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TFR nel fondo pensione: la scelta che può costarti 100.000€

Dal 1° luglio 2026 è scattato il silenzio-assenso rafforzato: se cambi lavoro hai 60 giorni per decidere dove va il tuo TFR, poi la scelta diventa irrevocabile. In questo episodio analizziamo quanto rende davvero il TFR in azienda, quando il fondo pensione conviene (e quando no), e con una simulazione concreta vediamo cosa cambia davvero in trentacinque anni di carriera.

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29 minuti
TFR nel fondo pensione: la scelta che può costarti 100.000€
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335. TFR nel fondo pensione: la scelta che può costarti 100.000€

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Risorse

Punti Chiave

00:00 La scelta sul TFR che puoi fare senza accorgertene

03:56 Quanto rende davvero il TFR in azienda

05:18 Perché il TFR protegge negli shock

08:23 Fondo pensione: tasse più basse e contributo del datore

12:28 Fondi negoziali, aperti e PIP

16:20 Simulazione: chi vince davvero?

19:56 Il fondo pensione ti salva da te stesso

22:26 Quando il TFR in azienda può avere senso

Trascrizione Episodio

La scelta sul TFR che puoi fare senza accorgertene

Dal primo luglio in poi, milioni di lavoratori italiani dovranno prendere una decisione da decine, forse centinaia di migliaia di euro. 

E la maggior parte la prenderà senza accorgersene. 

Senza firmare niente.  Senza leggere niente.  Semplicemente… in silenzio. Infatti dal primo luglio 2026 è scattato il “silenzio-assenso rafforzato”. 

Tradotto: se vieni assunto da adesso in poi in una società del settore privato, il tuo TFR – quei soldi che accantoni ogni mese e che altrimenti ti verrebbero liquidati alla fine del rapporto dei lavoro – andranno in automatico nel fondo pensione di categoria della tua società – o se non ha uno in Cometa, quello dei metalmeccanici. 

E tu hai sessanta giorni per dire eventualmente “no, grazie, lo voglio lasciare in azienda”. 

Sessanta giorni. 

Poi ciao ciccio e la scelta diventa di fatto irrevocabile.

Ora, io non so se tu sei prossimo a entrare nel mondo del lavoro o uno che già lavora da anni ma che prima o poi cambierà. 

Non importa. 

Perché questa scelta – TFR in azienda o TFR nel fondo pensione – prima o poi tocca tutti, e quindi val la pena capirla bene – e soprattutto: capirla come facciamo qui a The Bull, parlando dell’aspetto finanziario della vicenda e non di quelle 4 fregnacce buttate lì che leggerai sulle news.

Allora oggi facciamo tre cose. 

  • Primo: capiamo cos’è davvero il TFR e quanto rende – perché è meno scontato di quel che si pensa. 
  • Secondo: mettiamo i due mondi uno di fronte all’altro e tiriamo fuori una cifra, una sola, che ti dice quanto ti costa scegliere male. 
  • Terzo, colpo di scena, vediamo uno dei pochi casi in cui lasciare il TFR in azienda è la scelta giusta. 

Volete sapere di che si tratta?

E allora godetevi i prossimi 25 minuti di questo nuovo episodio del nostro bellissimo, nonché fondamentale podcast.

Sigla!

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Questo del TFR e in generale di tutto il discorso della pensione complementare è un tema molto importante, e bisogna dire che questa riforma – lo dico a bassa voce perché con la politica non sai mai – diciamo che almeno filosoficamente questa riforma, oh, mi sembra una cosa buona.

Cioè un sistema di default che costringe le persone a investire i soldi a lungo termine, tanti o pochi che siano, in strumenti buoni o meno buoni come vedremo – insomma, con tutti i difetti che può avere è per forza una cosa buona e giusta.

