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per continuare a costruire le tue finanze, un passo alla volta. Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.
Il mercato delle obbligazioni si sta ribellando ai governi che spendono senza un piano credibile: i rendimenti a lungo termine salgono, e non perché ci si aspetti più inflazione, ma perché prestare a trent'anni è considerato più rischioso di prima. Vediamo da cosa è fatto davvero il rendimento di un titolo di Stato.

349. Perché i bond fanno paura (e ti riguarda)
00:00 La rivolta nel mercato delle obbligazioni
04:15 I 3 fattori che compongono il rendimento di un bond
08:45 Perché i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo?
11:11 Il ruolo dei Bond Vigilantes e il Debasement Trade
14:06 Perché il rialzo dei tassi è una minaccia per l'Italia
16:34 Azioni vs Obbligazioni: cosa dice davvero il Fed Model
19:53 La convessità: come usare i bond a proprio favore
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Episodio 349. Perché i bond fanno paura. E perché ora è diverso.
La rivolta nel mercato delle obbligazioni
In questo episodio raccontiamo di una rivolta in atto nel più importante mercato finanziario del mondo.
Del perché c’è poco da scherzare.
Ma anche del perché potrebbe essere un’opportunità per tutti noi investitori.
Due settimane fa il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha spiazzato i mercati con un annuncio a sorpresa: da settembre il Tesoro americano raddoppierà i riacquisti dei propri titoli di Stato a lunga scadenza. Da due miliardi di dollari a operazione, ad almeno quattro.
Tradotto: il più grande debitore del mondo si mette a comprare il proprio debito, per provare a far scendere il tasso a cui si finanzia, dato che nel frattempo il Treasury decennale aveva superato il 4,7% e quello trentennale il 5,3.
Reazione muscolare immediata: i rendimenti scendono.
Ventiquattr’ore dopo erano tornati esattamente dov’erano prima.
Ma cosa stava succedendo?
Sostanzialmente i rendimenti obbligazionari a lungo termine erano saliti bruscamente in molte delle principali economie, Stati Uniti, Giappone e Francia su tutte.
E il motivo principale – non l’unico ma il principale come vedremo – è che debiti pubblici e deficit fiscali stanno andando fuori controllo.
L’intervento di Bessent è stato però letto come un tentativo di “dominanza fiscale”, ossia come un intervento politico di manipolazione del mercato.
Invece che occuparsi del problema vero, cioè: ridurre il deficit alzando le tasse e riducendo la spesa pubblica, i governi cercano di abbassare artificialmente i rendimenti.
Questa cosa, in varie forme e modalità, va avanti da anni negli Stati Uniti, nei Paesi Mediterranei dell’Unione Europea, in Cina per altri motivi, mentre il Giappone lo fa da decenni.
Ora però il mercato sembra aver cominciato a perdere la pazienza e ad essere meno disponibile ad accettare che siano i governi a fissare i rendimenti al suo posto.
E che ce frega?
Eh… ce frega eccome – per due ragioni:
Primo: perché è importante capire che si sta verificando un terremoto, una rivolta lenta ma potenzialmente devastante sui mercati che contano davvero – quelli dei bond;
Secondo: perché è molto rilevante per le decisioni sui nostri portafogli – in una maniera completamente controintuitiva.
Seguitemi fino alla fine perché vi farò vedere per quale motivo una gigantesca fonte di preoccupazione può essere per noi un’interessante opportunità.
Prima capiremo davvero cosa c’è dentro i rendimenti obbligazionari.
Poi vediamo chi li sta spingendo su – e ci sono tre responsabili.
E infine scopriamo cosa farcene, con un colpo di scena finale perché ciò che oggi è un problema enorme per i governi potrebbe essere una buona notizia per noi investitori.
Si comincia!
Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque a imparare a investire al meglio, costruirsi la propria libertà finanziaria e la vita che desidera. Se non l’avete ancora fatto, vi faccio una preghiera: mettete segui al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast, così non vi perdete neanche un appuntamento: a voi non costa niente, per me significa tutto.
E per chi è nuovo, consiglio di fare un salto alla playlist “Comincia da qui” su YouTube per avere tutte le basi per poi seguire tranquillamente qualunque episodio.
Bene.
Agosto è finito, la serie di 8 episodi della The Bull Summer School è terminata e vi ringrazio per la caldissima accoglienza [per chi se l’è persa può recuperare gli 8 video prima di questo] – ma ora bisogna tornare a parlare di attualità e mercati, dopo un mese di concetti evergreen.
Intanto: perché è fondamentale parlare, oggi, dei titoli di Stato a lungo termine, una delle asset class più odiate dagli investitori?
Per un motivo semplicissimo:
Se vuoi iniziare ad investire devi capire le azioni;
Ma se vuoi capire i mercati, devi capire le obbligazioni.
Se l’S&P 500 si muove di un punto percentuale… è solo un giovedì qualsiasi.
Se il rendimento dei Treasury americani, l’asset portante dell’intera finanza globale, si muove di un decimo di punto percentuale… probabilmente sta accadendo qualcosa di importante.
Ora, per capire tutto l’episodio dobbiamo capire cos’è il rendimento di un titolo di Stato, in particolare a lungo termine, cioè con il rischio duration.
Per i non iniziati, la duration è la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei rendimenti.
Più in là scade un titolo, più il suo prezzo scende se il mercato inizia a chiedere rendimenti più alti – e viceversa.
I 3 fattori che compongono il rendimento di un bond
Dunque, se io voglio prestare 50.000 € al governo per 30 anni, che domande devo farmi?
TRE DOMANDE:
Prima domanda: quanto penso che i prezzi saliranno nei prossimi trent’anni? Perché se penso che l’inflazione sarà due per cento all’anno, come minimo devo chiedere il 2% di rendimento.
Seconda domanda: quanto voglio guadagnare davvero? Cioè, al netto dell’inflazione attesa, quanto voglio che quei soldi valgano di più quando me li ridanno indietro. Questo è il tasso reale.
Terza domanda: quanto voglio in più per il semplice fatto che trent’anni sono tanti? Questo è il cosiddetto term premium, il premio per tenere i soldi vincolati a lungo rinunciando ad altre opportunità e accollandomi il rischio che magari, nel frattempo, i rendimenti saranno più alti di quelli che ho bloccato io.
Tasso reale, inflazione attesa, premio a termine. Sommate i tre pezzi e avete il rendimento.
Quando diciamo che un Treasury trentennale rende 5,3%, quel numero è la somma di questi tre elemanti.
Qual è la novità ora?
La novità è, rispetto a quel succede spesso, i rendimenti non stanno salendo perché si sono alzate le aspettative di lungo termine sull’inflazione.
L’inflazione attesa è ferma.
Anzi, è leggermente in calo.
A salire sono gli altri due. Il tasso reale e il premio a termine.
Cioè, tradotto: non è che il mercato ha paura che i prezzi salgano troppo.
Vuole essere pagato di più per prestare i soldi, perché ora considera il prestito più rischioso.
Dalla crisi finanziaria del 2008 fino al 2022 il rendimento reale sui titoli a trent’anni era stato sistematicamente più basso dell’inflazione attesa. E fra il 2020 e il 2022 è stato addirittura negativo.
Oggi quel mondo non esiste più.
E soprattutto non sono più disposti a comprare Treasury a lungo termine grandi investitori come i fondi pensione olandesi, le assicurazioni giapponesi e i grandi gestori obbligazionari di mezzo mondo – che sono diventati molto più price-sensitive.
Tutti insieme, senza mettersi d’accordo, stanno chiedendo di più. E siccome sono loro a fissare il prezzo, i rendimenti sono saliti.
