I tassi tornano a salire: cosa succede ai tuoi soldi

I tassi USA sono tornati ai livelli più alti dal 2007, ma non tutti i tassi influenzano allo stesso modo mutui, conti deposito e BTP. In questo episodio vediamo quali contano davvero e le tre cose da evitare quando i tassi cambiano direzione.

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25 minuti
I tassi tornano a salire: cosa succede ai tuoi soldi
The Bull - Il tuo podcast di finanza personale

356. I tassi tornano a salire: cosa succede ai tuoi soldi

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Risorse

Punti Chiave

00:00 Il Treasury al 5% arriva nelle nostre tasche

02:44 Tasso breve e tasso lungo: chi comanda

06:16 Serve alzare i tassi contro il petrolio?

09:02 Cosa succede ai mutui?

11:37 Gli effetti sulla liquidità

14:16 Il BTP non sale per colpa dell'Italia

19:44 Cosa non fare

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Trascrizione Episodio

Il Treasury al 5% arriva nelle nostre tasche

Lunedì 14 settembre, la lancetta è arrivata alla zona rossa.

A quel numero che per qualche motivo costringe tutti a dire: “ok forse ora abbiamo un problema”.

Il rendimento del Treasury americano a dieci anni, il titolo finanziario più importante del pianeta, quello che determina il costo del capitale globale, ha superato il 5%.

È il livello più alto dal 2007.

La cosa interessante però è un’altra, cioè quanto è cambiato il mondo da quando solo 12 mesi fa la Fed iniziò un ciclo di tagli dei tassi e i mercati davano per scontato che entro l’estate del 2027 il costo del denaro americano sarebbe sceso al 3% o anche meno.

Oggi quegli stessi mercati scommettono che per l’estate prossima sarà al 4,5%.

Per due anni ci siamo chiesti tutti quando avrebbero tagliato.

In poche settimane la domanda è diventata: fin dove saliranno?

E attenzione: questo non è un fatto rilevante solo per investitori o appassionati di finanza.

Ci si creda o no, il rendimento di un Treasury finisce dritto anche nelle tasche di chi abita a Vimercate, Olbia o Battipaglia.

In questo episodio capiremo perché e sapremo quale tasso comanda sulla nostra rata del mutuo, quale sul nostro conto deposito e quale sui nostri amatissimi BTP.

E soprattutto prendiamo atto di cosa può succedere ai nostri portafogli.

Il percorso è questo.

Prima capiamo chi decide i tassi e chi no, perché non tutti hanno lo stesso padrone.

Poi vediamo perché le banche centrali alzano i tassi contro un’inflazione che, in teoria, non possono curare.

Poi passiamo in rassegna mutuo, liquidità, titoli di Stato e portafogli.

E chiudiamo con le cose da non fare.

Mettetevi comodi.

Si comincia!

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Qui parliamo di finanza, investimenti e mercati per imparare a investire davvero, raggiungere la nostra libertà finanziaria e costruirci la vita che desideriamo.

Una preghiera: chi non ha ancora messo segui al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast lo può fare adesso, così non si perde neanche un appuntamento: non costa nulla, e per me significa davvero tanto.

E per chi vuole sapere come leggere i fatti più importanti che muovono i mercati, ogni domenica mattina esce la newsletter di The Bull che in 5 minuti di lettura vi dà le chiavi per capire i fenomeni finanziari che contano davvero.

Prima di cominciare, però, mettiamo in chiaro una cosa sul famoso 5%.

Tra un rendimento del 4,9% e uno del 5% non c’è nessuna differenza economica.

Ce n’è una politica e una mediatica.

Il 5% è perfetto per farci mille articoli sul FT e sul WSJ e aumenta la pressione su Fed, Tesoro e Governo.

Ma finanziariamente conta molto di più il processo che si sta sviluppando, non il numero che è stato raggiunto.

