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per continuare a costruire le tue finanze, un passo alla volta. Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.
In questo episodio parliamo delle sei decisioni che spostano davvero la ricchezza: quanto versi, da quando, quanta parte in azioni, quanto paghi, quanto tieni fermo e quanto ti agiti e vediamo quanto vale ciascuna in euro, seguendo il caso di Ilaria. Cinque su sei non dipendono dai mercati: dipendono solo da noi.

350. Diventare ricchi dipende da 6 decisioni
00:00 2.300 € contro 70.000 €: la decisione che conta
02:17 Il caso di Ilaria
04:11 Decisione 1 — Quanto versi
06:17 La faccia nascosta: 50.000 € persi senza accorgersene
07:49 Decisione 2 — Quando cominci
09:36 Decisione 3 — Quante azioni
13:19 Decisione 4 — I costi
15:27 Decisione 5 — I soldi che tieni fermi
18:18 Decisione 6 — Il comportamento
20:10 Eccole tutte e sei
20:49 Il rumore: decisioni che sembrano importanti
22:37 Perché perdiamo tempo sulle cose che non contano
24:39 A 55 anni la classifica si ribalta
25:37 Le 6 domande da farsi una volta l'anno
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Diventare ricchi dipende da 6 decisioni.
2.300 € contro 70.000 €: la decisione che conta
In quale ETF devo investire: quello che costa 0,15% all’anno, o quello che costa lo 0,10?
Ho letto discussioni così mille volte.
Ma in realtà pure io ho speso ore a ragionare su questioni di iperottimizzazione come questa e tante altre.
La verità, però, è che su un piano da vent’anni come quello che vedremo oggi, quei cinque punti di differenza valgono duemilatrecento euro.
Non all’anno: in tutto.
Alla fine dei vent’anni.
Cioè il niente cosmico.
Invece, mentre ci arrovelliamo su decisioni a zero impatto materiale, ne lasciamo sul tavolo un’altra che ne vale settantamila.
E quella decisione è proprio una di quelle che ci ho messo tanto, troppo tempo a prendere.
Perché era noiosa, si prendeva una volta sola, non richiedeva niente da fare – e invece avrebbe fatto tutta la differenza del mondo, rispetto ad altre che richiedono calcoli e ragionamenti.
Ecco, questo episodio parla esattamente di quel divario.
E ha dentro una buona notizia, che è poi la ragione per cui l’ho voluto fare.
Le decisioni che spostano davvero la nostra ricchezza sono sei.
E cinque su sei non dipendono dai mercati: dipendono solo da noi.
Tutta l’incertezza che ci fa così paura — le crisi, le bolle, i tassi, il prossimo crollo — conta molto meno di quanto contiamo noi.
State con me una ventina di minuti che oggi ci portiamo a casa tre cose.
Primo: mettiamo in fila le tre decisioni che costruiscono il capitale.
Secondo: fissiamo le tre decisioni che determinano quanto di quel capitale arriva davvero nelle nostre tasche. [tre decisioni che salvano il capitale]
Terzo, vediamo quali decisioni sono solo rumore — tutte le cose su cui ci arrovelliamo e che non spostano niente — con un numero accanto a ciascuna
Pronti?
Buon divertimento!
Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque a far lavorare i propri risparmi e costruirsi la vita che desidera.
E qui non vi diciamo mai in cosa investire: vi diciamo su cosa e come prendere le vostre decisioni più importanti, che è una cosa molto più noiosa… ma molto più utile.
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5 minuti per leggerla e capire, ogni settimana, cosa muove davvero i mercati.
Cominciamo.
Il caso di Ilaria
Con grande piacere vi presento Ilaria.
Ilaria ha trentacinque anni, un lavoro dipendente, e ha messo da parte 50.000 euro.
Da qui in avanti riesce a mettere via 300 euro al mese, circa il 15% del suo reddito ed crescono del 4% all’anno – più dell’inflazione attesa perché Ilaria riesce a fare una discreta carriera.
Il suo orizzonte temporale è vent’anni: a cinquantacinque vuole poter essere libera di prendere decisioni importanti per la sua vita senza troppa ansia legata allo stipendio.