I motivi sono arcinoti:

  • In primis, siamo in un inverno demografico senza speranza, tra 25 rischiamo di avere un lavoratore per ogni pensionato da mantenere;
  • In secondo luogo, il debito pubblico italiano veleggia verso il 140% del PIL e se ogni anno il 3,4, 5% del PIL se ne va solo per pagare gli interessi sul debito, capite che le risorse per erogare pensioni, assistenza sanitaria e tutte quelle cose che per decenni sono state garantite a chi oggi in pensione c’è già – beh, scarseggeranno sempre di più.
  • In terzo luogo, l’inflazione si mangia anno dopo anno il potere d’acquisto dei nostri soldi. De-globalizzazione, shock energetici, difesa e altre forze secolari fanno pensare che nei prossimi decenni sarà altina. Quindi la combinazione pensioni sempre più scarse e costo della vita sempre più alto stanno bene assieme come una tartare di pesce e una spolverata di parmigiano.

Quindi, bene che si cerchi di spingere sul secondo pilastro, quello della previdenza complementare.

Ora, fino a ieri funzionava così: se venivi assunto, avevi sei mesi per decidere dove mettere il TFR, e se non dicevi niente andava di default nella linea garantita del fondo di categoria, anche se di solito in fase di assunzione si compila il modulino e di default quasi tutto flaggano: lasciare in azienda.

Dal primo luglio 2026 il meccanismo si stringe e si fa più aggressivo: la finestra per decidere scende a sessanta giorni, e soprattutto la regola di default diventa il fondo pensione nel comparto più coerente con l’età del lavoratore – a meno che chiedi esplicitamente di lasciarlo in azienda.

Naturalmente la scelta è irreversibile. 

Una volta che accetti di versare il TFR in un fondo pensione, non si torna più indietro.

Quanto rende davvero il TFR in azienda

Partiamo però dall’inizio, perché secondo me si sanno poche cose sull’argomento.

Il TFR, il Trattamento di Fine Rapporto, è quella parte di stipendio che il tuo datore di lavoro mette da parte ogni anno e ti consegna quando il rapporto finisce. 

Quanto vale? 

Circa il 6,91% della tua retribuzione lorda annua

In pratica, ogni anno accantoni un po’ meno di una mensilità. 

Se guadagni trentamila euro lordi l’anno, stai mettendo via più o meno 2.200 euro all’anno. 

Questi soldi però non restano fermi, godono di una rivalutazione annuale pari ad un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’inflazione. 

Facciamo tre esempi

  • Se l’inflazione è bassa, diciamo 2%, il tuo TFR cresce dell’1,5% più tre quarti di due, cioè l’1,5%, totale circa il 3%. 
  • Se l’inflazione è media, ad esempio 4%, il TFR cresce dell’1,5% più 3%, uguale 4,5%.
  • Se invece l’inflazione è alta, mettiamo 8%, come è stato nel 2022, cresci dell’1,5 più 6, cioè 7,5%, meno dell’inflazione.

Tradotto in soldoni: storicamente il TFR in azienda ha reso intorno al 2,4-2,5% all’anno. 

Non è zero. 

Ma non è neanche tantissimo. 

È un rendimento che, grosso modo, ti protegge dall’inflazione e poco più – tranne quando è molto alta.

Perché il TFR protegge negli shock

Attenzione che però qui c’è un paradosso: il TFR in azienda funziona meglio quando non protegge dall’inflazione, non quando protegge.

Sembra che mi sono bevuto il cervello, ma fatemi spiegare.

  • Se l’inflazione è molto alta, cosa succede tipicamente? Succede che azioni e obbligazioni tendono a soffrire, che sono le asset class in cui sono investiti la maggior parte dei portafoglio e praticamente il 100% dei fondi pensione – come vedremo dopo. Nel 2022 qualunque portafoglio o fondo pensione investito in azioni è obbligazioni ha avuto rendimento negativo – certo come la morte.

Guardate cosa hanno fatto per esempio le 4 versioni dei Vanguard Lifestrategy, che investono dal 20 all’80% in azioni.

Hanno perso tutti dal 13 a quasi il 16% – e peraltro quelli teoricamente più “sicuri”, con più obbligazioni, hanno perso di più, ma questa cosa ovviamente non stupisce chi segue questo podcast e sa bene quanto l’inflazione faccia male soprattutto ai titoli di Stato.

Quindi, per tornare al discorso del TFR, un 7,5% di rivalutazione con l’inflazione all’8% limita i danni perché vai quasi in pari.

Se invece il tuo portafoglio fa -15%, con un’inflazione dell’8%, in pratica in valore reale hai perso circa il 23%! Un quarto del valore dei tuoi soldi.