Tasso breve e tasso lungo: chi comanda

Tre settimane fa avevamo parlato del perché i bond fanno paura e avevamo messo sul tavolo una regola che vale la pena ripetere con le stesse parole:

sulle scadenze brevi comanda la banca centrale,

su quelle lunghe contano la politica fiscale e le prospettive economiche.

Volendo possiamo riformularla così: Il tasso breve è una decisione. Il tasso lungo è un giudizio.

Il tasso breve lo decide un gruppo di persone sedute attorno a un tavolo, a Francoforte o a Washington, in una data precisa del calendario.

Il 10 settembre il Consiglio direttivo della BCE ha portato il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%, e da lì il movimento si trasmette quasi in automatico a tutto ciò che scade entro un anno o due. BOT, conti deposito, Euribor e così via.

Il 16 è stato il turno della Fed, che si è riportata in fascia 3,75-4% e il consenso è che non scenderà prima del 2029.

Il tasso lungo invece non lo decide nessuno, come sa perfettamente l’esperto hedge fund manager Scott Bessent ma pare invece aver dimenticato il Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Lo fa il mercato, ogni giorno, mettendo insieme milioni di scommesse:

sull’inflazione dei prossimi dieci anni,

sul debito che gli Stati dovranno collocare,

su quanto capitale si ciucceranno i data center,

su quanto ci fidiamo di chi governa.

La banca centrale lo influenza, certo, ma non lo comanda.

Per questo è così potente e inquietante.

È una forza incontrollabile che si sprigiona quando l’economia inizia a prendere derive non sostenibili.

E adesso la parte che ci riguarda da vicino, perché ogni voce del nostro bilancio familiare risponde a uno solo dei due padroni.

Il mutuo a tasso variabile segue l’Euribor, e l’Euribor segue la BCE.

L’Euribor a tre mesi era al 2,647% l’11 settembre, contro il 2,014% di un anno prima: più di sei decimi di punto in dodici mesi, e la stretta di settembre deve ancora finire di scaricarsi.

Il conto deposito, i BOT e gli ETF monetari viaggiano sullo stesso binario: quando la banca centrale alza, prima o poi rendono di più.

Il mutuo a tasso fisso, invece, si prezza sull’IRS, il tasso swap a dieci o vent’anni, che è un parente stretto dei rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza. L’IRS a 10 anni è intorno al 3,6%, quasi un punto percentuale più di un anno fa.

Ed ecco la conseguenza che spesso ci sfugge: chi oggi va in banca a chiedere un fisso trova un’offerta che si è già mossa da mesi, molto prima che la BCE alzasse un dito, perché il mercato aveva già fatto il suo prezzo.

Questa regola ha un grande pregio: non richiede di indovinare niente. Non dobbiamo sapere cosa farà la BCE a ottobre per capire quale pezzo della nostra vita finanziaria ne sarà toccato. Basta sapere a quale colonna appartiene.

C’è però un posto in cui i due padroni si parlano, ed è quello dove i mercati provano ad anticipare la banca centrale.

Negli Stati Uniti il rendimento del titolo di Stato a due anni, che è la miglior scommessa del mercato sui tassi dei prossimi ventiquattro mesi, è al 4,67%. Il tasso effettivo della Fed è intorno al 3,87%, dopo l’aumento di 0,25 di mercoledì scorso.

Quasi un punto di differenza: tradotto, il mercato sta dicendo che si aspetta altri rialzi, e non uno solo.

Non è un segnale esattamente puntuale di quello che accadrà, ma riflette l’idea del mercato di ciò che la Fed dovrebbe fare nel contesto attuale.

E il mercato sta dicendo: alza i tassi.

Serve alzare i tassi contro il petrolio?

Detto questo, abbiamo raccontato spesso ultimamente che si tratta di un fenomeno globale.

Il target del 2%, ormai, è diventato una chimera per la maggior parte dei Paesi sviluppati.

Dopo l’impennata post-Covid, praticamente l’inflazione media è rimasta incagliata tra il 2 e il 3% e ora l’inflazione importata per effetto della sciagurata iniziativa militare in Iran sta mordendo e il problema dell’energia è che … beh … non resta limitata al settore energetico ma presto si propaga ai consumi.

