Le 5 cose che possono far crollare i mercati adesso

Con i mercati agli ennesimi record, la domanda che torna sempre è se non sia ormai troppo tardi per entrare. Partendo da una lista di rischi messa insieme dal più ottimista degli strategist di Wall Street, vediamo cinque cose che possono rompersi adesso e cinque principi per leggere questa e qualsiasi altro tipo di rischio.

Difficoltà
25 minuti
Le 5 cose che possono far crollare i mercati adesso
The Bull - Il tuo podcast di finanza personale

351. Le 5 cose che possono far crollare i mercati adesso

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Risorse

Punti Chiave

00:00 È troppo tardi per entrare?

01:56 Le paure del più ottimista di tutti

05:31 Sette società, un quarto dei profitti

07:50 La divisione che spiega tutti i rischi

09:30 Nvidia è diventata la banca del boom

11:03 E se non fosse il 2000, ma il 2008?

13:47 L'inflazione incurabile

14:54 Fed e BCE: e se alzassero ancora?

16:33 Mezza America vive di effetto ricchezza

17:47 Se è sui giornali, è già nel prezzo

18:21 Non serve una recessione per perdere il 20%

20:13 Le valutazioni dicono quanto, non quando

21:06 Quanto costa aspettare il crollo

22:35 Pessimismo teorico, ottimismo pratico

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Trascrizione Episodio

351. Le 5 cose che possono far crollare il mercato adesso

È troppo tardi per entrare?

Durante le vacanze ho parlato con tante persone che avevano cominciato da poco a seguirmi e praticamente tutti mi hanno chiesto: “Riccardo ok chiaro tutto, ma secondo te ormai non è troppo tardi per entrare?”

E lo capisco il perché.

Il mercato azionario americano, quello globale, molti mercati europei e asiatici, quasi tutti quelli che contano hanno toccato gli ennesimi record e i giornali non hanno perso occasione per parlare di bolla, irrazionalità, profitti gonfiati e tempesta alle porte.

La paura è duplice:
Chi non è ancora entrato ha paura di fare la figura del fesso iniziando ad investire il giorno prima di un crollo;
Chi è già dentro, ha paura a stare investito perché teme che la festa stia per finire.

Beh, per farvi stare allegri oggi vi do almeno 5 motivi per cui il mercato davvero potrebbe capicollare in ogni momento da qui in poi.
Ma vi dico anche due cose:
La prima è che questi 5 motivi sono paradossalmente un buon motivo per restare investiti, nonostante tutto
La seconda è che se una lista di rischi vi fa venire voglia di vendere o non entrare, non avete un problema di informazione. Avete un problema di allocazione e pianificazione.

In questo episodio ci portiamo quindi a casa:
Cinque cose serie che possono andare storte, adesso, da un momento all’altro.
Ma anche cinque principi per leggere questa e qualunque futura lista di rischi vi capiterà sotto gli occhi da qui ai prossimi dieci anni. Perché di liste così, fidatevi, ne vedrete tante.

Volete sapere di che si tratta e se c’è da preoccuparsi?
Beh, godetevi l’episodio!

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque a investire al meglio, a costruirsi la propria libertà finanziaria e a realizzare, alla fine, la vita che desidera.
Se non l’avete ancora fatto mettete segui al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast, così non vi perdete neanche un appuntamento: a voi costa un click, a me cambia la vita.
E se siete capitati qui per la prima volta o pensate di non capirne abbastanza, fatevi un giro alla playlist “Comincia da qui” su YouTube.

Le paure del più ottimista di tutti

Allora, mentre mi trovavo Corfù a metà agosto, il mio idolo Ed Yardeni,

che leggo religiosamente ogni santo giorno vacanze comprese pubblica una lista di cause che potrebbero far saltare i mercati per aria.
Per chi non lo conosce, Ed Yardeni è noto per essere un permabull, un investitore e strategist estremamente ottimista – e che grazie al suo ottimismo è uno di quelli che a Wall Street ne ha indovinate di più nell’ultimo decennio.

