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per continuare a costruire le tue finanze, un passo alla volta. Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.
Non diventi ricco perché hai scelto l'ETF sbagliato. Diventi meno ricco perché il tuo cervello prende decisioni che sembrano prudenti e intelligenti ma ti costano decine di migliaia di euro nel tempo. In questo episodio parliamo dei 5 errori finanziari più subdoli e costosi.

321. 5 bugie della finanza personale
Mezze verità che ti fregano
Il rendimento composto non è magia
Le azioni perdono soldi anche nel lungo periodo
La statistica furba dei 10 giorni migliori
Time in the market: vero, ma non basta
Diversificare non è un pasto gratis
La versione adulta della finanza personale
[Mezze verità che ti fregano]
La finanza personale è piena di frasi bellissime.
Frasi semplici, motivanti, rassicuranti.
“Il rendimento composto fa miracoli.”
“Nel lungo periodo le azioni non perdono soldi.”
“Se perdi i dieci giorni migliori del mercato sei fregato.”
“Time in the market beats timing the market.”
“La diversificazione è l’unico pasto gratis della finanza.”
Familiari no?
Il problema è che molte di queste frasi sono vere.
Ma sono vere come Babbo Natale: utili finché devi convincere tua figlia di 3 anni a comportarsi bene, pericolose se a quarant’anni pensi ancora che i regali li porti un signore obeso con le renne.
Oggi non facciamo l’episodio contro la finanza personale.
Facciamo l’episodio contro la finanza personale raccontata in versione bimbominkia.
Perché questi cinque slogan possono aiutarti a iniziare.
Ma se li prendi alla lettera, possono farti costruire aspettative sbagliate, portafogli sbagliati e farti prendere, nei momenti peggiori, decisioni sbagliate.
Quindi oggi prendiamo cinque grandi bugie della finanza personale – o meglio, queste 5 grandi mezze verità diciamo – vediamo cosa c’è di vero, cosa c’è di falso, e soprattutto qual è la versione adulta da portarsi a casa.
Let’s go.
Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Allora, non è che sono lo schizofrenico gemello cattivo di quello che per tre anni vi ha raccontato qui quanto bella e buona fosse la finanza personale con tutto il suo corpus di buoni suggerimenti.
Buona parte delle mezze verità di cui parliamo oggi le ho pronunciate anch’io di quando in quando, magari con qualche sfumatura.
E le conosco perfettamente perché hanno affascinato me per primo e con entusiasmo le ho volute raccontare in un podcast.
Il punto però è che sono tutte verissime e sono incredibilmente utili per cambiare gli occhi a chi di finanza non capiva un tubo e instillargli il desiderio di trasformare la propria vita finanziaria.
Ma quando però si vuole fare il salto di qualità nella comprensione non ingenua della finanza, allora è importante capire che queste 5 idee di cui parliamo oggi sono sì qualitativamente valide e sono sì utili per trasformare una persona da mero risparmiatore a investitore, ma oltre un certo limite diventano fuorvianti e in alcuni casi addirittura sbagliate.
Prima di smascherale una per una, questo episodio esiste perché è stato sponsorizzato a Fineco, la banca tramite cui investo da sempre, da oltre 25 anni leader nel trading online in Italia.
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Partiamo allora con la
[Il rendimento composto non è magia]
MEZZA VERITÀ NUMERO UNO: la magia del rendimento composto.
Quante volte ho parlato di questa cosa, dio solo lo sa.
Secondo Einstein il rendimento composto sarebbe l’ottava meraviglia del mondo.
Ma la verità è che Einstein sta cosa probabilmente non l’ha mai detta e non mi risulti che fosse neanche particolarmente interessato a tematiche finanziarie.
Spazi che si accorciano, tempo che rallenta, materia che diventa energia, gravita che da forza diventa geometria dell’universo: su quelle cose era il Leo Messi della fisica classica. Sulla gestione del portafoglio, forse meglio chiedere a qualcun altro.
Comunque, sappiamo tutti cos’è l’interesse composto, no?
Se investo una certa quantità di denaro in qualcosa che genera un interesse periodico e reinvesto sistematicamente i proventi di questo investimento, allora la crescita del mio capitale del tempo non sarà lineare ma esponenziale.