La domanda delle domande allora è: ma se la banca centrale non può far scendere il prezzo del petrolio perché dovrebbe alzare i tassi?

In tutta onestà, non esiste una risposta.

Chiedete a 5 autorevolissimi analisti e vi daranno 5 ragionevolissime risposte … diverse.

Il ragionamento generale di una banca centrale è questo.

Da più di sei mesi l’energia cara è entrata nei costi delle imprese e quei costi da qualche parte devono andare: o finiscono nei prezzi che paghiamo noi, o finiscono nei margini delle aziende.

Un rialzo moderato dei tassi toglie un po’ di domanda dall’economia, e così spinge una parte maggiore di quei costi dentro i margini invece che sugli scaffali.

Non serve a curare la febbre. Serve a evitare che si trasformi in polmonite, cioè che il rincaro dell’energia contagi i salari, i servizi e le aspettative.

Però è una medicina costosa, come l’ha definita l’ex membro del board della fed Claudia Sahm, perché margini più stretti significano meno assunzioni e aumenti più contenuti.

Ma appunto, il meccanismo non è lineare e non c’è affatto un consenso unanime né sulla diagnosi della situazione né sulla corretta terapia da intraprendere.

Robert Armstrong, l’editorialista del FT inventore dell’espressione TACO, Trump always chickens out, sostiene che la Fed alzi i tassi perché effettivamente l’inflazione è troppo alta. La Fed guarda l’inflazione PCE, non quella al consumo, e il PCE di agosto è atteso al 3% o sopra. I prezzi dei trasporti su gomma viaggiano vicino al 14% annuo. Il mercato del lavoro si sta scaldando.

Al contrario c’è chi, come Robin Brooks, del Brookings Institution, che sostiene invece che l’inflazione core sia piena di voci rumorose, tolte le quali non ci sarebbe alcun motivo per alzare i tassi – se non per rassicurare il mercato che la Fed ha a cuore il problema, altrimenti c’è il rischio che il mercato vada in iperventilazione e cominci a svendere selvaggiamente titoli di Stato.

E sullo sfondo c’è il motivo politico: più Donald Trump chiede di tagliare, più la Fed deve alzare, per non sembrare telecomandata dalla Casa Bianca.

Ora, per chi fa l’economista o scrive editoriali per testate di finanza è un dibattito affascinante.

Ma per noi, che dobbiamo gestire un mutuo, un conto e un portafoglio, cosa significa tutto questo?

Cosa succede ai mutui?

Partiamo dall’America, là dove tutto inizia e finisce.

Con il decennale che si avvicinava al 5%, il tasso dei mutui a trent’anni negli Stati Uniti è tornato a salire verso il 7%.

Lì il mercato immobiliare era già congelato da tempo: chi ha un vecchio mutuo al 3% non vende, chi dovrebbe comprare non ce la fa.

Da noi il meccanismo è diverso, perché il mercato italiano del mutuo non è tutto a trent’anni fissi come quello americano.

E qui torna utile la mappa dei due padroni.

Abbiamo detto che il padrone del mutuo variabile è il tasso breve, cioè l’Euribor, che segue la BCE.

Vediamo quanto pesa davvero il fatto che sia salito nell’ultimo anno.

Prendiamo un mutuo da 150.000 euro a trent’anni, con uno spread dello 0,3% sopra l’Euribor.

Con l’Euribor di un anno fa la rata mensile era di circa 573 euro.

Con quello di oggi è di circa 624.

Cinquanta euro in più al mese, seicento l’anno, senza che nessuno abbia firmato niente.

Se l’Euribor salisse di un altro mezzo punto, la stessa rata arriverebbe a circa 665 euro, altri 40 euro al mese in più rispetto a oggi, quasi 500 euro l’anno.