La sua previsione di base è molto nota: siamo nei ruggenti anni ’20 di questo secolo e l’S&P 500 chiuderà ad almeno 10.000 punti entro la fine del 2029.

Nel momento in cui scrivo siamo intorno ai 7.700, quindi da qui sarebbe un 8,2% medio all’anno, mettiamoci i dividendi, circa 9-9,5%.

Ora, se uno così, che sulla propria lapide vuole che ci sia scritto “Usually bullish, usually right”, fa un elenco di cose che potrebbero andare male, forse è il caso di prendere un po’ di consapevolezza.
Attenzione però: lui assegna comunque allo scenario positivo l’80% di probabilità e il 20% a quello negativo.

Ma è anche vero che le cose che storicamente hanno fatto davvero male avevano sempre una bassa probabilità di verificarsi – altrimenti avremmo tutti preso le contromisure per tempo.

Come dice lui, non si tratta di insinuare dubbi o convincere a disinvestire o non investire affatto, ma “di disciplinare il comportamento”.
Cioè: io penso che andrà tutto bene, ma proprio per questo mi chiedo dove potrei sbagliarmi e verificare se in quel caso il mio portafoglio e la mia vita verrebbero distrutti oppure no.

Ricordiamoci sempre che un portafoglio e una pianificazione finanziaria non devono essere fatti solo per lo scenario più probabile, ma devono incorporare anche la possibilità di scenari improbabili e potenzialmente molto negativi.

Ora, non seguiremo la lista di Ed passo passo, ma quella è stato lo spunto per mettere insieme varie fonti e ricostruire le cinque principali fonti di preoccupazione che aleggiano sui mercati in questo momento.

Tenete però a mente una cosa lungo tutto l’episodio: una lista di preoccupazioni non è l’argomento contro un mercato ai massimi. È la condizione normale di un mercato ai massimi.
Come si dice, al mercato piace scalare muri di preoccupazione, climb a wall of worry.

Il punto è acquisire solo consapevolezza.
Perché la consapevolezza è il requisito fondamentale per prendere le decisioni migliori con i nostri soldi.

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Molto bene, partiamo con l’elenco di buone ragioni per farcela sotto.

Sette società, un quarto dei profitti

Rischio numero uno: concentrazione e volatilità.
L’S&P 500 oggi è il 25% più volatile della sua versione equal weight, dove ogni azienda vale un cinquecentesimo dell’indice.
Siamo al massimo da oltre sedici anni

Ciò è piuttosto interessante perché storicamente la versione equal weight è sempre stata mediamente più volatile e rischiosa di quella pesata per capitalizzazione, perché indirettamente dà più peso a società più piccole, di minore qualità e così via.

Perché invece oggi vediamo questa inversione?
Beh, un forte indiziato è l’elevata concentrazione in realtà tech piuttosto volatili. Le prime tre società, Nvidia Apple e Google, da sole valgono il 20% dell’indice rispetto a meno del 15% del 2022.
E le Magnifiche Sette pesano il 30%.

Ma qui il dato più interessante è che gli utili di 7 aziende valgono un quarto di tutti i profitti attesi dell’S&P 500.
Quando compriamo un ETF sull’S&P 500 compriamo cinquecento aziende, sì, ma quasi un terzo dei soldi finisce nella scommessa che 7 aziende continueranno a generare una quota enorme degli utili totali.
Non è che quindi il loro peso sia ingiustificato.
È che i profitti poi devono arrivare davvero.

Non solo.
Con oltre il 44% di peso del tech nell’S&P 500, è chiaro che stiamo tutti facendo una scommessa molto concentrata sul fatto che l’AI continuerà a garantire utili record in maniera sostenuta.
[44% dell’S&P 500 = scommessa su AI]

Ma attenzione: non serve un collasso dell’AI per vedere le cose girare male.
Basta una moderata contrazione dei risultati rispetto alle aspettative.

Perché dico questo?
Perché utili e fatturato delle aziende americane – soprattutto degli hyperscaler – hanno visto una grossa crescita.