Per semplicità, il portafoglio di Ilaria è un settanta-trenta:
settanta per cento azioni globali,
trenta per cento titoli di stato in euro.
Sulla base di quello che abbiamo detto nell’episodio di luglio [https://youtu.be/PQpzYZPa0Qk]
su quanto renderanno i nostri portafogli nei prossimi anni – che era circa 7% nominale per l’azionario globale, 3% per l’obbligazionario – abbiamo un rendimento atteso nell’intorno
del 5,8%, che diventa 5,65% togliendo 0,15% all’anno di costi degli etf.
In tutto, in vent’anni, Ilaria versa 107.000 euro di piano di accumulo, che sommati ai cinquantamila di partenza fanno 157.000 euro usciti dalle sue tasche.
Alla fine dei vent’anni Ilaria si ritroverebbe in media con circa 330.000 euro.
Attenzione: 330.000 è una media.
Se facessimo una simulazione di montecarlo ci accorgeremmo che la fascia più probabile cade tra 230 e i 400 mila euro: cioè potrebbe andarle molto meglio o… decisamente peggio.
Ma per confrontare fra loro le sei decisioni la media è sufficiente, perché il loro impatto non dipende dalla fortuna del percorso di investimento di Ilaria.
Da adesso in poi, per ogni decisione tocchiamo una cosa sola e vediamo di quanto si muove quel numero.
Partiamo con le prime tre decisioni, quelle che creano il montepremi:
quanto ci metti dentro,
da quando,
e quanto lavora davvero.
Decisione 1 — Quanto versi
La prima è il tasso di risparmio.
Ed è l’unica leva di tutte e sei che agisce sul numeratore: mentre tutte le altre competono su come far crescere quello che c’è, questa decide quanto c’è.
E ha due facce, ma spesso la seconda ce la perdiamo per strada.
La prima faccia [UNO:] è la percentuale.
Per esempio Ilaria potrebbe passare dal quindici al venti per cento del suo stipendio:
da trecento a quattrocento euro al mese, che poi crescono insieme al reddito come prima.
Alla fine dei vent’anni Ilaria non avrebbe 330.000 euro: ne avrebbe circa 390.000.
Sessantamila in più.
Notate che questa è forse l’unica leva che dipende quasi interamente da lei.
La sua capacità di risparmio è una DECISIONE personale, legato al suo comportamento finanziario nel corso della vita.
È una decisione su quali spese ottimizzare (quelle inutili, come mutuo, assicurazioni e bollette) [spese fisse]
Quelle discrezionali (come acquisti di beni di consumo, ristoranti, delivery, fumo e alcol e così via) [spese discrezionali]
Quelle sullo stile di vita, dando priorità a ciò che porta davvero valore e cancellando tutte quelle spese che vengono fatte per abitudine, pigrizia, riprova sociale e così via.
Quella sul risparmio è la decisione finanziaria più sicura ed efficace che esista.
Se aumento il versamento, aumenta il risultato, vero come il teorema di Pitagora.
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La faccia nascosta: 50.000 € persi senza accorgersene
La seconda faccia è quella più sottile – ed è [DUE:] l’indicizzazione: il fatto che Ilaria tenga fisso il quindici per cento invece che i trecento euro.
Facciamo il conto al contrario.
Immaginate che Ilaria imposti il bonifico automatico da trecento euro il primo mese e non lo tocchi mai più.
Lo stipendio sale lo stesso, la vita migliora lo stesso, ma il versamento resta lì, fermo a trecento euro, che dopo vent’anni sul suo nuovo stipendio sono più o meno il sette per cento.
Quello che aumenta sono naturalmente le spese.
Questa cosa si chiama: Lifestyle inflation.
Guadagno di più, spendo di più.
Non è che sia una cosa sbagliata – intendiamoci.
Dipende dall’utilità marginale che portano i soldi spesi in più.
Se mi rendono davvero più felice bene, se invece servono per flexare che ho più soldi o semplicemente mi sono stufato di stare attento alle spese, allora un po’ meno.
Risultato finale nel caso di Ilaria: duecentottantamila euro.
Cinquantamila euro in meno – questo è il costo composto della sua Lifestyle inflation.