E qui c’è il dato che mi ha colpito di più preparando questo episodio: secondo la Banca d’Italia, a luglio i nuovi mutui con tasso variabile o rinnovabile entro l’anno sono stati il 29% del totale. A giugno erano il 19,9%. Dieci punti in un mese.

Perché?

Perché a luglio il variabile costava meno del fisso

Solo che il variabile è conveniente finché il tasso breve scende o sta fermo. Quando la banca centrale cambia direzione, il vantaggio iniziale si consuma rata dopo rata.

E il fisso?

Il fisso obbedisce all’altro padrone, il tasso lungo, cioè l’IRS a dieci o vent’anni, che segue i rendimenti dei titoli di Stato.

Chi va a chiedere un fisso oggi trova un prezzo che si è già mosso con la marea globale dei rendimenti a lungo termine.

Ed ecco perché la domanda “adesso conviene il fisso o il variabile?” è mal posta: nessuno dei due è gratis, e nessuno di noi sa dove saranno i tassi tra cinque anni.

La domanda giusta è: quanto regge il nostro bilancio familiare se la rata sale?

Se ottanta o cento euro in più al mese per un paio d’anni sono un fastidio, il variabile resta una scelta sensata, e chi l’ha fatto a luglio non ha necessariamente sbagliato.

Se invece quella cifra ci costringe a toccare il fondo d’emergenza o a fermare il piano di accumulo, allora il problema non è il tasso: è che il mutuo è stato dimensionato senza margine.

Certo, si può sempre surrogare, ma in un contesto di tassi più alti non si troverebbero soluzioni particolarmente convenienti.

Se il mutuo è il posto dove il rialzo dei tassi fa male, c’è invece un posto dove, in teoria, dovrebbe fare bene.

Gli effetti sulla liquidità

Quando i tassi salgono, c’è una categoria di persone che festeggia: chi tiene i soldi liquidi.

Per esempio c’è ancora un vasto consenso negli Stati Uniti sul fatto che bloccare oltre un 4% di rendimento con titoli a breve termine garantiti dal Tesoro sia un buon affare.

Negli Stati Uniti fondi monetari e titoli di Stato brevi pagano come non succedeva da vent’anni, e migliaia di miliardi di dollari ci sono parcheggiati sopra.

Ma anche lì l’aritmetica è meno generosa di quanto sembri: con l’inflazione americana al 3,4%, un 4-4,5% lordo, per un risparmiatore con un’aliquota intorno al 30%, una volta pagate le tasse si riduce praticamente a zero in termini reali.

In Italia il conto deposito è tornato a essere tema di conversazione, con alcuni conti che offrono anche più del 3%.

Ma se poi consideriamo che nell’area euro ad agosto l’inflazione era al 3,3% e che sugli interessi paghiamo il 26% di tasse, non serve fare grandi calcoli che stiamo parlando di un rendimento reale negativo.

Qui però mi interessa un’altra cosa, più psicologica.

“Adesso la liquidità rende” è l’alibi perfetto per non cominciare mai. Si parcheggia tutto sul conto, ci si dice che si aspetta il momento giusto, e il momento giusto non arriva, perché c’è sempre una banca centrale che si deve riunire o un titolo di giornale sul 5%.

Che poi il problema vero non è capire la teoria della finanza personale. È invece la differenza tra la teoria e cominciare davvero ad investire, ci sono un conto titoli da aprire, strumenti da scegliere, la paura di incasinarsi in processi complicati e commettere errori.

Insomma, è lì che si ferma un sacco di gente.

I nostri amici di Satispay, invece, tolgono quel pezzo – e sono anche Sponsor di questo episodio.

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Il BTP non sale per colpa dell’Italia

E arriviamo al terzo oggetto che abbiamo in casa, quello a cui noi italiani siamo più affezionati: il BTP.

Il decennale italiano rende il 4,4% nel momento in cui sto registrando

A fine 2025 era meno di 3,2%.

Ma per una volta il problema non sono i conti pubblici italiani il problema.