Il problema è che una crescita ancora più grossa è arrivata alla voce Capex.
E dato che le big tech devono consumare un’ingente quantità di cassa per finanziare gli investimenti in AI, il free cash flow dell’S&P 500 viaggia a minimi storici – mentre paradossalmente quello delle società europee è molto più solido.

Cioè:
Le società europee fanno meno utili,
Ma generano più cassa.

E questo non è un dettaglio da poco, perché il valore di un’azione si regge sui flussi di cassa attesi, non sugli utili.
Se la capacità di restituire denaro agli azionisti ad un certo punto non comincia a rislaire – cioè se salta fuori che non c’è un ritorno adeguato su questi immani investimenti – il prezzo dell’azione ne subirebbe una forte ripercussione.

La divisione che spiega tutti i rischi

Attenzione ora, perché ci sono due forze negative in questo discorso.
Per capirle, ricordiamo che il prezzo di un’azione esprime il valore scontato dei flussi di cassa attesi.
È una divisione, detta alla buona: al numeratore c’è il free cash flow, al denominatore il rendimento richiesto dal mercato.

Quali sono allora le due forze?

Abbiamo:
Al numeratore: un free cash flow sotto pressione se l’AI non porterà velocemente profitti sufficienti per giustificare gli enormi capex che ha richiesto;
Al denominatore: tassi di interesse sui titoli di stato a medio lungo termine che salgono per i problemi che abbiamo spiegato due video fa (debiti pubblici, gli stessi investimenti in AI, la resilienza dell’economia ecc.).

Capire il problema al numeratore è facile: meno utili di quelli attesi, meno free cash flow, valore che scende.
Il denominatore è un filo più sottile.
Il tasso a cui sconto i flussi di cassa attesi è il rendimento che il mercato in aggregato considera fair per il rischio che si deve prendere – e questo è la somma di un tasso quasi senza rischio (tipicamente il rendimento dei Treasury decennali) e di un premio per il rischio.
Se aumenta il rendimento dei Treasury, io devo dividere i flussi di cassa attesi per un numero più alto, e quindi otterrò un valore inferiore.

Per ora il mercato si sta scrollando di dosso questa preoccupazione perché gli utili spingono e il livello dei Treasury non è ancora ritenuto preoccupante.
Ma basta poco perché possa cambiare rapidamente opinione.

Ora teniamo a mente questa frazione, perché non serve solo a spiegare il primo rischio.
Vedremo che tutti e cinque i rischi di oggi entrano da una di quelle due porte:
o attaccano il numeratore, cioè i soldi che le aziende faranno davvero, o attaccano
il denominatore, cioè il tasso a cui il mercato sconta quei soldi.

Nvidia è diventata la banca del boom

Rischio numero due: il finanziamento dell’AI.
La cifra che si muove sotto i piedi è quanto soprattutto, Microsoft, Amazon, Google, Oracle e Meta spendono per costruire l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

Ad oggi la stima per il 2026 veleggia verso gli 800 miliardi ed è in crescita per i prossimi 4 anni.
Ma il punto non è quanto.
Il punto è chi mette i soldi.

Perché per esempio Nvidia non è più soltanto quella che vende i chip: è diventata la banca del boom. Investe nel capitale dei suoi clienti e garantisce i loro finanziamenti, con impegni abbastanza grandi da fare male sul serio se qualcuno bussa alla porta.

Gli stessi produttori di chip, gli stessi giganti del cloud, gli stessi finanziatori siedono su ogni lato dei contratti che finanziano i data center.
Il caso limite è OpenAI, che ha oltre 800 miliardi di impegni come acquisti di capacità di calcolo da qui al 2030.
Di fatto è sia il principale cliente sia il principale debitore di Microsoft, Oracle e Nvidia.
Con quale fatturato onorerà quegli impegni?
Boh…

Ma non solo.