Adesso, perché questo conta per il portafoglio e non solo per cultura generale?
Perché il rendimento non è un numero astratto: quando si muove, si muovono i prezzi dei titoli che abbiamo in mano.
Mezzo punto di rendimento in più su un trentennale vale, give or take, 7-8% di prezzo in meno.
In un mercato che è molto più grande di quello azionario e che coinvolge i più grandi investitori istituzionali del mondo – come Stati, banche, assicurazioni, fondi pensione, fondi sovrani e così via – piccole variazioni dei rendimenti possono creare enormi problemi.
Infine dovrebbe essere già chiaro da quel che abbiamo detto che la curva dei rendimenti – cioè quanto rendono i titoli a un anno, a due, a cinque, a dieci, a trenta – non è governata da una sola forza.
Sulle scadenze brevi comanda la banca centrale. Se la Fed o la BCE alzano o abbassano il tasso, i titoli a un anno o a due si adeguano quasi in automatico, perché in fondo un titolo a un anno non è molto diverso da un deposito a un anno.
Ma sulla parte lunga la banca centrale incide meno. Lì conta anche la politica fiscale. Cioè quanto lo Stato spende, quanto incassa, quanto debito dovrà collocare, e soprattutto se qualcuno crede che abbia un piano razionale.
La parte breve della curva è una decisione.
La parte lunga è un giudizio.
E in questo momento, sulla parte lunga, il giudizio sta peggiorando.
Non solo in America: in Giappone, nel Regno Unito, in Francia, e in generale ovunque ci sia un governo che spende più di quello che ha e rimanda le decisioni impopolari.
La domanda ovvia a questo punto è:
perché sono saliti così tanto i rendimenti a lungo termine – e in particolare tassi reali e term premium?
Per almeno tre ragioni.
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Perché i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo?
La prima è la traiettoria dei debiti pubblici e la mancanza di volontà politica di invertire la rotta, con il debito americano che ha sfondato la folle cifra di 40.000 miliardi di dollari e un deficit al 6% del PIL, mai visto fuori da recessioni o crisi.
Circa metà di questo deficit sono solo gli interessi che il governo paga sui propri titoli di Stato, oltre 1.000 miliardi di dollari, più della spesa in difesa militare.
È abbastanza ovvio perché per il governo americano tassi che salgono siano un gigantesco problema, con 10.000 miliardi di debito da rifinanziare a tassi più alti nel prossimo anno e sempre nuovo debito negli anni a venire.
Il Congressional Budget Office stima, ad oggi, un incredmento sistematico del rapporto debito pil, che potrebbe arrivare a oltre il 170% nel 2056.
Attenzione però.
La paura non è che l’America finisca i compratori: non succederà, i titoli di Stato americani restano l’asset più desiderato del pianeta.
La paura è che i compratori chiedano progressivamente di più, anno dopo anno, per assorbire una montagna che cresce senza un piano credibile per fermarla.
Inoltre è cambiato chi compra.
Fino a una quindicina d’anni fa buona parte di quel debito finiva in banche centrali e fondi sovrani stranieri. Erano un parcheggio e usavano il mercato dei Treasury come un conto corrente, del tasso gli importava poco.
Oggi invece molto del debito è in mano a fondi, gestori e hedge fund che sono attenti eccome al prezzo e che sono più speculativi e molto meno long-term oriented (soprattutto gli hedge fund che ormai detengono oltre l’8% di tutti i Treasury).
Seconda ragione: la corsa all’intelligenza artificiale.
Mi riferisco alla competizione per il risparmio con le immense emissioni di obbligazioni corporate da parte degli Hyperscaler (soprattutto Microsoft, Google, Amazon, Meta e Oracle) e delle altre società per finanziare la corsa all’intelligenza artificiale.
Un dato su tutti:
Negli ultimi 12 mesi gli investitori privati esteri hanno comprato 400 miliardi di dollari di bond societari, contro 330 miliardi di emissioni di Treasury.