Anzi, il disastro fiscale che sta andando in scena in Francia ha fatto sì che il decennale francese, con rating ben più alto di quello italiano, renda ormai più del BTP.

Il punto però è che i rendimenti globali sono risaliti ovunque, con il caso giapponese che è quello più eclatante e inquietante, per motivi su cui però oggi non ci dilunghiamo.

Insomma: “Il BTP non sale per colpa dell’Italia. Sale perché sta proprio salendo il livello del mare.”

Non è una tempesta italiana, è l’alta marea di tutto il mondo.

Il perché l’abbiamo già raccontato, gli indiziati principali sono tre:

L’inflazione energetica seguita alla guerra con l’Iran

La traiettoria allarmante dei deficit fiscali pubblici, con annessi tentativi politici di cappare i rendimenti a lungo termine e

La competizione per il capitale dovuta ai massicci investimenti per l’AI.

Ci sono però tre pezzi nuovi che vale la pena aggiungere.

Il primo è che agli Stati non basta più competere tra loro.

Le grandi aziende tecnologiche americane stanno finanziando i data center dell’intelligenza artificiale emettendo obbligazioni a lunga scadenza: secondo Goldman Sachs, 250 miliardi di dollari quest’anno e 400 miliardi il prossimo. Sono emittenti solidi quasi quanto uno Stato, e si contendono gli stessi soldi.

Il secondo è che i compratori tradizionali si stanno ritirando. La BCE ha ridotto di 1.200 miliardi di euro i titoli in bilancio dal 2022, e continua. I fondi pensione a prestazione definita, che compravano titoli lunghi per definizione, stanno lasciando il posto a piani che puntano più sulle azioni. Il fondo sovrano norvegese, 2.300 miliardi di dollari, vuole ridurre la quota di titoli governativi nel suo portafoglio obbligazionario dal 70% al 50%.

E questo ha un impatto sulla volatilità del mercato obbligazionario, perché ci sono sempre meno compratori indifferenti al prezzo, come appunto Banche Centrali e Governi Stranieri, e sempre più compratori price-sensitive come Hedge Fund, broker dealer e investitori privati.

Il terzo è il più impressionante.

Secondo un’analisi di Deutsche Bank sui dati del Tesoro americano, nell’anno chiuso a giugno gli investitori esteri hanno comprato azioni americane per il 2,8% del PIL degli Stati Uniti, e Treasury solo per il 2%.

In questo secolo non era mai successo, pandemia e post-2008 a parte.

Questo non è un fatto da poco.

In pratica il mercato sta dicendo:

I titoli di stato americani non sono più così risk-free come abbiamo sempre considerato

E al contrario le aziende sono diventate così forti che paradossalmente l’investimento azionario viene percepito come più affidabile che quello in titoli di Stato.

Ora però veniamo alla parte meccanica, che è quella che ci tocca nel portafoglio.

Quando i rendimenti salgono, i titoli già in circolazione perdono valore, perché nessuno compra un’obbligazione al 3% se ne trova uno nuovo che paga di più – no?

La cattiva notizia è la perdita di valore mark-to-market per chi aveva titoli obbligazionari in portafogli.

Ci sono però ben 4 buone notizie – segnatevele:

NUMERO UNO: investire oggi in bond significa partire da rendimenti a scadenza nettamente più alti – l’abbiamo detto tante volte. Il Bloomberg Euro Treasury Bond Index oggi ha un rendimento a scadenza del 3,5%. Sui bond europei lunghi siamo oltre il 4,3%.

NUMERO DUE: rendimenti più alti significa avere un maggior cuscinetto in caso di ulteriore rialzo dei tassi di mercato.

Questo per esempio è il Bloomberg Global Aggregate e mostra quanto i rendimenti possono salire prima che la perdita sul valore del bond eroda un anno di cedole.

Nel 2021 era praticamente zero.

Oggi è quasi 0,6%, il livello più alto dal 2007.