Due esempi classici che abbiamo sempre fatto:
UNO: dividi 72 per il rendimento medio atteso del tuo investimento e saprai ogni quanti anni raddoppia di valore. Un rendimento del 7,2% all’anno fa raddoppiare i soldi ogni 10 anni. [regola del 72]
DUE: ogni euro investito mensilmente con un rendimento del 6% diventa mille volte tanto dopo 30 anni e 2000 volte tanto dopo 40. [regola del 1000]
Tutto vero no?
Assolutamente sì, la matematica non fa una piega.
Prendiamo il rendimento medio annuo composto dell’indice più bello del mondo, l’S&P 500.
A seconda delle fonti che consultate, grosso modo le stime dal 1926 ad oggi, da quando esistono dati nel database del CRSP di Chicago, convergono sul valore del 10%.
In cent’anni al 10% percento medio annuo parliamo di una crescita che avrebbe portato 100 dollari a diventare oltre 1 milione.
Si tratta di un incremento di ricchezza di oltre 11.000 volte.
Tuttavia, al di là del fatto che, bello il dato, ma a nessuno frega davvero della crescita in 100 anni, perché interessa la crescita nel tempo utile della propria vita, ecco, quest’aura magica che avvolge il mito dell’interesse composto ha due potenziali problemi.
Il primo problema riguarda la differenza tra la teoria e la realtà.
In tutte le simulazioni classiche – e che anch’io per semplicità ho fatto tante volte – si parla di un rendimento medio annuo come se ogni anno quello fosse il rendimento che il mio investimento si porta a casa.
Dire però che, per esempio, il rendimento medio annuo dell’S&P 500 è stato in media 10% all’anno, non vuol dire che è stato sempre 10% ogni anno e che quindi ogni blocco di 10, 20, 30 anni si è comportato allo stesso modo.
Su un classico orizzonte di investimento azionario, come potrebbero essere 20 anni, la differenza tra lo scenario peggiore e quello migliore è stata abissale. 10.000 $ investiti all’inizio sarebbero potuti crescere dell’1,6% o del 17,20% dell’anno, a secondo del periodo. Parliamo di una differenza come valore finale tra meno di 14.000 $ e quasi 240.000 $.
Quindi in teoria, sì: al ritmo del 10% all’anno ogni 7 anni circa, in media, il tuo capitale raddoppia.
Ma poi dipende da quale momento di partenza ti becchi e dal percorso del tuo investimento.
C’è poi un altro fatto.
Raramente la vera natura di un investimento è puro “buy and hold”: investo una certa cifra all’inizio e poi non tocco più niente.
È molto più probabile che ci siano dei flussi di cassa in ingresso e in uscita:
Molte volte capiterà di aggiungere capitale all’investimento;
Altre volte capiterà di prelevare del capitale.
Il fatto di aggiungere o togliere capitale in momenti che saranno molto più legati alla nostra situazione personale che non ad opportunità sul mercato introduce un ulteriore elemento causale e questo va ad amplificare il cosiddetto “rischio di sequenza dei rendimenti”.
E questo rischio è simmetrico, non è un rischio solo in senso negativo.
Cioè: alcune volte il timing dei miei flussi di cassa sarà favorevole al mio rendimento effettivo, altre volte invece mi penalizzerà.
Questo non va a mettere in discussione la validità aritmetica del rendimento composto.
Ma va in qualche modo a relativizzarla perché la verità è che il grosso della storia di crescita della mia ricchezza non dipenderà dalla magia della capitalizzazione composta sui miei pochi spiccioli risparmiati non andando da Starbucks o rasandomi a zero per non andare dal parrucchiere ogni mese, ma principalmente dalla storia che mi toccherà in sorte, dalla sequenza dei rendimenti di cui beneficerò nel tempo reale della mia vita adulta.
Il rendimento composto è effettivamente quello che fa crescere in maniera esponenziale i miei investimenti.
Ma può essere più magico di Harry Potter o meno magico del mago di Oz in base all’epoca storica e al timing dei miei flussi di cassa.