In pratica stanno preferendo il debito corporate a quello governativo.
Conseguenza: se c’è più offerta di titoli sul mercato, l’investitore chiede rendimenti più alti per investire in Treasury.
La terza ragione è soprattutto americana ed è la resilienza dell’economia: finché l’economia corre, il tasso di equilibrio deve stare più in alto – cioè il tasso di interesse implicito che dovrebbe tenere in equilibrio occupazione e inflazione.
Il ruolo dei Bond Vigilantes e il Debasement Trade
Ora, capito tutto questo, torniamo al nostro Segretario al Tesoro e al perché non è così semplice barare sul mercato dei bond.
Il nostro amico e due volte ospite Ed Yardeni, uno dei più stimati e autorevoli strategist di Wall Street, negli anni ’80 coinò il termine bond vigilantes.
L’idea è semplice: quanto la politica monetaria di una banca centrale o quella fiscale di un governo iniziano a diventare irresponsabili il mercato interviene alzando i rendimenti (cioè svendendo titoli di stato):
Successe all’Italia nel 2011, quando lo spread con la Germania superò i 500 punti e la crisi del debito contribuì alla caduta del governo Berlusconi e all’insediamento del governo tecnico di Mario Monti, necessario per prendere decisioni impopolari che nessun governo politico avrebbe preso.
Successe al Regno Unito nel 2022, quando la premier meteora Liz Truss durò come un gatto in tangenziale dopo aver provato a fare una riforma fiscale senza adeguate coperture e il mercato mandò in orbita il rendimento dei titoli di Stato Inglesi.
Successe nell’aprile del 2025 dopo il Liberation Day: il crollo di due giorni dell’S&P 500 non tolse il sonno a Trump. Appena il mercato dei bond invece iniziò a tuonare, magicamente Trump mise i Dazi in pausa per 90 giorni.
I mercati obbligazionari sono più forti della politica, anche della politica americana.
Si possono manipolare fino ad un certo punto, ma oltre un certo livello si ribellano.
E globalmente si stanno ribellando di fronte a governi ultraindebitati che spendono e spandono senza ritegno.
Morale:
I rendimenti, come abbiamo detto all’inizio, sono rimasti praticamente dov’erano, nonostante l’uscita di Bessent;
Ma allo stesso tempo il mercato ha preso nota e ha detto: ok, ho capito che cercherete in ogni modo di controllare i rendimenti dei titoli di stato e non gli permetterete di salire al livello congruo per l’immane debito che ci sta sotto; benissimo, allora ce la prendiamo con il dollaro.
Ed è così che è ripartito il Debasement Trade.
Il dollaro si è indebolito, mentre l’oro e valute rifugio come il franco svizzero o la corona svedese si sono rafforzati.
Oro e bitcoin, in particolare, hanno visto un agosto da urlo, su rispettivamente del 14 e del 25% nel momento in cui ho registrato l’episodio.
Perché è successo questo?
Perché – diciamo così – un premio al rischio non si cancella. Si sposta.
Se non lo lasci uscire dai rendimenti, esce dalla valuta, come 40 anni di lento indebolimento dello Yen hanno dimostrato – e il Giappone è proprio il paziente zero di questa epidemia da manipolazione monetaria e fiscale.
Guardate in fatti cosa è successo dal Covid in poi, quando la pacchia globale dei tassi a zero e zero inflazione è finita.
I rendimenti sono lentamente risaliti, ma meno di quel che il mercato avrebbe voluto per continui interventi della Bank of Japan, e quindi il valore dello Yen è collassato.
Attenzione a una cosa però.
Non è che questa roba qua interessa gli Stati Uniti, il Giappone o la Francia.
Noi Italiani ci siamo dentro fino al collo.
Perché il rialzo dei tassi è una minaccia per l’Italia
Se salgono i rendimenti globali, beh, cosa pensate succeda ai BTP?