NUMERO TRE: qui il discorso è solo leggermente più tecnico ma è facile.
Bond che pagano cedole più alte, a parità di scadenza, hanno una duration inferiore.
La duration, ricordo, è una misura delle sensibilità del prezzo del bond alle variazioni dei tassi di interesse e in pratica dice qual è il tempo medio ponderato per rientrare dell’investimento considerando i flussi di cassa.
Cedole più alte = più flussi di cassa prima.
Conseguenza: a parità di aumento dei rendimenti, bond che pagano cedole più alte perdono meno.

NUMERO QUATTRO: per effetto della convessità dei bond, un aumento dei rendimenti ha un impatto negativo sui titoli a medio-lungo termine più contenuto rispetto all’impatto positivo di un calo dei rendimenti.
Investire in bond oggi, quindi, ha questa componente asimmetrica.

Vale anche per i BTP questo discorso?

Certamente, però un caveat.

Presi isolatamente, i BTP non sono esposti solo al rischio di duration, come un Treasury o un Bund.

Sono esposti anche al rischio di credito.

Un deterioramento del bilancio pubblico costerebbe punti di rendimento supplementare ai BTP.

Motivo per cui – avviso per tutti i candidati di alle elezioni dell’anno prossimo di destra e di sinistra – occhio a fare promesse fantasiose perché al primo annuncio di operazioni di finanza pubblica creativa che minaccino di allargare ulteriormente il deficit verrebbe severamente punito dai mercati e noi italiani abbiamo bisogno di tutto tranne che di pagare ulteriori interessi sul nostro già mastodontico debito, dato che siamo già verso i 100 miliardi l’anno.

Cosa non fare

Ora, abbiamo visto mutuo, liquidità e titoli di Stato.

Resta la domanda che tutti si fanno a questo punto: e il portafoglio?

La risposta di oggi è volutamente parziale.

Non parliamo di cosa aggiungere o togliere, avremo altre occasioni per farlo.

In linea generale, i sacri testi di finanza dicono che quando aumenta il rendimento dei titoli di Stato, che solitamente sono la componente risk-free del tasso di sconto del mercato azionario, del suo premio per il rischio, l’asset allocation dovrebbe adattarsi di conseguenza.

Era l’idea primordiale della regola di The Bull che lanciai ormai più di tre anni fa.

Ricordate?

Per chi è in fase di accumulo, un criterio empirico per decidere la % di azioni da avere in portafoglio è fare

125 – gli anni – il tasso senza rischio per 5.

Se ipotizziamo 4% come media dei tassi globali senza rischio, ecco come varierebbero i portafogli rispetto al 2021, con rendimenti praticamente a zero, e al 2025, quando lo stesso rendimento era grossomodo intorno al 3%.

Il costo opportunità si è certamente spostato.

Nel 2021 aveva certamente senso alleggerire la quota obbligazionaria.

Ma oggi con l’azionario globale che promette circa il 2,5% di rendimento in più rispetto al 4% senza rischio, naturalmente l’opportunità di detenere azioni si comprime.

Però le differenze rispetto al 2025 non sarebbero così significative e variazioni di asset allocation nell’ordine del 10% del portafoglio rientrano in un normale ambito di tolleranza.

Quindi:

Se sono cambiati avversione al rischio, orizzonte temporale e obiettivi allora è giusto modificare l’asset allocation;

Ridurre la quota azionaria solo perché i rendimenti obbligazionari sono saliti, invece, non è un’operazione così ovvia.

Di conseguenza, oggi parliamo soprattutto di tre cose da non fare, perché quando i tassi cambiano direzione – e c’è così tanto pathos attorno al tema – si rischia di fare gli errori più costosi.

PRIMO ERRORE: fermare il piano di accumulo o vendere le azioni per paura del 5% dei Treasury.

Questo è l’andamento dell’S&P 500 dopo l’inizio degli ultimi sei cicli di rialzo della Fed.

Un anno dopo il primo rialzo, l’S&P si è ritrovato quasi sempre più in alto.