  • Il problema è paradossalmente con l’inflazione bassa. 

Nel 2024 per esempio l’inflazione italiana è stata un ridicolo 1%.

In questo caso, il TFR in azienda avrebbe reso 2,25%.

Top rendimento reale positivo.

I lifestrategy però avrebbero reso dal 5 al 20% in quello stesso anno.

Il problema del TFR in azienda possiamo sintetizzarlo così:

  • Negli anni di shock inflazionistico tende a proteggere meglio, così come generalmente un fondo monetario funziona meglio di un portafoglio di stock e bond in quel contesto;
  • Ma nella maggior parte degli altri anni genera un rendimento reale molto contenuto.

Ora anticipo l’obiezione: i fondi pensioni non investono in ETF, hanno costi più alti e pagano le tasse ogni anno rovinando il compounding. Giusto

Però ricordiamo subito anche queste cose – che poi rivediamo meglio dopo:

  • La tassazione dei profitti nei fondi pensione è più favorevole (20% contro 26%)
  • E la tassazione del TFR è più favorevole.

Questi vantaggi non compensano probabilmente il gap con un portafoglio fatto solo di ETF, ma gli esempi che abbiamo fatto rendono l’idea qualitativa della differenza di perfomance tra un portafoglio investito in azioni e obbligazioni e la rivalutazione del TFR in azienda.

Vediamo appunto il discorso della tassazione.

Quando alla fine ritiri il TFR dall’azienda, lo Stato te lo tassa con quella che si chiama “tassazione separata”: in pratica si guarda la tua aliquota IRPEF media degli ultimi cinque anni e per la maggior parte dei lavoratori italiani quell’aliquota si aggira nei dintorni del 25-30%.

Bene. 

Questo è il TFR. 

Fondo pensione: tasse più basse e contributo del datore

Veniamo al fondo pensione. 

E qui ci sono tre cose che cambiano tutto, in ordine di importanza.

La prima è appunto la diversa tassazione del TFR

Invece che pagare un’imposta sostitutiva del 25-30%, quando ritiri i soldi dal fondo pensione, la tassazione sulla parte di contributi parte dal 15% e scende dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. 

Significa che chi sta in un fondo pensione per trentacinque anni paga, alla fine, il 9% invece del 25-30%. 

Su decine di migliaia di euro, è una voragine di differenza.

La seconda, la più sottovalutata, è il contributo del datore di lavoro. Funziona così: se aderisci al fondo pensione previsto dal tuo contratto – il cosiddetto fondo negoziale oppure un fondo privato accettato dal datore di lavoro – e ci versi un contributo minimo, spesso intorno allo 0,5-1% della tua retribuzione, allora scatta l’obbligo per il tuo datore di lavoro di metterci del suo. Un altro 1, a volte 2% della tua retribuzione, dipende dai CCNL. 

La terza cosa è la deducibilità dei contributi: sia i tuoi versamenti volontari sia il contributo del datore di lavoro sono fiscalmente deducibili fino a 5.300 € all’anno, in base allo scaglio irpef in cui ti trovi.

Per farla semplice:

  • Mettiamo che guadagni 40.000 € lordi, il tuo ultimo scaglione è 33%
  • Se tra te e il datore di lavoro versate 1.000 € all’anno, recuperi il 33%, 330 € (cioè paghi 330 € in meno di tasse).

Ovviamente ….. Sono soldi che, se lasci il TFR in azienda, non vedresti mai. 

Letteralmente soldi gratis.

L’Italia è piena di inefficienze fiscali di ogni genere, poi ogni tanto, così – puff! – saltano fuori ste cose.

Attenzione, il TFR non è deducibile. 

La deducibilità vale solo sui contributi volontari tuoi e su quelli del datore di lavoro. 

Il TFR no, perché è una somma su cui non hai ancora pagato tasse all’origine. 

Lo sconto arriva se, oltre al TFR, decidi di versare un contributo volontario. 

Passiamo ai rendimenti.

Perché alla fine un fondo pensione i soldi li investe sui mercati. 

Naturalmente dipende dal comparto che scegli. 

