostro passato ospite Robert Arnott. Nel 2025 ha scritto un paper dal titolo Understanding Gold,

in cui ha aggiornato le tesi del suo famoso The Golden Dilemma del 2013.

Il dilemma è questo:

Il prezzo reale dell’oro – cioè depurato dall’inflazione – oggi è storicamente altissimo.
Di fronte a un prezzo così alto hai due possibili visioni, e sono inconciliabili.
Prima visione: “chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”: il prezzo reale dell’oro è sempre tornato alla media, prima o poi, quindi da questi livelli è probabile che scenda. [regressione verso la media]

Seconda visione: “questa volta è diverso” – l’arrivo di nuovi compratori strutturali, gli ETF e le banche centrali di Cina, Russia e altri Paesi che si de-dollarizzano, avrebbe spostato il prezzo dell’oro su un piano permanentemente più alto. [prezzo reale dell’oro strutturalmente più alto]

Da quanto State Street ha introdotto il primo ETF sull’oro a inizio anni 2000 si è assistito ad un trend piuttosto robusto. Correlation is not causation. Ma non sembre nemmeno una correlazione spuria.

Se dovessi scommettere un euro, sarei più incline verso la seconda visione, cioè:
Sì, l’estensione dell’accesso all’oro tramite ETF e ETC agli investitori retail potrebbe aver cambiato permanentemente la domanda di oro. Questo non esclude regressioni verso la media – anzi ne stiamo proprio vivendo una – ma è possibile che la media si sposti gradualmente più in alto;
E Sì, il tema del debasement trade non è morto, anche se la moda è un po’ passata, perché il problema fiscale e dei debiti pubblici dei Paesi sviluppati resta.
L’altro lato della medaglia, però, è che tutto ciò potrebbe portare l’oro ad essere meno asset rifugio e più asset ciclico, con minor capacità di diversificazione..

Insomma, la combinazione di ETF accessibili a basso costo e popolarità del debasement trade potrebbero aver allargato in modo permanente la base di investitori dell’oro, e quindi questa pro-ciclicità – il fatto di muoversi di più insieme alle azioni – potrebbe essere il nuovo standard.
In sintesi: l’oro sta diventando “una riserva di valore ad alto beta”.

Questo sarebbe un ulteriore argomento a favore del fatto che l’oro non è esattamente un’assicurazione contro “qualunque cosa brutta” come generalmente si pensa – guerra, recessione, asteroidi, alieni, tutto quanto.
È piuttosto un’assicurazione molto volatile contro un rischio specifico: l’inflazione globale in un’epoca in cui le banche centrali perdono credibilità.

[Quanto oro tenere in portafoglio]
Ora, cosa ci facciamo con tutto questo?
Tre cose pratiche.

Uno: l’oro non è un paracadute azionario – o comunque non sempre. Bassa correlazione vuol dire che a volte va in direzioni opposte, a volte nella stessa. Va tenuto in portafoglio a lungo termine con l’aspettativa giusta, cioè che può fornire protezione dal debasement ma anche che può andare giù più a braccetto con altre asset class.

Due: se si comporterà sempre di più come asset ad alto beta, sarà facile cadere nella tentazione di seguirne il momentum e di comprare nelle bolle. L’anticorpo migliore rispetto a questo rischio è stabilire in anticipo regole meccaniche di allocation e ribilanciamento.

Ci sono varie teorie su quanto oro sia da tenere in portafoglio, che vanno da zero a oltre il 20%.
Diverse ricerche accademiche convergono su valori intorno a 10-15% all’interno di un portafoglio bilanciato di azioni e bond.

Per esempio nel paper The Golden Rule of Investing, scritto da due ricercatori di Robeco viene fatto vedere che all’interno di un portafoglio con circa 50% azioni e 50% bond, un’allocazione intorno al 10% di oro è quella che meglio ottimizza il rapporto tra rischio e rendimento e che minimizza gli scenari avversi.
Inserire più oro, invece, riduce i benefici aumentando il rischio.
Almeno questo dicevano i dati fino al 2022.
Poi negli ultimi 3 anni, appunto, qualcosa potrebbe essere cambiato.

Ad ogni modo se uno decide che 10% è l’allocation target, in un anno come il 2025 quella quota sarebbe potuta diventare magari 15-17% del portafoglio.
Ribilanciare è fondamentale.
Non c’è una regola giusta, ma due rule of thumb possono avere senso:
O si ribilancia ogni 12-18 mesi;
Oppure se la quota di oro aumenta o diminuisce più del 50%. Chiaramente se passa da 10% a 9% o 11% non cambia niente.

Tre: abbiamo detto spesso che l’oro raramente è funziona come hedge puntuale quando sale l’inflazione. Funziona meglio sui trend di lungo termine. La correlazione di breve tra oro e inflazione dei prezzi al consumo e praticamente nulla. [non è protezione immediata dall’inflazione]
Per chi sta guardando, questo grafico mette in relazione l’indice che usa la Fed come deflattore, il Personal Consumption Expenditure, che è la sua misura preferita di inflazione rispetto al Consumer Price Index, con il prezzo dell’oro.
Il fatto che i puntini siano tutti sparpagliati e che no si veda un chiaro trend significa che la relazione di breve termine tra prezzo dell’oro e inflazione è praticamente casuale.