Di qui la decisione meccanica che deve essere automatizzata per la vita: ogni volta che il reddito sale, almeno metà dell’aumento deve andare nel piano di accumulo prima che abbiamo il tempo di sederci su uno stile di vita più costoso – ma non necessariamente più soddisfacente.
Idealmente tutto.
Ma metà è meglio che niente.
In finanza – lo diciamo spesso – una decisione imperfetta ma sostenibile è meglio di una aritmeticamente perfetta ma che molliamo dopo pochi mesi.
Questa era la prima decisione, che nel caso di Ilaria può valere in media 60.000 € in più o 50.000 € in meno.
Decisione 2 — Quando cominci
La seconda decisione è l’orizzonte.
Attenzione però che l’orizzonte non è tanto “gli anni di fronte a noi”.
Quella non è una decisione vera e propria – anche perché magari schiattiamo prima e tanti saluti.
La decisione è soprattutto la data in cui cominciamo.
Ed è una decisione che peggiora man mano che viene procrastinata.
Immaginiamo che Ilaria ci mette tre anni a partire, perché non è convinta, non è sicura, ha paura, pensa che “non sia il momento migliore” o che “il mercato è cresciuto troppo, meglio aspettare” e così via.
Passano tre anno e i cinquantamila stanno fermi sul conto a fare la muffa, mentre l’inflazione in Europa degli ultimi 5 anni è stata di oltre il 4% all’anno.
Alla fine, iniziando a 38 anni invece che a 35, a 55 anni Ilaria non avrà 330.000 euro: ne avrà 260.000.
Settantamila euro potenzialmente bruciati in “aspetta che ora non riesco, ma guarda che nel weekend mi ci metto”.
Sapeste quante Ilarie e Ilari conosco davvero…
E questa è probabilmente la cifra più grande di tutto l’episodio.
“Aspettare tre anni costa alla nostra immaginaria amica settantamila euro.
È la decisione più cara che prenderà, ma non si accorgerà mai di averla presa.”
Eccoli, i settantamila dell’inizio!
Altro che ottimizzare il ter degli ETF…
Mettiamola così: cominciare in maniera imperfetta OGGI batte cominciare con il portafoglio più giusto del mondo fra tre anni – ma è una verità un po’ scomoda, perché in questa come in tante cose della vita ci raccontiamo mille scuse apparentemente razionali per procrastinare e non prendere decisioni importanti.
Questa era la seconda decisione, che da sola può costare l’equivalente di un’auto, di un viaggio indimenticabile, di una buona università per un figlio… tutto questo solo per il costo dell’attesa.
Decisione 3 — Quante azioni
La terza è la quota azionaria.
Quanta parte del portafoglio lavora sul rischio.
Ho fatto già tanti episodi su questo argomento, che è il problema FINANZIARIO più importante da risolvere per qualunque investitore.
Ma paradossalmente è il più importante… dopo gli altri 5 che con la teoria finanziaria hanno ben poco a che fare.
Mi spiego.
Mettiamo che Ilaria passa da settanta-trenta a novanta-dieci.
90% azioni – 10% obbligazioni.
Molto più aggressiva, più volatilità, discese più profonde.
Il rendimento medio atteso, alla fine, sarebbe: trecentosettantamila euro invece di trecentotrentamila.
Quarantamila euro in più.
Quarantamila.
Non è poco, sia chiaro.
Però notate che pesa meno del tasso di risparmio, meno della data di partenza, e — spoiler— meno o tanto quanto le altre decisioni che stanno nel prossimo blocco.
Su sei leve, questa è la decisione FINANZIARIA fondamentale, ma in un modo tutto particolare e il suo vero impatto non è quello che uno si immagina.
Attenzione un secondo, perché il punto è controintuitivo.
Alzare il tasso di risparmio aumenta sicuramente il risultato terminale atteso
Iniziare prima aumenta sicuramente il risultato terminale atteso
Investire più in azioni, invece, aumenta probabilmente il risultato terminale atteso – ma con dei grossi caveat.
Un portafoglio quasi esclusivamente azionario ha senso quando il valore del capitale umano, cioè il reddito futuro di Ilaria, è nettamente più alto del capitale finanziario, cioè dei soldi realmente investibili.
Questa è la grande lezione della Teoria del ciclo di vita del premio nobel Robert Merton.