I comparti azionari dei fondi pensione, nell’ultimo decennio, hanno reso intorno al 4-5% all’anno. Il doppio abbondante del TFR. 

I comparti bilanciati, intorno al 2-3%. 

E i comparti garantiti o obbligazionari… vicini allo zero, a volte sotto la rivalutazione del TFR. 

Come spesso succede in finanza, la parola “garantito” non riserva quasi mai nulla di buono.

Fondi negoziali, aperti e PIP

Ora, come abbiamo spiegato anche in video passati, esistono tre famiglie di fondi pensione, e non sono uguali. 

  • Ci sono i fondi negoziali, quelli previsti dai contratti di categoria; 
  • Ci sono i fondi aperti, offerti solitamete da banche e società di gestione, a cui può aderire chiunque; e poi
  • Ci sono i PIP, i Piani Individuali Pensionistici, che sono prodotti delle compagnie assicurative.

La differenza macroscopica tra queste tre famiglie, prima di qualunque aspetto di dettaglio, sono naturalmente i costi. 

Purtroppo un grandissimo limite dei fondi pensione italiani è che non funzionano come gli ISA in Regno Unito o gli IRA negli Stati Uniti, che sono wrapper con agevolazioni fiscali in cui uno può investire in maniera piuttosto libera.

Qui scegli generalmente tra 4-5 comparti fatti di fondi comuni d’investimento e ti becchi quello che c’è.

Se prendiamo per esempio i comparti azionari, i costi cambiano sensibilmente a seconda che si tratti di fondi negoziali, fondi comuni e PIP.

Per esempio:

  • Se uno resta nel fondo pensione per 35 anni sosterrà in media un costo di 0,2-0,3% con i fondi negoziali;
  • Oltre 1,5% con i fondi aperti
  • E addirittura oltre 2% con i PIP.

Per periodi più brevi, invece, il costo aumenta.

Ovviamente c’è un altro lato della medaglia.

I fondi negoziali spesso non hanno comparti che investono più del 60% in azioni.

Per esempio Fon.Te, il fondo negoziale del terziario, ha questa allocation:

  • 60% azioni, di cui 25% con cambio coperto
  • 10% bond corporate in euro
  • 30% titoli di Stato con cambio coperto.

Questa dovrebbe essere l’allocazione più aggressiva, destinata a chi ha un orizzonte temporale di lungo termine.

Invece un fondo pensione, proprio per il fatto che è orientato al lunghissimo termine e ha peraltro una serie di vincoli che rendono il disinvestimento più difficile, dovrebbe consentire esposizioni azionarie ben più elevate.

Pensate ad una ragazza o un ragazzo di 25-30 anni che hanno iniziato a lavorare da poco.

Quelli prima dei 65-70 in pensione non ci andranno.

Ma che investano almeno per i primi 20-30 anni solo in azioni.

Questa cosa è gestita meglio nei fondi aperti.

Per esempio Allianz Insieme, che è un fondo pensione aperto piuttosto noto per avere costi relativamente contenuti, intorno allo 0,8-0,9% se tenuto oltre 10 anni, ha un comparto con il 94% di azioni.

Se uno deve investire per 35 anni, obiettivamente mi immagino più questa come allocation iniziale.

Non mi fa impazzire il fatto che l’azionario sia con copertura valutaria, ma questo è un limite di tutti i fondi pensione.

Comunque, in breve:

  • Fondi negoziali costano meno e teoricamente rendono meno
  • Fondi aperti costano di più ma quelli con allocation più aggressive hanno rendimento ATTESO superiore.

ATTESO, naturalmente, di certo nella vita ci sono solo i costi…

Comunque sul sito della Covip c’è il comparatore gratuito sul sito della COVIP, ci metti due minuti, se uno vuole ci mette due minuti a confrontare tutti i costi.

Di norma:

  • Se hai un fondo negoziale di categoria, di solito è la scelta più economica ed è l’unico che ti porta in dote il contributo del datore. Spesso è la risposta giusta su tutti i fronti. 

Questa cosa è possibile anche con fondi aperti con cui il datore di lavoro ha un accordo.

  • La riforma però prevede una novità importante, anche se è stata posticipata al 31 ottobre: la portabilità del contributo del datore di lavoro.