Il trentennale italiano è passato dall’1,5% di fine 2020 a quasi il 5% oggi – e se non fosse per mamma BCE sarebbe molto più su.
Fortunatamente per il momento il mercato se la sta prendendo di più con la Francia, per via della sua spesa completamente fuori controllo e una situazione politica ingestibile.
Però il problema per noi resta.
Dovendo rifinanziare continuamente un debito pubblico che è quasi al 140% del PIL, emettere titoli a rendimenti più alti comporta un costo esorbitante che va a sottrarre risorse a investimenti, sanità, pensioni, infrastrutture, istruzione e così via.
Già oggi 90 miliardi di euro all’anno se ne vanno per interessi sul debito; un aumento del costo del debito per l’Italia non è un fatto da nerd finanziari – è una questione esistenziale per tutti noi.
I rendimenti americani che salgono sono un problema per tutti – anche e soprattutto per chi non ha un portafoglio investito.
Sia chiaro.
Fin qui però sembra un episodio sul problema dei governi.
Invece, come vedrete tra poco, è proprio un episodio sul nostro portafoglio.
Seguitemi: se il prezzo del denaro a lungo termine è tornato strutturalmente più alto, cambiano contemporaneamente tre cose:
il costo del capitale per le azioni,
il valore relativo di oro e valute e, soprattutto,
il rendimento futuro che possiamo aspettarci dalle obbligazioni.
Ed è proprio su quest’ultimo punto che negli ultimi cinque anni rischiamo di esserci fatti ingannare dallo specchietto retrovisore.
Ma andiamo con ordine e chiediamoci intanto: va bene, ma se la situazione fosse davvero grave non dovrebbe crollare tutto?
E invece le azioni continuano ad accarezzare i massimi.
Domanda giusta.
Due risposte.
La prima è che della stessa identica salita di rendimenti esistono due letture complementari:
Lettura uno: il mercato chiede di più perché non si fida di chi emette il debito – e allora prima o poi diventerà un problema anche per le azioni, perché un tasso di sconto più alto abbassa il valore degli utili e dei flussi di cassa futuri.
Lettura due: il mercato chiede di più perché l’economia gira forte e il capitale è tornato semplicemente a costare quello che costava prima del 2008.
Questa, per esempio, è la lettura di Yardeni, secondo cui il Treasury decennale non sarebbe ad un livello preoccupante, ma semplicemente dove era sempre stato prima del 2008, fra il quattro e il cinque per cento; anzi, sarebbe così alto perché il mercato vede un’economia forte.
Chi ha ragione?
Probabilmente c’è del vero in entrambe.
Azioni vs Obbligazioni: cosa dice davvero il Fed Model
Fatto sta che per ora il mercato azionario sembra più interessato ai profitti e alla rivoluzione dell’AI.
In questa fase gli utili contano più dei tassi di sconto, almeno finché gli utili sono eccezionali.
Alla prima vera sorpresa negativa, invece, le cose potrebbero cambiare.
Chi invece è più scettico sulle azioni tipicamente tira fuori il cosiddetto Fed Model per segnalare che l’S&P 500 sarebbe complessivamente sopravvalutato e non pagherebbero alcun premio al rischio oltre ai Treasury.
Il Fed model confronta infatti il rendimento del decennale americano con l’earnings yield dell’S&p 500 – cioè gli utili diviso il prezzo.
Il ragionamento che si sente spesso in giro è questo.
Se il treasury decennale rende il 4,7 per cento e l’earnings yield è il 5%, allora il premio per rischiare in azioni è praticamente zero.
Ma in realtà una lettura sbagliata – come abbiamo spiegato anche in passato.
Il rendimento del titolo di Stato è nominale: dentro c’è l’inflazione.
L’earnings yield no: è un’approssimazione del rendimento atteso reale, perché gli utili delle aziende tendono a incorporare l’inflazione nel tempo.