Attenzione però: quando diciamo che l’S&P 500 ha reso il 10% medio annuo, parliamo di total return — cioè prezzo più dividendi reinvestiti. Se quei dividendi li incassi e li spendi, il rendimento composto si indebolisce parecchio. Non parliamo di differenze marginali: storicamente, senza reinvestimento dei dividendi, si passa da circa il 10% al 6,3% medio annuo. Sui famosi cento anni: da 1.150.000 dollari a meno di 40.000.
Chi usa ETF ad accumulazione – come la maggior parte di noi – reinveste automaticamente e questo vantaggio lo cattura senza doverci pensare. Chi invece usa strumenti a distribuzione e spende i dividendi, no. La magia funziona solo se lasci lavorare tutto il rendimento: capitale, proventi e tempo
Un investitore perfettamente disciplinato che reinveste sempre tutti i proventi si avvicina al rendimento medio teorico del mercato.
Un investitore che utilizza i proventi dei suoi investimenti invece no.
Secondo problema: stai ottimizzando la cosa sbagliata.
Viene spesso mostrata la magia del compounding a lungo termine per dire “ogni euro risparmiato oggi diventerà tantissimo domani”
Ma appunto: lungo termine.
Gli effetti del rendimento composto si manifestano concretamente dopo molto tempo e soprattutto su cifre significative.
Di qui due considerazioni:
Uno: risparmiare su ogni euro possibile e immaginabile perché quell’euro tra 40 anni sarà 8 euro è una bella cosa, sì, ma non esattamente un life-changer; il rischio vero, spesso, è l’iperottimizzazione che peggiora la qualità della vita senza un beneficio proporzionale.
In altre parole: se ti fa felice fare colazione al bar ogni mattina, fallo.
Se guardare Frozen e Frozen 2 a nastro ogni santissimo giorno fa felice tua figlia, spendi sti 15 € al mese per Disney plus.
E così via.
La cosa importante è scegliere: invece che spendere indiscriminatamente su tutto, spendere consapevolmente sulle cose che ti danno valore e tagliare quelle che non te né danno.
Due: ci si focalizza sempre troppo sul beneficio dell’euro risparmiato nel lungo termine – che è un beneficio più sulla carta che nella realtà della vita vera.
Invece investire tempo e fatica per accedere ad una professione che paghi un reddito più elevato fa una [davvero la] differenza al cubo sull’impatto del rendimento composto.
Proviamo a immaginarci Marco che è un super appassionato di finanza personale, guadagna 2.500 € al mese, ottimizza tutto e riesce a investire 500 € al mese che aumentano del 3% all’anno, in linea con l’inflazione; Giulia invece per i primi 5 anni della sua vita professionale investe ogni euro per formarsi, acquisire competenze, fare esperienze e andare alle feste dove crea network. A 30 anni ottiene un lavoro da 4.000 € al mese, che da lì in poi le consentono di alzare lo standard di vita E risparmiare e investire 1.000 € al mese, sempre adeguati all’inflazione.
Chi sfrutta meglio il rendimento composto?
Non necessariamente chi ha iniziato prima e ha ottimizzato ogni centesimo.
Spesso vince chi è riuscito ad aumentare la propria capacità di generare reddito e capitale investibile.
Vedete: non solo la crescita reale a lungo termine è incomparabile.
Ma Giulia avrà a disposizione capitale più significativo per larga parte della propria vita, non solo alla fine.
Quindi si: il rendimento composto esiste, funziona ed è potentissimo.
Ma non è magia.
È il risultato di: tempo, capitale investito, reinvestimento dei proventi e sequenza dei rendimenti.
La versione ingenua dice: “ogni euro risparmiato oggi ti renderà ricco domani”.
La versione adulta dice: “risparmia abbastanza, investi bene, reinvesti i proventi, ma soprattutto aumenta la quantità di capitale che puoi mettere al lavoro”.
Il rendimento composto fa molto.
Guadagnare di più e investire di più spesso funziona ancora meglio.
[Le azioni perdono soldi anche nel lungo periodo]
MEZZA VERITÀ NUMERO DUE: se investi in azioni nel lungo termine non perdi soldi.