In pratica tu inizi a versare nel fondo negoziale e ottiene il contributo del datore di lavoro e poi, se dopo almeno 2 anni decidi di passare ad un fondo aperto, mantieni il diritto al contributo dell’azienda. 

Non funziona invece se inizi direttamente con un fondo privato.

Perché sta supercazzola gigante…?

Perché sennò era tutto troppo semplice e lineare e figurati…

Simulazione: chi vince davvero?

Ora mettiamo tutto insieme. Numeri alla mano.

Prendiamo Alice. 

Alice guadagna trentamila euro lordi l’anno e ha davanti a sé trentacinque anni di lavoro – povera stellina…

La nostra Alice accantona circa duemilacento euro di TFR all’anno. 

Rendiamo il caso (quasi) realistico.

Lei cambia lavoro ogni 5 anni.

Non prende mai nessun aumento, però ogni volta che cambia ottiene un incremento del 15%.

Nessuno ha percorso così lineare, ma giusto per avere una cosa verosimile

La domanda è semplice: dove mette il TFR?

Scenario uno: TFR in azienda. 

In questo caso immaginiamo che la rivalutazione media sia del 2,5% all’anno, tassata al 17%.

Ogni volta che cambia lavoro il TFR viene liquidato e paga in media il 28%.

Quei soldi, però, siccome Alice non è fessa, li investe in un ETF sull’azionario globale che in media rende, diciamo 7%.

Facciamo così perché altrimenti se quei soldi li tenesse sul conto il confronto con il fondo pensione sarebbe impietoso.

Scenario due: fondo pensione. 

20 anni in comparto azionario, con rendimento del 4% netto, poi 10 anni in uno bilanciato, 3% netto, infine gli ultimi 5 anni in uno obbligazionario al 2% netto.

Dopo trentacinque anni pagherà il 9% sul capitale versato. 

Chi vince?

Beh se Alice non avesse reinvestito il TFR, il fondo pensione avrebbe vinto a man bassa.

Parliamo di circa 176.000 € contro meno di 90.000, al netto di tutto.

Se invece Alice reinveste in un ETF azionario ogni liquidazione, allora, con tutte le assunzioni che abbiamo fatto, paradossalmente alla fine il TFR in azienda vince.

211.000 euro contro 176.000

Ovviamente si tratta di una simulazione molto sensibile agli input.

Sequenze diverse, rendimenti diversi, scelte professionali diverse, possono spostare di molto il risultato.

Tutto cambia, però, con il discorso del contributo del datore di lavoro.

Mettiamo che Alice, oltre al TFR, decida di versare il 2,5% del suo stipendio e ottiene l’1,5% dal datore di lavoro. 

Ricordiamo che i contributi sono deducibili.

Il risparmio fiscale annuale viene poi investito in un ETF azionario che rende in media 7% all’anno.

Ovviamente per rendere il confronto equo, anche nel caso in cui il TFR resta in azienda, Alice investe il 2,5% della retribuzione in ETF, altrimenti la differenza tra i due casi dipenderebbe solo dal fatto che in uno Alice avrebbe investito di più di tasca propria.

In questo scenario le due soluzioni sono molto vicine.

Naturalmente però questo è il risultato di equilibrio che si ottiene con i parametri ad hoc che abbiamo scelto, in un contesto ideale. Diciamo così: è il risultato di due forze che si stanno annullando a vicenda, e vale la pena capire quali, perché nella tua vita reale una delle due quasi sicuramente vincerà.

Da una parte il fondo pensione ha tre regali in tasca: l’uno e mezzo per cento gratis del datore di lavoro, la deduzione che gli costruisce un terzo capitale dal nulla, e la tassa finale al 9% invece del 28 più 26 dell’altra strada. Tre vantaggi belli grossi. 

Dall’altra parte, però, il fondo ha handicap, cioè il rendimento mediamente più basso dell’ETF è azzoppato dal fatto che paga le tasse ogni anno.

Il fondo pensione ti salva da te stesso

Però forse il punto vero, quello “real life”, è questo.

La strada “lascio in azienda e investo ogni volta la liquidazione in ETF” funziona soltanto se per trentacinque anni reinvesti davvero ogni liquidazione e ogni euro che ti eri ripromesso, senza mai cedere. 