Più corretto sarebbe invece confrontare l’Earnings Yield con il rendimento reale del Treasury, come fa Yardeni e come aveva spiegato un’altra leggenda e altro nostro passato ospite Cliff Asness.
Il premio al rischio, quindi, sarebbe intorno al 3,7% oggi, non zero.
Siamo lontani anni luce dal 10% di premio al rischio all’indomani della grande crisi finanziaria, ma pure dal quasi 0% del 2000, subito prima dello scoppio della bolla dot-com.
Letto correttamente, quindi, quel modello dice semplicemente il mercato azionario non è né sottovalutato, né sopravvalutato – ma sostanzialmente in equilibrio.
Detto questo: le azioni possono certamente continuare ad ignorare i rendimenti che salgono.
Ma solo fino a quando non potranno più farlo.
Ad un certo punto il mercato del credito si potrebbe deteriorare eccessivamente, l’economia potrebbe bruscamente rallentare, gli utili potrebbero sgonfiarsi se il boom di investimenti si ridimensiona per interessi troppo alti o se nel frattempo l’AI non porta i benefici sperati.
Insomma, ci sono tanti motivi per cui le cose possono andare storto.
Al momento, però, non c’è nessun allarme rosso che stia suonando.
E i bond invece?
Continuano a non regalare una gioia manco per sbaglio?
In realtà, a guardare bene, c’è un colpo di scena positivo alla fine di questo episodio.
Ora, io lo so che obbligazioni vi stanno sulle palle e che sono tre anni che seguite The Bull e ancora vi chiedete perché ci mettete soldi dentro.
Lo capisco:
Negli ultimi 5 anni l’azionario globale è cresciuto del 70% nonostante il 2022 di mezzo, mentre un indice di titoli europei a media scadenza è sotto ancora del 13% e quelli a lunga scadenza del 36%!
Capisco che uno si chieda: ma perché mai nella vita dovrei investire in bond.
La risposta l’ho già data spesso.
Ma devo dire che il mio amico Ben Carlson l’ha formulata lunedì scorso nel modo migliore possibile, in un pezzo chiamato: L’asset class più odiata del mondo.
Ben dice: è verissimo, questo massacro dei bond globali iniziato a fine 2021 può andare avanti ancora e ancora.
Ma bisogna anche guardare l’altro lato della medaglia.
Numero UNO: oggi il rendimento implicito in un ETF obbligazionario non è zero come 5 anni fa.
Il rendimento a scadenza del Bloomberg Euro Aggregate Treasury oggi è 3,4%.
Quello dei titoli a lunga scadenza è oltre il 4%.
Quando i tassi erano a zero un bond si apprezzava solo se scendevano i rendimenti.
Ora c’è un rendimento implicito dato da interessi positivi.
La convessità: come usare i bond a proprio favore
Numero DUE – e questa è la perla di Ben: il concetto di convessità.
La convessità misura quanto cambia la sensibilità del prezzo di un’obbligazione ai tassi quando i tassi stessi cambiano.
In pratica, corregge la duration perché la relazione tra prezzo e rendimento non è lineare, ma curva.
A parità di duration, maggiore convessità significa che il prezzo del bond sale di più quando i tassi scendono e scende meno quando i tassi salgono.
Tipicamente la convessità aumenta più la scadenza e i flussi cedolari sono lontani.
Se quindi i rendimenti obbligazionari a medio e lungo termine sono tornati interessanti, la convessità offre un’opportunità asimmetrica:
Se i rendimenti salgono ancora, gli interessi compensano una parte delle perdite;
Se invece i rendimenti scendono, il prezzo del bond sale in maniera più che proporzionale on top agli interessi.
Per esempio, secondo i calcoli riportati da Ben, il rendimento a 12 mesi di un Treasury decennale in caso di aumento dei tassi di un punto percentuale sarebbe di -2%; in caso di diminuzione dei tassi di un punto percentuale sarebbe di +12%.