Quante volte avete visto immagini come questa?
e devo dire che io stesso le ho largamente usate, come ad esempio nel mio primo libro Sei già ricco ma non lo sai.
L’idea forte è semplice: più a lungo stai investito nel mercato azionario, minore è la probabilità di registrare una perdita di capitale.
Il rischio di perdere soldi nel mercato azionario è infatti inversamente proporzionale alla durata dell’investimento – e questo è un fatto statistico piuttosto noto.
Mentre nel singolo anno hai praticamente una possibilità su 4 di ritrovarti il 31 dicembre con meno soldi che al primo gennaio, già a 5 anni la probabilità crolla, a 10 diventa un evento raro quasi da due deviazioni standard, mentre su 15 anni è virtualmente impossibile perdere soldi investendo nell’S&P 500 e probabilmente i numeri sono molto simili per l’MSCI World, ma è più difficile trovare qualcuno che abbia già fatto tutti i conti.
Il valore positivo di questo genere di informazioni che qualunque blogger, creator, scrittore, asset manager, strategist, economist bla bla bla almeno una volta nella vita racconta è proprio far vedere al neoinvestitore o non-ancora-investitore che da una parte deve tenere conto della propria tolleranza al rischio e dall’altra, soprattutto, deve tenere conto dell’orizzonte temporale.
Se uno ha un lungo orizzonte di investimento non ha nessun senso prendersi meno rischi del necessario: la probabilità di perdere soldi investendo in azioni per oltre un decennio è nettamente inferiore a quella di fare un incidente in auto.
Tutto giusto.
Peccato che in termini reali, cioè considerando il vero potere d’acquisto dei miei soldi al netto dell’inflazione, il quadro sia un po’ meno roseo.
Tutti per esempio sappiamo del famoso decennio perduto, dal 2000 al 2009, anche se tecnicamente in dollari l’S&P 500 era tornato sui massimi nel 2007 prima di crollare di nuovo, quindi questi due drawdown molto ravvicinati sono durati meno di 10 anni ciascuno.
L’unico che è durato più di un decennio è stato quello successivo al settembre 1929 che avrebbe inaugurato la grande depressione terminata solo con la fine della seconda guerra mondiale.
Sembrerebbe quindi che la possibilità di perdere soldi con un investimento buy-and-hold in azioni sia molto remota.
In realtà, senza voler smorzare l’ottimismo di nessuno – e io per primo sono un grandissimo fan dell’investimento azionario – i cosiddetti “decenni perduti” sono molto più frequenti di quel che si pensa se consideriamo i valori reali:
Per esempio un investitore in azioni americano si sarebbe cuccato ben 145 mesi di drawdown reale dal 1973 al 1985.
Secondo altri calcoli, il drawdown reale sarebbe iniziato addirittura nel 66.
Peggio ancora dal settembre 2000 al maggio del 2013: 153 mesi sott’acqua, anche se nominalmente sarebbe sembrato molto meno.
Questa cosa non è solo una curiosità statistica, ma crea delle distorsioni proprio nella percezione del rischio azionario.
Prendiamo l’investitore del 1973 nell’S&P 500: dieci anni dopo avrebbe potuto ritenersi soddisfatto del suo investimento in azioni. A seconda dei database utilizzati, il suo rendimento medio annuo lordo sarebbe stato tra il 5 e il 6%.
Peccato che il suo rendimento reale, quello con cui ci compri le cose, sarebbe stato negativo.
10.000 dollari del 1973, pur investiti in un asset con un rendimento nominale pienamente positivo, sarebbero diventati meno di 8.000 in termini di capacità di acquisto 10 anni dopo per effetto dei due devastanti shock energetici di quel decennio che mandarono l’inflazione sulla luna.
Oh non è che voglio tirarla visto quel che sta accadendo di sti tempi, però…
Ricordiamoci che cose del genere possono capitare!
Sei più ricco nominalmente.
Sei più povero realmente.
I decenni perduti sono rari – certo, e non sono affatto un buon motivo per non investire.
Ma non sono così rari come sembrano.
E se non parliamo di decenni perduti, ma anche solo di decenni che hanno generato un rendimento reale un po’ misero, diciamo inferiore al 3%, stiamo parlando di un decennio su 5.
