Terremoto Bond: perché sono ottimista

Ci hanno insegnato che quando i tassi salgono la borsa scende, ma i rendimenti obbligazionari sono esplosi e i mercati azionari sono saliti comunque. In questo episodio vediamo dove ha colpito davvero il terremoto dei bond e le tre spie che farebbero cambiare idea.

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Terremoto Bond: perché sono ottimista
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360. Terremoto Bond: perché sono ottimista

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Punti Chiave

00:00 Se i tassi salgono, la borsa non dovrebbe scendere?

01:48 La mappa del terremoto

05:08 Stesso epicentro

08:44 Più alta e più economica

12:35 Motivi di ottimismo

16:50 È il momento di investire in Bond?

19:09 Il ruolo dell’oro

20:36 Cosa può rompere il mercato? Le tre spie

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Trascrizione Episodio

Se i tassi salgono, la borsa non dovrebbe scendere?

Ci hanno ripetuto per anni che quando i tassi salgono, la borsa scende.

È quasi un riflesso condizionato.

Tassi su, azioni giù.

Quest’anno i tassi non sono saliti: sono proprio esplosi.

Eppure, il mercato azionario è salito.

Come è possibile?

Beh, sembrerebbe soprattutto una storia di inflazione legata al prezzo del petrolio.

Perché infatti i rendimenti obbligazionari sono saliti più o meno a braccetto con il prezzo del greggio.

Ma è solo un’apparenza.

Tra poco vi mostro perché le cose stanno diversamente: l’inflazione che il mercato si aspetta per i prossimi anni, in realtà, è scesa.

E allora sotto c’è un’altra storia: l’economia, quella americana in primis – ma pure quella globale – miracolosamente è riuscita a scrollarsi di dosso l’ennesima crisi degli ultimi anni e a correre come non si vedeva da tempo.

Mercoledì 23 settembre l’indice di S&P dei Direttori acquisti dice che l’economia americana sta accelerando al ritmo più alto da oltre cinque anni.

E allora, come stanno assieme rendimenti obbligazionari da record e mercati azionari vicini ai massimi?

Beh, questa è forse la cosa più istruttiva che questi tre mesi ci hanno lasciato.

Il crollo dei bond e la tenuta delle azioni non sono due notizie.

Sono la stessa notizia.

Insomma:

si parte dalla mappa dei danni, trimestre alla mano.

Poi cerchiamo l’epicentro e capiamo perché la scossa non è arrivata alle azioni… per ora.

E infine identifichiamo le tre spie che mi farebbero passare l’ottimismo.

Mettetevi comodi, si comincia!

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque a investire al meglio i propri risparmi e a costruirsi la vita che desidera.

Se non l’avete ancora fatto, mettete segui al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast: è un piccolo gesto gratuito per voi e letteralmente permette a questo canale di continuare ad esistere.

La mappa del terremoto

Prima di cercare l’epicentro del terremoto, guardiamo dove ha fatto danni.

E la parola più importante è una: duration.

La duration ci dice di quanto scende il prezzo di un’obbligazione se i rendimenti salgono di un punto.

Un BTP che scade fra due anni quasi non se ne accorge.

Uno che scade fra trent’anni può perdere anche il 15-20% del suo valore.

Il decennale americano è passato dal 4,4% di aprile al 5,3% mentre sto registrando.

Per i non iniziati al mondo dei bond, che è molto più serio e morigerato di quello pazzo delle azioni, un movimento del genere è un po’ come dire che lo Stretto di Messina si è allargato di dieci metri.

Ora allarghiamo la mappa a tutto il trimestre, come sempre in euro.

Il bagno di sangue dei bond è stato un fenomeno pressoché globale.

Il Bloomberg Global Aggregate coperto in euro ha perso circa il 3% nel trimestre, che è più meno il saldo da inizio anno. I governativi europei hanno perso il 4,5% e sono giù di più del 3% da gennaio.

Le scadenze lunghe, europee e americane, hanno perso tra l’8 e il 9%, che corrisponde grossomodo alla performance di tutto l’anno.

Persino i REIT, che di fatto sono obbligazioni lunghe travestite da palazzi, hanno perso il 12% in un trimestre e sono sotto del 10% sull’anno.

Ovviamente governativi europei vuol dire soprattutto BTP e OAT francesi.

Il nostro decennale è passato dal 3,62% di fine giugno al 4,56%.

Ma il dato più incredibile è un altro: il decennale francese, al 4,72%, oggi rende più del nostro.

Non è che siamo diventati un modello di virtù fiscale.

Semplicemente oggi il mercato ha più paura del caos politico di Parigi che dei conti di Roma.

Ma una resa dei conti ci riguarderebbe eccome.

La cosa ironica che abbiamo imparato in queste settimane è che dopo che per un decennio abbiamo continuato a cercare una bolla nel mercato azionario, che cresceva senza sosta, in realtà forse la vera bolla era nei bond.