L’unica eccezione è stata il 2022, quando la Fed era partita molto in ritardo rispetto all’esplosione dell’inflazione.

La ragione è semplice: una banca centrale di solito alza i tassi quando l’economia se lo può permettere e se guardiamo all’economia americana, bisogna tornare agli ’80 per ritrovare tassi di crescita nettamente più alti di quelli di oggi.

I danni veri, storicamente, arrivano nella fase opposta, quando la banca centrale taglia perché l’economia sta entrando in recessione.

Detto questo, è certamente possibile sia che il mercato resti piatto per mesi o che alla fine un ciclo di rialzi della Fed si rivelerà un errore.

Ma non c’è un fatto chiaro che dice: “è tempo di scappare”.

SECONDO ERRORE: vendere le obbligazioni perché hanno deluso.

Lo avevo scritto sabato scorso nella newsletter, e lo ripeto qui perché vale la pena. Negli ultimi cinque anni l’obbligazionario globale ha perso quasi il 10% in euro, titoli di Stato Europei il 14%.

È comprensibile averne abbastanza.

Ma chi vende oggi per quella delusione legge il manuale di istruzioni al contrario: le perdite di ieri sono esattamente ciò che rende più alti i rendimenti di domani.

Si può decidere di non avere obbligazioni perché il proprio piano lo richiede.

Non perché ci hanno fatto soffrire.

TERZO ERRORE: trattare il 5% come una soglia magica.

Torniamo da dove siamo partiti. Il 5% non è un precipizio e nemmeno un tetto.

Jim Reid di Deutsche Bank ha fatto vedere che, storicamente, il rendimento del decennale americano ha seguito piuttosto bene la crescita nominale del PIL. Con una crescita nominale per il terzo trimestre che oggi è stimata al 6,6%, forse c’è da mettere in conto che i rendimenti salgano ancora.

Questo sarebbe coerente con il fatto che quando la Fed comincia un ciclo di rialzi i rendimenti lunghi generalmente salgono di più di un punto prima di ricominciare a scendere, mediamente dopo un anno.

Insomma, piaccia o non piaccia, lo so che tutti voi amate le azioni più di ogni altra asset class, ma questo è l’anno dei bond.

I rendimenti obbligazionari sono IL TEMA – per distanza.

E lo sono perché, come stiamo dicendo da settimane, rappresentano un canale di trasmissione diretto tra i mercati finanziari e l’economia reale, pubblica e privata.

Rendimenti che si muovono, vuoi per contrastare l’inflazione, vuoi per i deficit, vuoi per la crescita esplosiva, vuoi per un mix di tutti e tre, finiscono direttamente nella rata del mutuo, negli strumenti che usiamo per gestire la liquidità, nei titoli di Stato e nei portafogli.

E in ultima istanza, possono avere un impatto anche nel settore in cui operiamo, sulla nostra fonte di reddito, sul nostro capitale umano futuro.

Di questo parleremo nel prossimo video, ma già ora portiamoci a casa che stiamo attraversando una transizione importante della storia recente dell’economia e dei mercati e che comprendere le dinamiche che abbiamo descritto oggi e in altre occasioni è uno degli antidoti migliori contro decisioni finanziarie sconsiderate prese magari leggendo un titolo troppo clickbait.

Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.

Chi vuole ricevere ogni domenica il punto della settimana sui mercati, le letture che contano e l’anticipazione del prossimo episodio può iscriversi gratuitamente alla newsletter su www.thebull.it/newsletter.

Nel frattempo vi invito a mettere segui e attivare le notifiche su YouTube, Spotify e Apple podcast, per supportarci e permetterci di di continuare a produrre contenuti che ci spiegano le cose più noiose come i bond, in finanza e nella vita, sono quelle che contano davvero sempre nuovi.

Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente

Amalia A., 17 Set 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai

Matteo C., 3 Set 2025

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

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I contenuti hanno scopo puramente informativo, non sono consulenza finanziaria e investire comporta rischi. La newsletter include inserzioni pubblicitarie di terzi.
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