Tutto ciò non è solo un fatto statistico.
Quando c’è un periodo prolungato di inflazione elevata potrebbero nettamente cambiare i tuoi piani finanziari e potresti essere costretto a dover mettere mano al portafoglio prima di quando ti aspettavi, proprio perché tutta la tua vita è diventata più costosa.
Magari quello stava apparentemente continuando a crescere in termini nominali, ma in termini reali potrebbe capitare di cristallizzare una perdita nel proprio processo di investimento.
Nella costruzione del proprio portafoglio è importante tenere a mente due cose:
Che le azioni nel lungo termine sono certamente delle formidabili macchine di ricchezza;
Ma anche che ciò che conta è il tuo orizzonte temporale reale e la tua capacità di assorbire cali del tuo potere di acquisto anche quando sembra che nominalmente ti stai arricchendo.
[La statistica furba dei 10 giorni migliori]
MEZZA VERITÀ NUMERO TRE: Se perdi i 10 giorni migliori del mercato sei fregato.
Anche questa, lo ammetto, l’ho usata anche io.
Faccio mea culpa.
Di tutte le cose che ho detto in questi tre anni, in cui ridendo e scherzando ho pronunciato circa 2 milioni di parole, questa forse rientra tra le cose di cui mi pento un po’ di più.
Avete presente immagini come questa?
Se negli ultimi 30 anni fossi rimasto sempre investito nell’S&P 500 ti saresti portato a casa l’8,4% di price return medio annuo, oltre 10% considerando i dividendi reinvestiti.
Invece se avessi saltato anche solo i 10 giorni migliori dentro questi oltre 6.000 giorni di borse aperte avresti ottenuto appena il 5,6%.
Persi 20 giorni, appena il 3,7%.
Persi i migliori 30, neanche avresti pareggiato l’inflazione.
Questa è una delle statistiche più diffuse che praticamente ogni società di asset management, consulenza finanziaria, banca e naturalmente chiunque parla di finanza personale tira fuori.
Il problema è che si tratta di “non senso finanziario” vestito di impeccabile rigore statistico.
Cioè:
È perfettamente vero che se uno perde i 10 giorni migliori del mercato compromette la performance del proprio investimento di lungo termine
Ma è anche vero che se uno perde i 10 giorni peggiori del mercato migliora spropositatamente la performance
La fregatura però è che i giorni migliori e quelli peggiori capitano quasi sempre molto vicini l’uno all’altro.
Dal 1990 ad oggi, praticamente tutti i giorni migliori e peggiori si sono concentrati a fine 2008 dopo il fallimento di Lehman, nel marzo/aprile 2020 durante la fase acuta del Covid e poi c’è stato il crollo in due giorni dello scorso 3 e 4 aprile e il mega recupero del 9.
Peraltro è fatto piuttosto noto che i giorni migliori del mercato capitano quasi sempre nei periodi di crisi.
In pratica i giorni migliori degli ultimi 30 anni sono capitati 8 volte su 10 durante un bear market o nei primi due mesi di un bull market, mentre solo 1 volta su cinque durante un bull market maturo, nonostante i bull market occupino la stragrande maggioranza del tempo della storia dei mercati – o perlomeno dell’S&P 500 e dei principali mercati sviluppati.
Potrei tirar fuori altre 50 statistiche che vanno tutte in questa direzione, ma andiamo al punto.
Uno potrebbe dire:
Se perdi i 10 migliori giorni fai schifo, QUINDI stai sempre investito, ma anche
Se perdi i 10 peggiori giorni fai il botto, QUINDI fai market timing.
Sono due affermazioni ugualmente senza senso per un motivo molto semplice.
Per saltare i 10 giorni migliori in pratica devi essere un Jim Simons in reverse:
cioè devi essere il più formidabile market timer di tutti i tempi ma con il segno meno davanti: indovini con precisione chirurgica tutte le mosse più sbagliate possibili.
Ma capite bene che non ha senso questa cosa.
È nettamente più probabile che uno che fa market timing si perda molti dei giorni migliori E peggiori.