Ilaria ha cinquantamila euro investiti, ma nell’arco dei vent’anni ne verserà altri centosette. Cioè due terzi del suo capitale non esiste ancora. E la quota azionaria è una percentuale: agisce su quello che c’è, non su quello che ci sarà.
Più siamo lontani dal traguardo, meno pesa; più ci avviciniamo, più diventa la decisione dominante.
Allo stesso tempo, però, quello che conta davvero in questa decisione è l’utilità marginale – che è un concetto su cui torno spesso – perché è clamorosamente sottovalutato e fondamentale al tempo stesso.
In breve, il concetto è questo: più aumento l’esposizione azionaria, più il mio rischio cresce in maniera più che proporzionale rispetto al rendimento atteso.
La decisione di avere un portafoglio più rischioso – cioè puntare ad un rendimento più alto – deve arrivare solo dopo aver saturato la mia capacità sulle altre due variabili: il risparmio e il tempo.
Se posso scegliere tra aumentare la quota di risparmio mensile o la volatilità del portafoglio, sceglierò sempre la prima.
Se posso scegliere tra iniziare ad investire prima o investire in modo più rischioso, sceglierò sempre la prima.
Perché?
Perché io posso anche decidere che il mio orizzonte temporale è 20-30 anni da oggi.
Ma la vita è imprevedibile.
Avere un portafoglio meno volatile, anche se con un rendimento atteso inferiore, renderà disponibile il mio capitale in finestre temporali più strette, rispetto ad un portafoglio molto aggressivo che magari impiega 10 anni a recuperare da una crisi.
Se prendiamo gli ultimi trent’anni, un portafoglio di sole azioni globali avrebbe reso oltre un punto percentuale in più di quello di Ilaria, ma al costo di sopportare perdite fino a oltre metà del capitale e tempi di recupero di 13 anni.
È una decisione fondamentale. Sì.
Ma non perché aumenta necessariamente la nostra ricchezza finale.
È fondamentale per rendere la nostra ricchezza utile nel momento in cui ci serve di più.
Queste erano le prime tre decisioni fondamentali, quelle che costruiscono il montepremi.
Adesso viene la parte meno divertente, cioè le tre che decidono quanta parte di quel montepremi arriva effettivamente in tasca.
E hanno una caratteristica sgradevole in comune: lavorano da sole.
Agiscono ogni anno, in silenzio, che lo vogliamo o no.
Decisione 4 — I costi
La quarta leva sono i costi.
Il portafoglio di Ilaria costa zero virgola quindici percento all’anno – perché investe in ETF.
Mettiamole in mano quello che le propone la banca sotto casa: un punto e venti.
Un punto percentuale in più, più o meno.
E sono stato generoso.
Secondo Morningstar il costo del fondo comune di investimento medio in Italia è 1,42%, contro lo 0,86% del Regno Unito.
Uno che non segue The Bull potrebbe dire: “ok, costano di più, ma invece che investire in un ETF passivo, brutto e stupido che compra tutto il mercato senza porsi domande, il fondo gestito da professionisti investirà solo nel meglio del mercato”.
Avrebbe assolutamente senso.
Pero Standard and Poor’s – nel report SPIVA del 2025 – ha rilevato che negli ultimi 10 anni 98 fondi azionari su 100 hanno fatto peggio, dopo i costi, degli indici che si proponevano di battere.
Il punto da portarsi a casa è che, in media, i costi di investimento sono un potentissimo predittore del rendimento futuro. [costi predicono rendimento futuro]
Costi semper certi sunt, Rendimenti numquam, molestando il noto motto latino.
Se però Ilaria avesse dato ascolto all’onnipresente cugino che di lavoro fa il promotore finanziario, dopo vent’anni non avrebbe trecentotrentamila euro: ne avrebbe forse duecentottantacinquemila, ipotizzando che la differenza di performance riguardi solo i maggiori costi.
In realtà negli ultimi 3, 5 e 10 anni i fondi attivi hanno reso in media 3-4 punti percentuali in meno all’anno rispetto agli indici, quindi la perdita di ricchezza sarebbe probabilmente ben più alta.