Ma la liquidazione del TFR, quando cambi lavoro, è proprio il momento in cui i soldi evaporano: ci paghi le vacanze, la macchina, il bagno nuovo. 

Il fondo, vincolandoti, ti salva da te stesso.

Quindi mettiamola così. 

Sulla carta, per un investitore disciplinato, che pensa di cambiare lavoro piuttosto spesso e consapevole dell’importanza di investire in maniera sistematica, le due strade si equivalgono sulla carta e possono divergere per motivi casuali. 

Ma per il lavoratore medio – quello iperconservativo per natura che non investe manco per sbaglio – il fondo pensione è semplicemente la scelta che rende di più, perché lo costringe ad investire in maniera sistematica e a non liquidare alla prima giravolta del mercato.

Naturalmente i soldi si possono prelevare dal fondo pensione:

  • Dopo 8 anni puoi prelevare fino al 75% per acquisto o ristrutturazione prima casa;
  • E sempre dopo 8 anni puoi prelevare fino al 30% senza motivo.
  • Puoi inoltre prelevare anche fino al 100% del montante per gravi motivazioni di salute o lunga disoccupazione.

Inoltre, perdendo i benefici fiscali, si può riscattare il fondo pensione se vengono meno i requisiti.

Se ad esempio lascio un’azienda con CCNL Terziario per passare ad una con CCNL Chimica, allora non ho più i requisiti per aderire al fondo di categoria e posso chiedere la liquidazione (oppure lasciarlo lì investito fino al raggiungimento dell’età pensionabile).

Al di là di questo, comunque, il punto è che liquidare un fondo pensione presenta molte più frizioni rispetto ad un conto titoli aperto presso una banca o un broker, che letteralmente può essere svuotato in un click.

Questo apparente limite del fondo pensione per il 90% delle persone è un vantaggio comportamentale.

Per chi invece ha un approccio più solido sulla finanza personale e sugli investimenti, come me e molti che stanno guardando il video, questo vincolo comportamentale non è necessario – anzi potrebbe essere un ostacolo.

La scelta però è molto soggettiva e dipende anche dal grado di libertà che vogliamo lasciare ai nostri investimenti a lunghissimo termine:

  • Per qualcuno meno libertà e meglio
  • Per altri è meglio massima libertà.

Quando il TFR in azienda può avere senso

Veniamo però alla situazione in cui invece lasciare il TFR in azienda potrebbe davvero essere la scelta corretta no brainer.

Tutte le simulazioni che abbiamo fatto, per quanto dettagliate, si basavano sull’irrealistico assunto di avere rendimenti medi. Ma i mercati danno tutto tranne che i rendimenti medi.

Il TFR in azienda non scende mai. Ogni anno fa quel suo +2, +3% e via, prevedibile come un orologio. Il fondo pensione, invece, soprattutto se è in un comparto che predilige l’azionario, vive sui mercati. E i mercati, ogni tanto, crollano.

Per questo è molto importante sia scegliere correttamente il comparto in cui investire in base all’orizzonte temporale e alla nostra tolleranza al rischio, sia adattare la scelta nel tempo.

In realtà oggi è sempre più frequente l’opzione “lifecycle”: molti fondi spostano automaticamente i tuoi soldi da comparti aggressivi a comparti prudenti man mano che ti avvicini alla pensione. Così cavalchi i mercati quando hai trent’anni davanti, e riduci via via il rischio quando ne mancano cinque. Se esiste questa opzione nel tuo fondo, che è come funzionano i giganteschi Target Date Fund americani, per la maggior parte delle persone è la scelta più intelligente: ti toglie la tentazione di sbagliare nei momenti sbagliati.

Detto questo, ecco i casi concreti in cui il TFR in azienda probabilmente vince.