E tra l’altro è facile trovare in giro qualcuno che puntualmente rifà i conti e scopre che perdersi sia i 10 giorni peggiori che i 10 giorni migliori batta un investimento buy and hold in cui si resta sempre investiti.
Ma ovviamente si tratta di una strategia estremamente complicata da implementare per gli stessi motivi.
Indovinare con perfetto tempismo quando capitano i giorni migliori e peggiori è praticamente impossibile.
Ora, ci dobbiamo portare a casa da questa mezza verità?
È sicuramente una mezza verità a fin di bene.
Se l’obiettivo qualitativo, come quello che ho sempre avuto in testa io, è quello di scioccare il neoinvestitore e dissuaderlo dal fare market timing, va benissimo.
Restare sempre investiti, per l’investitore medio, è senza ombra di dubbio la strategia a lungo termine che massimizzare il rendimento atteso.
Nessun dubbio su questo, vi sfido a dimostrarmi il contrario.
Oltre a questo, però, l’affermazione è abbastanza vuota di significato.
La versione stupida dello slogan dice: “devi stare sempre investito perché altrimenti perdi i dieci giorni migliori”.
La versione intelligente invece dice: se la tua strategia ti porta a vendere quando hai paura, probabilmente stai vendendo proprio nel momento in cui la distribuzione dei rendimenti futuri diventa più estrema in entrambe le direzioni.
E questa è una lezione pratica potentissima.
Perché il problema della maggior parte degli investitori non è perdere i dieci migliori giorni per sbaglio. Il problema è costruire un portafoglio troppo aggressivo, arrivare al primo -10% in un giorno solo, scoprire improvvisamente di non essere quegli imperturbabili Yoda dei mercati che pensavamo di essere, vendere, e poi non sapere più quando rientrare.
Quindi il punto non è credere ciecamente nel buy and hold come religione.
Il punto è costruire un portafoglio che ti impedisca di fare la cosa sbagliata nel momento peggiore.
Se sei investito al 100% in azioni perché hai visto tre video e poi al primo crollo vendi, il problema non è che hai perso i migliori giorni.
Il problema è che avevi un portafoglio incompatibile con il tuo sistema nervoso.
Il messaggio pratico è:
Non restare investito per paura di perdere i dieci giorni migliori.
Costruisci un portafoglio che puoi tenere anche nei dieci giorni peggiori.
Veniamo però alla prossima mezza verità che è in parte collegata a questa.
[Time in the market: vero, ma non basta]
MEZZA VERITÀ NUMERO QUATTRO: Time in the market beats timing the market.
Ora, penserete che mi sia ammattito osando mettere in dubbio una delle frasi da t-shirt più amate da tutta la comunità del personal finance sparsa in giro per il globo.
Stare investiti a lungo batte quasi sempre provare a fare market timing.
Questo potrebbe essere il manifesto definitivo di tutta la filosofia del passive investing, perché ne cattura tutti i principi fondamentali: l’efficienza dei mercati, l’asimmetria dei rendimenti, l’impatto dei nostri bias comportamentali e così via.
Ma infatti questa non è una bugia.
È una mezza-verità.
Anzi, dai, tre quarti di verità.
È sicuramente vero che stare investiti sempre è l’unico modo sicuro per catturare tutto il premio di rendimento del mercato.
Però questo non significa che investire in un certo momento o in un altro sia indifferente.
La sfortuna è che nessuno ha dei metodi infallibili per prevedere il rendimento futuro dei mercati azionari.
Però abbiamo una solida teoria economica che, su lunghi orizzonti, è in grado di collegare le valutazioni di oggi ai rendimenti attesi di domani.
La metrica largamente più utilizzata e accettata per il suo valore “predittivo” di lungo termine è il rapporto tra il prezzo di oggi di un indice azionario e la media degli utili reali degli ultimi 10 anni.
Parliamo ovviamente dello Shiller CAPE Ratio, cyclically adjusted price-to-earnings ratio.
Il principio di fondo è noto: quanto le valutazioni sono elevate i rendimenti futuri tendono ad essere più compressi e viceversa.