Ma noi consideriamo solo i costi che sono l’unica cosa certa, come detto – e facciamo finta che le performance sarebbero altrimenti equivalenti.
Accettando quel misero punto percentuale di costi in più, Ilaria lascerebbe per strada quarantacinquemila euro.
Sembra assurdo, ma un misero punto percentuale di costo annuo vale in questo caso il 14% del patrimonio. [+1% di costo = -14% di patrimonio]
Questa era la quarta decisione.
Non più una decisione che fa crescere il capitale, ma una decisione su come ridurre al minimo l’erosione del capitale.
Decisione 5 — I soldi che tieni fermi
La quinta leva è quanto cash teniamo fermo.
Cioè: quanto risparmio non entra in portafoglio e quanto a lungo.
E attenzione, perché non sto parlando del fondo di emergenza.
Quello ci vuole, è sacro e intoccabile.
Sto parlando di tutto il resto: del conto corrente che invece di tre mesi di spese future ne contiene ventiquattro, dei soldi che stanno lì “perché non si sa mai”, del bonifico verso il portafoglio che qualche mese salta…
Se per esempio Ilaria, dipendente a tempo indeterminato con un reddito bond-like, relativamente sicuro come un titolo di stato, tiene fermi ventimila euro in più del necessario alla fine dei vent’anni quei ventimila euro le saranno costati… quarantamila euro.
Quarantamila, la differenza di rendimento atteso tra un portafoglio 70/30 e un 90/10.
Cioè investire quei soldi in un portafoglio meno aggressivo avrebbe generato la stessa ricchezza (e con maggiore probabilità) di un portafoglio più aggressivo senza quei soldi investiti (ma con molta più incertezza).
Regola d’oro: a parità di rendimento atteso è meglio investire di più in un portafoglio meno rischioso che investire di meno in un portafoglio più rischioso.
Quei soldi erano già suoi, li aveva già risparmiati: sono semplicemente rimasti a guardare.
Ora, questa leva ha due facce, e sono due persone completamente diverse.
La prima è quella che abbiamo appena visto: l’eccesso di prudenza. Tiene risparmi fermi perché la fa sentire al sicuro.
La seconda invece è l’eccesso di autostima. È quella che tiene la liquidità pronta per comprare quando il mercato scende, pensando di essere più smart di tutti gli investitori. Cash on the sideline, polvere da sparo, per comprare il ribasso che prima o poi arriva.
Chi mi segue sa che ne ho parlato spesso.
In media questo tipo di strategie è fallimentare, perché i mercati passano più tempo a salire che a crollare e il vantaggio di entrare su un ribasso il più delle volte non compensa i mancati profitti dei soldi tenuti fermi a far niente.
Secondo calcoli fatti da studi eccezionali, come il paper
Hold the dip, pubblicato dall’hedge fund AQR l’anno scorso e che cito spesso, la sottoperformance media di tenersi i soldi da parte in attesa di comprare un ribasso va dallo 0,6 all’1,7% all’anno.
Se Ilaria tiene stabilmente, per esempio, il quindici per cento del suo patrimonio in liquidità in attesa dell’occasione, alla fine dei vent’anni le mancheranno in media circa 10-20.000 euro, a seconda delle simulazioni e ipotizzando che il cash non investito maturi almeno il tasso senza rischio.
Se sta su un conto a zero interessi, il danno sarebbe ovviamente più grave.
Sono due Ilarie diverse — una ha paura, l’altra si sente furba — ma entrambe ricevono una multa per “sotto-investimento”. Ripeto: in media, non sempre, ma in media tenere il massimo risparmio possibile investito nel portafoglio più giusto per me è una decisione superiore a tenerne troppo da parte per paura o overconfidence.
Decisione 6 — Il comportamento:
La sesta leva è il comportamento.
Nel quinto episodio della serie The Bull Summer School uscita ad agosto avevo citato il report di Morningstar Mind The Gap, che misura la differenza tra le performance del mercato e quelle dell’investitore medio.
Nel frattempo è uscito il Mind the Gap del 2026, che ha aggiornato i dati.
Nei dieci anni chiusi a dicembre 2025 il fondo comune medio ha reso il 9,9% all’anno, mentre il suo investitore medio ha portato a casa solo l’8,7% – 1,2% di differenza.