  • Caso uno: tu scegli, dentro il fondo, un comparto garantito o obbligazionario e ci resti per sempre. Se metti il TFR nel fondo e poi, per paura, scegli la linea “garantita” e non la molli più, stai facendo il peggio dei due mondi: rinunci alla protezione tranquilla del TFR in azienda e in cambio prendi rendimenti più bassi con più vincoli. Il fondo pensione conviene se — e solo se — scegli un comparto azionario, o quantomeno bilanciato, e ci stai dentro per anni.
    Altrimenti è una partita persa in partenza.
  • Caso due: ti mancano pochi anni alla pensione. Se hai cinquantotto anni e vai in pensione a sessantacinque, il rendimento composto non fa in tempo a lavorare per te, e per giunta a quell’età vorresti un comparto prudente. In quel caso il vantaggio del fondo si assottiglia parecchio, e la flessibilità del TFR in azienda può avere senso.
  • Caso tre: vuoi mantenere la disponibilità dei tuoi soldi ogni volta che cambi lavoro per farci ciò che vuoi. Oppure se vuoi essere certo di avere in mano il 100% del capitale quando smetti di lavorare. Con il fondo pensione, invece, a meno che il montante sia molto basso, solitamente puoi ricevere subito il 50% e poi ricevi il resto mensilmente come rendita.

Detto questo, rispondiamo a tre domande che mi è capitato di ricevere spesso.

  • Prima domanda: “Sì, ma se l’azienda fallisce, che fine fa il TFR?“. Teoricamente è più esposto al rischio di fallimento, in società piccole, o di frodi, nel caso il datore di lavoro non accantoni deliberatamente il tuo TFR. Nella mia precedente esperienza come head hunter ne ho viste di ogni. In realtà esiste il Fondo di Garanzia dell’INPS che interviene se l’azienda non paga.
  • Seconda domanda: “Cosa succede se verso nel fondo pensione e cambio lavoro?” Nessun problema.
    La tua posizione è portabile: te la porti dietro, la trasferisci a un altro fondo dopo un paio d’anni se vuoi, e – cosa fondamentale – mantieni l’anzianità fiscale, cioè quegli anni che ti fanno scendere la tassa dal 15 verso il 9%. Cambiare lavoro non azzera niente.
  • Terza domanda: “E se muoio prima di andare in pensione?” Ottima domanda. Nel fondo pensione, se tiri le cuoia prima del pensionamento, la tua posizione va agli eredi o ai beneficiari che hai designato tu – e qui c’è un vantaggio interessante: queste somme sono esenti dall’imposta di successione e puoi indicare liberamente chi vuoi, anche un convivente. Se hai una famiglia, non è un dettaglio da poco.

“Il fondo pensione non è sempre la risposta giusta. È la risposta giusta se scegli il comparto azionario e hai tempo davanti.”

Visto? Non è uno slogan. È un ragionamento. E un ragionamento ha sempre delle eccezioni.

Naturalmente tutto questo discorso che abbiamo fatto vale al massimo per un dipendente.

Probabilmente vale più spesso che noi per i professionisti in partita iva ordinaria, che comunque possono dedurre i contributi – anche se perdono il beneficio datoriale.

Invece per le partite ive forfetarie, non sono sicuro che sia una scelta conviente. 

Probabilmente può aver senso cominciare pressto con versamenti minimi per guadagnare anzianità contributiva, ma poi aumentare i versamente solo quando si passa a ordinaria e si possono dedurre.

Detto questo: per chiunque ha almeno quindici-vent’anni di lavoro davanti, probabilmente la scelta più sensata è TFR nel fondo pensione, comparto azionario (che poi non è mai solo azionario) e, contributo aggiuntivo per avere quello del datore di lavoro.

Ovviamente la parte che recupero fiscalmente la reinvesto nel mio portafoglio personale.

Se invece fossi a fine carriera, o se mi conoscessi abbastanza da sapere che tanto andrei su un comparto garantito, allora forse il TFR in azienda, tranquillo e prevedibile, sarebbe la mia pace mentale. 

Finanziariamente inefficiente, ma se fa vivere meglio, allora giusto così.

Qualunque cosa deciderai, quello che non devi fare se sei un dipendente prossimo a cambiare lavoro, è lasciare che la scelta la prenda il silenzio assenso.

Valuta tutte le  opzioni e scegli quella più coerente per te.

Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.

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Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme sempre qui naturalmente con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva

Gianluca G., 11 Set 2025

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente

Amalia A., 17 Set 2025

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai

Matteo C., 3 Set 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

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