Questo perché il rendimento del mercato azionario dipende da tre cose: quanti dividendi ti pagano rispetto al prezzo che hai pagato, quanto crescono gli utili nel tempo, e se il mercato nel frattempo diventa più caro o più economico rispetto agli utili stessi. Se ipotizzi che crescita degli utili e valutazioni restino costanti — e sul lungo termine non è un’ipotesi stravagante — allora prezzi alti rispetto ai dividendi predicono quasi meccanicamente rendimenti futuri più bassi.
Questa è, in sintesi, l’essenza di ciò che predice il Campbell Shiller Cape Ratio – e citiamo anche il buon John Campbell di Harvard che era stato nostro ospite l’anno scorso.
Storicamente si è visto che quando si è partiti da valutazioni alte, il rendimento futuro dei dieci anni successivi è stato mediocre e viceversa.
Oggi ci troviamo ad un livello di CAPE ratio che praticamente è stato più alto solo nel 2000, un giorno prima dello scoppio della dot-com Bubble; statisticamente il rendimento reale atteso per il prossimo decennio dovrebbe essere addirittura negativo.
La verità è che ci sono tanti motivi per cui non è detto che sia così:
Intanto il rendimento implicito nei prezzi di oggi non è negativo. Diventa negativo solo se si comprime il rapporto tra prezzo e utili, ma non c’è scritto da nessuna parte che debba tornare a livelli medi del passato;
Inoltre la crescita degli utili potrebbe essere effettivamente superiore al passato. La pubblicazione degli utili del primo trimestre di quest’anno è stata sbalorditiva, +27%! rispetto ad un anno fa.
Infine ci sono una serie di considerazioni tecniche e metodologiche come il fatto che il mercato azionario del 2026 è dominato da società molto più profittevoli, scalabli e con elevato RoE rispetto a quelle di 30-40-50 anni fa, giustificando valutazioni più elevate, e il fatto che gli utili oggi vengono calcolati in modo diverso che negli anni 70-80, e quindi è possibile che le valutazioni siano sempre state più elevate di quel che sembra dai dati.
Tutto vero.
Ma tutto questo non cancella il punto centrale: il prezzo di partenza conta.
Questo non è un invito al market timing, ma un invito a tenerne conto sia nella costruzione del proprio portafoglio sia nel setting delle proprie aspettative.
La strategia giusta non è: restare investiti sempre e comunque a prescindere da tutto.
La strategia giusta è adattare l’asset allocation in base ai rendimenti attesi, ai miei obiettivi e alla mia disponibilità a sopportare determinate fasi negative, che storicamente sono state più frequenti vicino a momenti di valutazioni elevate che non con valutazioni depresse.
Time in the market è il principio corretto sulla postura da tenere.
Quale “market” però dipende.
Non significa necessariamente sempre e comunque tutto in azioni e via.
Significa che ci sono momenti in cui lo stesso portafoglio ideale per me varia perché variano i redimenti attesi, le cose che nei prossimi anni potrei doveri fare con i miei soldi e il mio livello di propensione o avversione al rischio.
Non sempre andrà bene per me stare dentro allo stesso “market” nello stesso modo.
[Diversificare non è un pasto gratis]
E veniamo così alla
MEZZA VERITÀ NUMERO CINQUE: la diversificazione è l’unico pasto gratis della finanza.
Questa frase viene spesso attribuita al grande padre della teoria del portafoglio Harry Markowitz, ma non sono certo che l’abbia mai detta lui.
Anche perché semplicemente non è vera.
Quello che lui ha dimostrato è che un portafoglio composto da due asset non perfettamente correlati ha una varianza inferiore rispetto alla media ponderata della varianza dei due asset presi singolarmente.
Un portafoglio diversificato è quindi più efficiente perché – la dico male – ottieni il rendimento medio ponderato dei due asset ma al costo di meno rischio.
Però non è gratis.
Cioè se parliamo di rischio specifico, del rischio che se investi tutto in una sola società questa fallisce, allora sì: il rendimento medio atteso di un portafoglio di 50 azioni diversificate è lo stesso di 5 azioni prese a caso tra esse, ma con molto meno rischio specifico. [Diversificare il rischio specifico è GRATIS]
Se parliamo di rischio sistematico no: diversificare costa! Per definizione diversificare – senza usare la leva – significa accettare minor rendimento in cambio di minor rischio, possibilmente con un beneficio più che proporzionale. [Diversificare il rischio sistematico è COSTOSO]
La diversificazione, quindi, non è mai gratis – almeno ex ante.