I motivi? Principalmente una ragione comportamentale: l’investitore medio è emotivamente portato a sovrainvestire per FOMO, per fear of missing out, durante le fasi più euforiche del mercato, e sottoinvestire o disinvestire per paura, alla prima crisetta.
A questo si può aggiungere il desiderio di pescare i biglietti vincenti della lotteria, di scommettere su strumenti con performance molto volatili come fondi settoriali, tematici, di prevedere il mercato e così via.
In poche parole: l’eccesso di trading e la mancanza di noiosa costanza comportamentale hanno un costo medio ben preciso.
Se Ilaria fosse l’investitore medio, quel punto e due le costerebbe cinquantunomila euro.
E la novità del report del 2026 è che Morningstar spiega che non c’è particolare differenza di comportamento tra chi investe in fondi costosi e chi in fondi economici.
Investire in ETF a basso costo rispetto a fondi comuni che costano 10 volte tanto non migliora la disciplina – anzi
Essendo quotati in borsa e semplicissimi da comprare e vendere, gli ETF generano sì una migliore performance assoluta per via dei costi più bassi, ma anche un gap più ampio.
Quindi:
Investire in strumenti a basso costo è una leva fondamentale
Mantenere un investimento disciplinato anche – ma è una decisione completamente indipendente.
Eccole tutte e sei
Eccole tutte e sei insieme.
Questa immagine è l’episodio.
La cosa interessante da portarsi a casa è quanto incredibilmente di più pesino tutte le decisioni non strettamente di teoria finanziaria, rispetto a quella sull’asset allocation.
Certo, cambiando i parametri delle varie simulazioni i risultati cambiano.
Ma è emblematico che per un caso abbastanza tipico, un’Ilaria in cui moltissimi di voi potrebbero identificarsi, le 5 cose più importanti non dipendono praticamente da altro se non da noi stessi – mentre tutta l’incertezza e la variabilità dei mercati che tanto ci fa paura, in fondo, beh… dovrebbe fare un po’ meno paura.
Il rumore: decisioni che sembrano importanti
E tutte le altre decine di decisioni o pseudo-tali in cui ci impelaghiamo pensando di ottenere chissà cosa?
È principalmente rumore.
Il rumore è tutto ciò che possiamo ripetere giorno dopo giorno.
Le sei di prima, invece, si decidono una volta e poi lavorano per vent’anni da sole.
Esempi classici?
I 5 punti di TER di cui avevamo parlato all’inizio, su 20 anni costerebbero a Ilaria 2.300 €. [5 punti di TER = 2.300 €]
Oppure diventare matti decidendo se fare un Piano di Accumulo normale, come quello di Ilaria, oppure la versione Value Averaging. Per chi non lo sa, in pratica ci si dà un percorso di valore del portafoglio e ogni mese si versa quello che serve per stare sul percorso. Se il mercato è sceso versate di più, se è salito versate di meno, e nella versione ortodossa se è salito troppo vendete. Anche se sembra geniale, perché di fatto compra asset quando sono scesi e non compra o li vende quando sono saliti, in realtà il guadagno mediano nel caso di Ilaria sarebbe intorno ai 2.600 €, mentre il caso medio sarebbe una perdita di 16.000, quando ci si perde dei momenti di crescita molto concentrati. In pratica, un tiro di dadi, tanto sbattimento, nessun beneficio materiale. [VA vs DCA = 2.600 €]
Oppure ancora l’ossessione per gli spread degli etf – anche se è un’ossessione più di chi vende fondi comuni che di chi investe. Sì, si paga sempre uno spread tra il prezzo di mercato di un ETF e il prezzo a cui lo compro io. Ma su un ETF liquido, come il 99% di quelli in cui investiamo, peraltro con PAC mensile, spread che vanno da 0,05% a 0,2% costano qualcosa nell’ordine di centinaia, non migliaia di euro su 20 anni. [Spread = 500-1000 €]
Come queste, ce ne sono mille altre.
Anzi, se volte scrivete nei le vostre supercazzole preferite, che richiedono di spremersi il cervello tanto per portarsi a casa poco.
Perché perdiamo tempo sulle cose che non contano
Prima di chiudere, però, resta la domanda vera.