Se invece uno vuole una protezione più puntuale contro l’inflazione inattesa allora funzionano meglio i titoli di Stato indicizzati all’inflazione. Non sono perfetti, ma sono uno strumento più diretto per quel lavoro specifico.

[E Bitcoin?]

Prima di chiudere, val la pena fare un cenno a Bitcoin, che a lungo è stato considerato la versione moderna dell’oro come asset rifugio e riserva di valore definitiva, in un mondo inflazionato da valute di carta e debiti pubblici fuori controllo.

Ora, se l’oro non sta facendo il rifugio, il bitcoin lo fa ancora meno.
Nei dati che abbiamo visto prima la correlazione del bitcoin con le azioni è ancora più alta: nel panico, scende insieme a tutto il resto, spesso di più.
E ultimamente abbiamo visto che scende anche quando gli intevistori più tech-enthusiast passano da un’euforia all’altra.
Per molti, l’ultima parte dello scivolone di bitcoin che in pratica l’ha riportato ai livelli del 2024 potrebbe essere stato causato da investitori che hanno fatto “spazio” e cassa per prepararsi alle imminenti IPO di SpaceX, Anthropic e OpenAI.

Ed Yardeni già più di un anno fa aveva coniato la battuta che l’oro “is the new Bitcoin: sempre più un asset speculativo ad alta volatilità, alto beta, come bitcoin, sempre più finanziarizzato e molto meno bene rifugio macroeconomico.

Tra l’altro la tesi sul fatto che la corsa dell’oro per il debasement trade sia cominciata esattamente quando la Fed ha cominciato il ciclo di tagli dopo Jackson Hole nell’agosto del 2025 vale anche per Bitcoin.

Non è difficile pensare che buona parte delle motivazioni del boom and bust dell’oro degli ultimi 8-9 mesi valgono anche per l’altro presunto bene rifugio, bitcoin appunto.

Lo so, chi conosce e capisce bene bitcoin mi dirà: è solo l’ennesimo nuovo ciclo.
Tornerà su.
Possibile, ma nei suoi 18 anni di vita tutto fa pensare a bitcoin come ad un asset speculativo al pari di una qualunque azione growth – ma senza gli utili sotto.
Detto questo, certamente potrebbe cambiare in futuro, chi può dirlo…

[quando risalirà l’oro?]

E invece l’oro quando riparte?
Perché se il vero motore è il debito pubblico global – che non sta di certo migliorando – prima o poi il debasement trade dovrebbe rimettersi in moto, no?

Nel breve non è detto.
Oggi i mercati si sono convinti che la Fed possa addirittura tornare ad alzare i tassi.

Attualmente i futures prezzano 1-2 aumenti dei tassi di interesse americani da qui ad un anno.

Robin Brooks pensa che si stiano sbagliando: l’inflazione di fondo è sotto controllo, non c’è una vera ragione per alzare. Ma finché il mercato crede a questa storia, e finché c’è la guerra con l’Iran a tenere su il prezzo del petrolio, l’oro resta ingabbiato.

Il punto di svolta, paradossalmente, potrebbe arrivare quando torneranno le attese di tagli dei tassi.
È lì che l’oro potrebbe ricominciare a correre, ripristinando la storica relazione inversa che aveva retto per anni fino al 2022.
Con una differenza non da poco, però: ci arriverà con una base di proprietari molto più volatile e un momentum più spinto, che potrebbe alimentari nuovi cicli di boom e crolli.

E questo ci riporta, dritti, all’ultima cosa pratica.
Per capire quando l’oro tornerà a fare il suo mestiere di rifugio, c’è una cosa sola che conta: la correlazione con le azioni. Quando ricomincerà a scendere verso lo zero – cioè quando l’oro ricomincerà a farsi gli affari suoi mentre le borse ballano – vorrà dire che gli investitori più fragili sono stati lavate via e il “washout” è completo. Fino ad allora, aspettati un oro che balla insieme al mercato, non contro. [Il Segnale: Correlazione Oro-Azioni vicina a ZERO]

Bene amici miei, questo per oggi è davvero tutto.
Lasciatemi chiudere con una considerazione. La cosa che mi piace di più di questa storia non è la risposta – è il fatto che non c’è una risposta certa.
Brooks, che è uno dei più bravi in circolazione, è sinceramente diviso tra “è temporaneo” e “è il nuovo normale”.
Harvey, dopo dodici anni di studio, lascia il dilemma aperto.

E va benissimo così.
Perché investire non è indovinare il futuro dell’oro: è costruirsi un portafoglio che regge in entrambi i mondi, qualunque dei due si avveri. Quello che non puoi più permetterti, dopo questo episodio, è comprare l’oro raccontandoti una favola sul perché in futuro andrà così o cosà. Almeno adesso, qualunque cosa tu decida di fare, la fai a occhi aperti.

Fine!
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Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme sempre qui naturalmente con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva

Gianluca G., 11 Set 2025

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai

Matteo C., 3 Set 2025

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

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