Mentre è sicuramente un principio fondamentale molto importante per evitare di ridurre il rischio di rovina finanziaria, diversificare troppo è tanto un problema quanto diversificare troppo poco.
Come abbiamo spiegato più in dettaglio in uno degli ultimi video, il rischio non è un concetto univoco, ha tanti significati:
Il rischio come volatilità di breve termine, cioè il fatto di trovarmi con meno soldi di quel che vorrei in un certo momento nel futuro prossimo, va gestito diversificando gli asset rischiosi, come le azioni, con asset meno volatili come i titoli di stato, o anche più volatili ma decorrelati come oro e materie prime.
Invece il rischio di perdita di potere d’acquisto va gestito diversamente, con più concentrazione in asset rischiosi e accettando maggiore volatilità di breve per rendimento reale di lungo termine.
Ci sono poi altri rischi di natura macroeconomica o geopolitica: il rischio valutario, il rischio di controllo dei capitali, il rischio fiscale – cioè che in futuro certi asset saranno tassati diversamente da oggi.
Per ogni rischio c’è un modo più o meno corretto di diversificare, ma non esiste un modo per farlo cancellando ogni rischio e soprattutto senza costi.
Si tratta di decidere qual è il tipo di diversificazione più utile per te, cioè che riduce il rischio principale che per te conta davvero, in una certa fase della tua vita, e in base al prezzo che sei realmente disposto a pagare.
[La versione adulta della finanza personale]
Allora. Erano bugie o no?
Sì e no. Sono tutte idee utili se usate bene, diventano fuorvianti se le si prende alla lettera senza capire cosa c’è sotto.
Il rendimento composto funziona — ma non è così magico se ti becchi il decennio sbagliato e non ci metti dentro abbastanza soldi.
I decenni perduti in termini reali sono più frequenti di quel che sembra.
I 10 giorni migliori sono una statistica vuota: il punto è costruirsi un portafoglio che non ti fa vendere nel panico.
Time in the market è giusto — ma quale market, in quale proporzione, dipende dal momento, dai rendimenti attesi e dagli obiettivi.
La diversificazione non è gratis — è un trade-off, come tutto in finanza, farne troppa è un errore tanto quanto farne troppo poca.
Come abbiamo detto tante volte è importante distinguere due piani.
La finanza personale è semplice: risparmia, investi principalmente in ETF indicizzati, diversifica in base ai tuoi obiettivi e alle tue esigenze, usa i pac per automatizzare il processo, non vendere quando il mercato va giù, non sovrainvestire quando va su, ribilancia, fai meno trading possibile e tieni i costi rasoterra dove puoi. Qui abbiamo quasi tutto.
Ma la finanza personale non è nemmeno facile: ogni buona idea in linea di principio contiene tante sfaccettature ed è importante comprenderle bene perché metterle a terra nel modo corretto nella propria vita significa una cosa diversa per ciascuno di noi.
Dopo tanti anni che ho sentito ste cose un ad abundantiam, ancora oggi continuo a leggere blog, articoli, report che toccano concetti molto semplici e intuitivi, che per qualche motivo mi dicono ogni volta qualcosa di nuovo.
Non perché cambino i concetti.
Ma perché sono io che evolvo nel corso della mia vita.
E certe cose che avevano un senso per me 5 anni fa ne hanno uno diverso oggi.
Comprendere sia i principi di base sia le loro nuance mi aiuta a non prendere decisioni ingenue per la mia vita finanziaria
E spero che quest’episodio abbia aiutato un pochino ciascuno di voi a comprendere la versione 2.0 di cose che magari conoscevate già, ma che oggi potrebbe avere un impatto più profondo nell’orientare le decisioni finanziarie della vostra vita in maniera più consapevole.
Bene amici miei, questo per oggi è tutto.
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Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme sempre qui naturalmente con The Bull il tuo podcast di finanza personale.
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025