Secondo Morgan Stanely gli Hyperscaler più Nvidia e Broadcom hanno impegni finanziari per oltre 3.000 miliardi di dollari che non compaiono nei bilanci.
Non sono debiti ufficiali, ma impegni a pagare qualcosa a qualcun altro nel futuro: chip, datacenter, infrastruttura e così via.

I veri costi dell’AI, quindi, sono ancora più grandi di quelli che si vedono sui bilanci ufficiali!
Capite quindi che la pressione sui profitti è ancora più grande di quella che sembra.

E se non fosse il 2000, ma il 2008?

E qui veniamo alla cosa più interessante, perché tutti noi per mesi abbiamo cercato di fare analogie e differenza tra la possibile bolla AI e quella dot-com del 2000.
Ma l’ipotesi che pian pian si sta facendo largo è invece che se qualcosa si dovesse rompere nei delicati equilibri di questo mercato, allora la crisi che ne scaturirebbe assomiglierà di più al 2008 che al 2000?

Perché non è la stessa cosa?
Il 2000 è stato uno shock di valutazione: prezzi altissimi su utili che poi non sono arrivati, ad un certo punto la Fed ha alzato i tassi e tutto è venuto giù. Doloroso, ma il danno è rimasto principalmente dentro il mercato azionario.
Il 2008 invece è stata un’altra bestia: un danno alla catena del credito. Il rischio non era sparito, era stato camuffato e impacchettato dando sfogo alla massima creatività di Wall Street e quando la bolla del credito è esplosa ha portato giù tutto insieme: azioni, obbligazioni societarie, banche, assicurazioni e soprattutto case.

Tre indizi, oggi, dicono 2008 più di 2000.
Il primo è la scala del debito.

Le emissioni di obbligazioni societarie in dollari hanno già superato i 1.500 miliardi quest’anno, di cui oltre 200 miliardi sono solo di Google, Meta, Amazon, Microsoft, Oracle e Spacex, decuplicate in 10 anni.
Il secondo indizio sono le scadenze: le scadenze si sono allungate. Rispetto ai circa 10 anni di scadenza media per le obbligazioni corporate investment grade, quella degli hyperscaler è sui 16 anni, creando pressione sui rendimenti del mercato obbligazionario a lungo termine.
Terzo: se già oggi le emissioni di debito corporate a lungo termine sono per il 40% AI e il mercato comincia a saturarsi, allora ci sono oltre mille miliardi di questi finanziamenti che potrebbero finire in Private Credit, almeno secondo i conti di Apollo – che è tra i più grandi fondi di private credit al mondo.
Non è necessariamente un male ma la lezione del 2008 è: quando il rischio va dove non ha un prezzo quotato, non è che diminuisce. Smette solo di essere visibile – finché non torna ad esserlo tutto insieme.

Il problema è che quel rischio finisce nei bilanci di assicurazioni, fondi pensione e banche.

E non è un problema solo americano.

Un paio di mesi fa la BCE ha messo in guardia dall’impatto che uno shock legato al credito privato per AI possa avere soprattutto su assicurazioni e fondi pensione, che potrebbero perdere dal 4 al 6% dell’intero valore dei propri asset, anche se l’esposizione diretta è inferiore, per via di questa circolarità che si sta creando.

Non è uno scenario ad alta probabilità – intendiamoci.
Ma il credito è proprio quel canale attraverso cui uno shock sull’azionario si propaga velocemente nell’economia reale.

L’inflazione incurabile

Rischio numero tre: l’inflazione da offerta.
Ossia: il petrolio e tutto quello che passa da Hormuz.
Con la questione iraniana ancora ben lontana da una qualche risoluzione – e ci scommetto che così sarà anche quando uscirà quest’episodio – lo shock sulle materie prime che passano da lì, soprattutto energetiche e alimentari, si propaga pian piano in tutta l’economia.

Il canale di questo terzo rischio è pericoloso perché un’inflazione che non viene dalla domanda ma dalla salita dei prezzi delle materie prime non può essere trattato dalla banca centrale semplicemente alzando i tassi.
Ad un certo punto la BCE (e anche la Fed) li alzerà perché il prezzo di petrolio, gas e tutto il resto si propaga a tutti i consumi.
Ma storicamente è sempre servita una recessione per far scendere l’inflazione core.
Se l’unico modo per raffreddare i prezzi è raffreddare l’economia, il rimedio porta a un’altra malattia.