Il ragionamento che fa Ben – e che chi mi segue ricorderà che è stato fatto anche in tanti episodi recenti – è questo:
A nessuno importa dei bond in un Bull market in cui il mercato fa +15/20% all’anno;
Ma sarà durante la prossima recessione che ci si ricorderà a cosa servivano i bond e si dirà: i titoli di Stato rendevano 4-5% e nessuno li voleva!
Ma appunto, il senso di un portafoglio diversificato non è avere in pancia solo asset che funzionano in ogni momento.
Per i governi rendimenti più alti sono un problema.
Per l’investitore, invece, possono essere un’opportunità – che si manifesterà come tale nel momento del bisogno.
C’è poi una seconda gamba di tutto il discorso che stiamo facendo.
Se una parte di questa salita dei rendimenti dipende dall’AI e da un’economia che corre, cosa succede se l’AI delude, se i profitti promessi non arrivano, se gli hyperscaler hanno sovrainvestito?
Succede uno shock da domanda, l’economia frena ed è possibile che i rendimenti scendano con essa.
Questo è storicamente lo scenario in cui i titoli di Stato a lunga scadenza hanno dato il meglio.
Quindi, tirando le somme: oggi un’obbligazione ha due modi diversi di pagare.
Se non succede niente di speciale, paga la cedola, che è tornata a essere una cedola significativa.
Se succede il disastro all’azionario, paga anche la rivalutazione – in modo più che proporzionale.
Ora, prima di lanciarsi a bomba fatemi fare due precisazioni.
Primo: non è un invito a fare all-in sulla duration. Non è niente di scontato e non ci sono pasti gratis. Le cose possono andare ancora peggio a lungo prima di andare meglio.
Avere bond a media e lunga scadenza può avere senso in un portafoglio? Probabilmente sì.
Ha senso fare una scommessa specifica sui bond lunghi?
Probabilmente no.
L’idea è che il portafoglio deve essere in grado di rispondere a diversi fattori di rischio.
Non che improvvisamente si butti a capofitto su uno di essi.
Il vantaggio, oggi, casomai, è che per via della convessità, un’allocazione modesta a strumenti con lunga duration può fare una differenza significativa in caso di recessione (o comunque di calo dei rendimenti).
Secondo: c’è gente sveglia che la vede all’opposto. DataTrek per esempio, una delle migliori newsletter di finanza di Wall Street che leggo religiosamente ogni mattina, da settimane consiglia esattamente il contrario: stare sotto i cinque anni di scadenza e lontano dalle duration lunghe.
Ci sta.
Per chi ha più un approccio strategico a lungo termine probabilmente ha senso avere titoli lunghi in portafoglio.
Chi invece, come DataTrek, cerca di dare raccomandazioni di investimento più di breve termine,
probabilmente no.
Quello su cui invece si può essere ragionevolmente sicuri è il quadro generale.
Le stagioni economiche si alternano, ed estrapolare nel futuro i trend recenti – che siano dieci anni di
obbligazioni che non rendono niente o dieci anni di azionario americano che fa il doppio di tutti – non è
quasi mai una buona idea.
Per questo, avere un portafoglio esposto a scenari e a fattori di rischio diversi, è una sana ammissione
di umiltà e un’assicurazione sulla nostra ignoranza sul futuro.
E la parte più noiosa e odiata del portafoglio, dopo dieci anni passati a essere un rimpianto, è tornata
a essere una scelta che merita dignità.
Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.
Spero che l’episodio vi sia piaciuto e che vi abbia fornito un quadro chiaro sulle cose importantissime che stanno accadendo in queste settimane.
Come sempre vi invito a mettere segui e attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast e YouTube per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi raccontano che le obbligazioni saranno noiose e sfigate ma possono anche pagarvi due volte, sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo giovedì, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025