Se le magnifiche sei sono quelle, e i numeri sono quelli, perché passiamo il novantacinque per cento del nostro tempo sull’altra, lunghissima, lista di puntacazzismi?
La risposta è che le decisioni che contano non producono attività.
Alzare il tasso di risparmio rispetto al mio reddito è una cosa che si fa in tre minuti a gennaio, e poi non ti dà più niente da fare. Anzi, ti costa una certa disciplina di lungo termine.
È come la decisione di iscriversi in palestra. Basta farla una volta e ci vogliono 10 minuti. Tutta la difficoltà sta poi nel presentarsi davanti ai pesi 3-4 volte ogni settimana.
Le decisioni rumorose invece sono divertentissime: si può guardare, confrontare, ottimizzare, rifare.
Dà l’impressione di stare curando i propri soldi.
Dà l’illusione del controllo.
Ma il fatto è che noi confondiamo sistematicamente l’attività con la diligenza — non perché siamo scemi, ma perché in quasi tutti gli altri campi della vita sarebbe giustificato.
Se studi di più vai meglio all’esame.
Se ti alleni di più diventi più forte.
Se parli di più una lingua straniera migliori.
In finanza no.
Oltre le sei decisioni fondamentali, il di più aggiunge poco o nulla.
E ve lo dice uno che ci è cascato dentro con tutte le scarpe per anni.
Il portafoglio l’ho cesellato manco fossi Bernini, i costi li ho spremuti fino all’ultimo punticino, l’asset allocation l’ho toccata più volte di quante ne vorrei ammettere.
Ed erano cose giuste, per carità.
Ma leve importanti come tempo e costi me li sono persi per strada a lungo.
Per anni ho tenuto fermo molto più di quanto servisse, raccontandomi che era prudenza.
Sì ok anche perché non c’avevo soldi, ma per pochi che fossero potevo iniziare prima.
Ho sentito parlare di ETF per la prima volta nel 2013.
Sarebbero passati anni prima che ne acquistassi davvero uno, e non prima di un bel set di costosi fondi comuni con non uno ma ben due consulenti di due banche diverse.
Però, come si dice, il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa.
Il secondo migliore è adesso.
Quindi meglio tardi che mai.
A 55 anni la classifica si ribalta
Detto questo, questa gerarchia non è universale.
Vale per Ilaria: trentacinque anni, cinquantamila investiti e due terzi del capitale ancora da versare. Prendete invece una persona di cinquantacinque anni con mezzo milione già investito e dieci anni davanti.
Per lui, l’asset allocation e il controllo del rischio diventano molto più importanti.
I versamenti mensili nel portafoglio, se ancora li fa, probabilmente spostano molto poco.
La classifica si ribalterebbe di netto: quella che per Ilaria era l’ultima leva, per lui è la prima.
E il motivo è sempre lo stesso, ed è aritmetico: le percentuali agiscono sul capitale che abbiamo, i versamenti su quello che non abbiamo ancora.
Da giovani contano i secondi, da grandi contano le prime.
Cambia però l’ordine, non la lista.
Le sei restano quelle sei.
Il compito ora non è imparare la classifica: è sapere in quale punto della vostra vita vi trovate e quindi quale delle sei, oggi, per voi, sta in cima.
Le 6 domande da farsi una volta l’anno
E siccome le cose cambiano e noi cambiamo con esse, una volta all’anno, queste sei domande è bene riproporcele e assegnare a ciascuna la giusta priorità in base al suo reale impatto sulla nostra ricchezza:
c’è qualcosa che sto ancora rimandando?
che percentuale del mio reddito sto versando? Potrei aumentarla?
quanto rischio ho in portafoglio, ed è ancora quello giusto per la mia distanza dal traguardo?
quanto mi costa il portafoglio?
quanti soldi sto tenendo fermi e perché?
quante volte ho toccato il portafoglio nell’ultimo anno?
Se vi vengono altre domande che non sono queste, beh, probabilmente le risposte non sono così importanti dopo tutto.
Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.
Vi invito ad attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast e YouTube per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi convincono a smettere di confrontare due ETF identici, così potete finalmente annoiarvi con le cose che contano davvero, sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024