Quindi un’inflazione persistente resta un rischio sistemico latente minaccioso.
Per ora lo shock di Hormuz è stato gestito sorprendentemente bene.
Ma le misure temporanee messe in campo, come il ricorso alle riserve strategiche di petrolio, non durano all’infinito e quando arriverà l’inverno la domanda energetica aumenterà.

Fed e BCE: e se alzassero ancora?

Il che ci porta dritti al rischio numero quattro: la politica monetaria.
Per la Fed ci sono 3 probabilità su 4 di aumento di almeno un quarto di punto entro fine 2026. E c’è un dettaglio che dice tutto: il Treasury a due anni sta circa 50 punti base sopra il tasso della Fed.

Quando il Treasury a 2 anni, che il più sensibile alle variazioni della politica monetaria, rende più del tasso di interesse base, significa che il mercato pensa che la Fed sia indietro con il ciclo di rialzi.

In Europa invece c’è il 90% di probabilità a un rialzo di un quarto di punto alla riunione della BCE del 10 settembre. Il tasso passerebbe dal 2,25 al 2,50 per cento e si potrebbe arrivare al 3% entro fine 2027, soprattutto se l’economia europea dovesse continuare a sorprendere leggermente in positivo come sta facendo negli ultimi mesi.

Ora, nel 2000 la bolla non è scoppiata perché i fondamentali hanno deluso.
Gli utili dell’S&P 500 erano cresciuti di oltre il 10% all’anno dal 1995 al 1999.
È scoppiata quando la Fed ha portato i tassi ai massimi di ciclo, oltre il 6,5% allora.

Mettiamo insieme i rischi tre e quattro e abbiamo due forze negative che minacciano le valutazioni dei mercati.

Un’inflazione persistente costringe le banche centrali ad alzare i tassi, ma questo generalmente riduce i consumi e quindi può impattare negativamente sui profitti aziendali
La pressione sui rendimenti a lungo termine per i problemi fiscali delle principali economie e per il boom di investimenti in AI, invece, pesa sui tassi di sconto – e quindi sul valore di quegli stessi profitti.

Le valutazioni azionarie rischiano così di essere strette contemporaneamente in una morsa.

Mezza America vive di effetto ricchezza

Rischio numero cinque, l’effetto ricchezza
Nel primo trimestre di quest’anno quasi metà delle attività finanziarie delle famiglie americane era investita in azioni.
Un mercato che continua a salire fa crescere i patrimoni e sostiene la propensione al consumo.
È un effetto psicologico, perché i guadagni azionari sono di carta, ma è evidente nei dati.

Se però il mercato scende, l’effetto ricchezza si inverte.
Quelle persone si sentono più povere e consumano meno.
Ma i consumi interni sono il 60% dell’economia americana.
Se vanno già quelli, gli utili delle aziende scendono.
E se gli utili scendono, il mercato si avvita in una spirale negativa.

E attenzione che il problema non è solo americano, ma ha un ovvio spillover globale perché gli Stati Uniti sono il primo consumatore del mondo.
Se si fermano i consumi americani, l’impatto si sente anche al di qua dell’Atlantico.

5 fattori.
Tre che possono far male ai profitti
Due ai tassi di sconto e alle valutazioni

Ma questi 5 rischi non sono previsioni.
Descrivono piuttosto gli scenari e il modo in cui potrebbero trasmettersi ai nostri portafogli.

Ora però per bilanciare queste 5 fonti di preoccupazione, ecco allora 5 principi per aiutarci a leggerle e a viverle nel modo più corretto

Se è sui giornali, è già nel prezzo

Numero uno: una preoccupazione pubblicata è una preoccupazione prezzata.
Se l’avete letta su Bloomberg, il mercato la sapeva già ancora prima.
Tutto quello che vi ho detto oggi – la concentrazione sull’AI, il debito dell’AI, il petrolio, le banche centrali, i consumi – è tutto già dentro i prezzi.
Non in modo perfetto e il mercato si può sempre sbagliare.
Ma c’è. E di solito in aggregato il mercato ragiona meglio di quanto possa fare ogni singolo investitore.
Ciò che invece muove davvero i prezzi è quello che non c’è ancora nella lista – o qualche scenario che in quella lista c’è ma che è dato con bassissima probabilità.

Non serve una recessione per perdere il 20%

Numero due: recessione non è sinonimo di bear market.
L’ultima recessione vera negli Stati Uniti è del 2009.
Da allora l’S&P 500 ha perso il 16% nel 2010, il 19% nel 2011, il 19% nel 2018, il 34% nel 2020, il 25% nel 2022 e il 19% nel 2025.
Sei ribassi seri, e in mezzo nessuna crisi economica degna di questo nome.
E anche le altre economie sviluppate sono diventate molto più resistenti alle recessioni di un tempo.

Tutto ciò che potrebbe causare una severa recessione non rientra nell’ambito del molto probabile.
Ma allo stesso tempo non serve una recessione per vedere il mercato andare giù in maniera pesante.

Fare ipotesi macroeconomiche per supportare decisioni di portafoglio è un esercizio estremamente complicato – e con un tasso di successo piuttosto mediocre.

In realtà la previsione la faccio io: è molto più probabile che presto vivremo una forte correzione, o addirittura un bear market, di quanto non sia probabile una profonda recessione.

L’MSCI World ha perso almeno il 10% nella maggior parte degli ultimi 50 anni ad un certo punto.
E un anno ogni 4 ha perso più del 20%, andando in bear market.
A seconda della fonte che usate, invece, ci sono state solo 5 o 6 recessioni globali dagli anni ’70 ad oggi.

Questo concetto vale in due direzioni:
Prevedere la tenuta dell’economia non è una garanzia per la tenuta dei mercati
Ma prevedere una recessione, invece, è giocare una partita truccata con una probabilità di base molto bassa

Come diceva il grande economista premio nobel Paul Samuelson: il mercato azionario ha previsto nove delle ultime cinque recessioni.

Non vuol dire che non può capitare – anzi.
Vuol dire però che prendere decisioni di investimento basate sui rischi latenti nell’economia finisce per sovradimensionare il rischio stesso e di portarti a sottoinvestire molto più spesso del necessario.

Le valutazioni dicono quanto, non quando

Numero tre: le valutazioni dicono quanto, non quando.
Il CAPE Raio, cioè il rapporto prezzo-utili reali degli ultimi 10 anni, ad agosto era quasi a 42. La media storica è 17,4. Il record assoluto è 44,2, dicembre 1999.
Il Buffett indicator, il rapporto fra capitalizzazione di borsa e PIL americano è al 240%.

Il premio al rischio dell’S&P 500 oltre al rendimento di titoli a lungo termini indicizzati all’inflazione è poco più dell’1%.

Tutto vero.
Ma nessuno di questi è un segnale di ingresso o di uscita.
Soprattutto il CAPE ratio è un valido segnale sul livello relativo delle valutazioni.
Ti dice qual è l’ordine di grandezza del rendimento di lungo termine atteso. E se è basso rispetto al rischio che ti devi assumere puoi adattare il portafoglio di conseguenza.
Ma non ti dice MAI quando è arrivato il momento di uscire dal mercato.

Quanto costa aspettare il crollo

Numero quattro: mai combattere la probabilità di base.
La dico male.
Mettiamo da parte tutto quello che ho detto oggi.
Facciamo finta di non avere alcuna informazione sullo stato dell’economia, dei mercati, dei bilanci pubblici, della geopolitica e così via.
A priori, in un qualunque momento casuale, conviene restare investiti o no?

La risposta è sì – e per un ordine di grandezza di almeno 4 a 1.
Su orizzonti di 5 anni l’S&P 500 ha avuto ritorni positivi l’80% delle volte.
Questo è invece il rendimento rolling a 5 anni dell’MSCI ACWI.

Basta il colpo d’occhio per rendersi conto che investire in azioni è un tiro di dadi truccato in nostro favore.

Questo non è un invito all’ottimismo ingenuo.
È semplicemente una professione di umilità:
Conoscere le cose dà consapevolezza, ma non aiuta a prevedere il futuro
La statistica di base, invece, mi dice almeno quale lato della scommessa conviene prendere.

E si può misurare quanto costa mettersi dall’altro lato.
Citi per esempio ha calcolato cosa succede a chi dice “aspetto una correzione prima di entrare”.

Chi aspetta un ribasso del 5% finisce per restare investito meno di due terzi del tempo.
Chi aspetta un meno 10%, meno di metà del tempo.
E chi aspetta un meno 20% — cioè il classico “rientro quando crolla” — resta investito solo un quarto del tempo.

Con un dettaglio finale quasi crudele: in moltissimi casi, il ribasso che stava aspettando non è mai arrivato.

Se siete una delle persone che mi ha fermato in vacanza per chiedermi se non fosse troppo tardi, questo è il numero che vi riguarda più di tutti gli altri messi insieme.

Pessimismo teorico, ottimismo pratico

Numero cinque: prepararsi è meglio che prevedere.
Lo scenario di base di Ed Yardeni è perfettamente condivisibile e rassicurante.
Ci sono quattro probabilità su cinque che il decennio si chiuda senza traumi.
Ma il mio portafoglio va costruito sapendo che c’è una probabilità su 5 di un patatrac.
Questo richiede un pessimismo teorico è un ottimismo pratico:

PESSIMISMO TEORICO significa: considero le probabilità al contrario, 80% le cose andranno male, di conseguenza:
Mi doto di un fondo di emergenza adeguato;
Considero il livello di solidità e ciclicità delle mie fonti di reddito;
Valuto se sia opportuno aprire nuovi debiti o se non sia il caso di chiuderne altri
Faccio in modo che il portafoglio non si regga su un’unica tesi – in altre parole: diversifico, anche al costo di perdere rendimento atteso.

OTTIMISMO PRATICO significa invece: agisco come se tutto andasse per il meglio, quindi:
Mi prendo tutta l’esposizione azionaria possibile che il mio profilo di rischio mi consente – al netto di quello che ho detto un secondo fa;
Investo tutto il risparmio disponibile in maniera continua, senza tenere nulla da parte in attesa del prossimo crollo;
Lavoro sulla mia fonte di reddito e sulle mie spese per ottimizzare il mio risparmio complessivo e massimizzare la quota di capitale investibile.

Morale dalla storia.
Scegliete voi da quale di queste cinque minacce incombenti farvi togliere il sonno.
Ma prendetene consapevolezza soprattutto come prova del fatto che anche quando tutto va più o meno bene, sotto ci sono sempre dei motivi latenti per cui la festa potrebbe presto finire.
Il fatto che il più delle volte non finisca non ci esonera dalla responsabilità di sapere cosa accade nel mondo per prendere decisioni informate invece che di pancia.

Detto questo, il fatto che ci sia una lista di cose che possono andare male è una fonte di conforto – se ci pensate.
Il premio al rischio esiste perché investire significa convivere con una lista di minacce che non finisce mai.
Perché ci sono almeno cinque cose che possono rompersi.
E soprattutto perché ogni tanto una si rompe davvero.
Se la lista non ci fosse più, anche il premio se ne andrebbe con essa.

Quindi, pessimisti informati e ottimisti preparati!

Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.
Se vi è piaciuto e anche se no, vi invito a mettere segui e ad attivare le notifiche su YouTube, Spotify, Apple Podcast, per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi elencano cinque modi in cui tutto potrebbe rompersi e poi vi spiegano perché è giusto così sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva

Gianluca G., 11 Set 2025

Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente

Amalia A., 17 Set 2025

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

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Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.

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