E qui c’è la prima lezione, prima ancora di arrivare all’epicentro.

I bond sono strumenti sicuri e poco volatili… finché cessano di esserlo.

E il tema dell’anno è proprio che il mercato obbligazionario ha cominciato a riflettere una realtà a cui da vent’anni non eravamo più abituati: i soldi hanno di nuovo un costo.

Prima di arrivare all’epicentro del terremoto, è importante ricordare che non c’è niente di più antisismico di un investimento a lungo termine a basso costo.
Di questo siamo fermamente convinti io e Scalable Capital, sponsor di quest’episodio: la banca tedesca che uso da tre anni per investire parte del mio portafoglio e che da oggi offre il regime amministrato ai suoi clienti italiani.
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Così Scalable calcola, trattiene e versa automaticamente le imposte e voi non dovrete più occuparvi della dichiarazione fiscale.

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Che in tempi di terremoti sai mai…

Trovate il link per aprire un conto Scalable in regime amministrato nella descrizione dell’episodio.

Stesso epicentro

Ora, qual è l’epicentro di questo terremoto?

È l’inflazione che corre per colpa del petrolio?

Sono i deficit fiscali insostenibili dei governi?

È l’economia che tira grazie agli investimenti in AI e non solo?

Siamo tutti d’accordo che sia un mix di tutti e tre.

Ciò su cui nessuno è d’accordo con nessun altro è quale sia il fattore prevalente.

E non è mica un dettaglio da super nerd di finanza.

Cioè, capire se i rendimenti dei bond corrono per un tema di inflazione e insostenibilità dei debiti o perché i profitti aziendali e gli investimenti nell’economia reale stanno esplodendo fa molto la differenza sulle prospettive future per i nostri investimenti, soprattutto per quelli azionari.

Perché questo?

Per rispondere dobbiamo capire cosa c’è dentro il rendimento di un titolo di Stato.

È fatto, fondamentalmente, di due cose:

Le aspettative di inflazione a lungo termine

E il tasso di interesse reale, che a sua volta ha una componente di term premium, cioè di rendimento supplementare richiesto dal mercato per accettare di indebitarsi a lungo termine invece che a breve termine.

Queste componenti però – aspettative di inflazione, tasso reale e term premium – non sono scritte da nessuna parte: sono implicite, e investitori, analisti e media si divertono come pazzi a cercare di capire quanto pesa l’una e quanto l’altra.

Un modo comune per scomporre inflazione e tassi reali è confrontare i titoli nominali con gli equivalenti indicizzati all’inflazione.

La differenza tra il rendimento dei treasury decennali e quello dei TIPS decennali dà la misura della cosiddetta “breakeven inflation”, cioè quel tasso di inflazione che, se realizzato, renderebbe equivalente investire in titoli nominali o indicizzati.

Vediamolo in questo grafico, in cui abbiamo il rendimento del decennale nominale e quello dei TIPS decennali negli ultimi 3 anni.

Al picco dell’ottobre 2023, quando a prevalere sul mercato erano soprattutto i timori sulla sostenibilità del debito americano, il rendimento del decennale arrivò al 4,98% ed era per metà aspettative di inflazione e per l’altra metà tasso reale: 2,49% entrambi.

Oggi invece il rendimento è al 5,27%, ma il tasso reale è più alto, quasi 2,9%, mentre l’inflazione attesa è scesa al 2,37%.

Rileggiamo bene questi numeri, perché qui c’è la chiave di tutto l’episodio.

Rispetto al 2023 l’inflazione attesa non è salita: è scesa.

Il petrolio ha acceso la miccia.

Ma a far salire i rendimenti non è stata la paura dell’inflazione: è stato il tasso reale.

Quello che però non sappiamo a priori è cosa spinga su il tasso reale:

Principalmente un’economia forte, che richiede tassi più alti per stare in equilibrio tra inflazione e occupazione,

Oppure soprattutto i timori sulla sostenibilità del debito a lungo termine?

Più passano le settimane, più devo dire che aumenta il fan club di chi sostiene che si tratti soprattutto delle prospettive di crescita dell’economia, il che spiegherebbe perché il mercato è vicino ai massimi nonostante i rendimenti dei bond continuino a salire.

Il problema del debito pubblico e soprattutto del persistente deficit americano però non è risolto, anzi.

Il governo farà quest’anno un deficit intorno al 6% del PIL, con la disoccupazione al 4%. Cioè: lo Stato fa debito mentre l’economia va a gonfie vele, quando non ne avrebbe alcun bisogno.

Vuol dire che una parte di quella crescita nominale è spesa pubblica a debito.

E il debito va finanziato: più Treasury da vendere, che si sommano ai miliardi dei data center per l’intelligenza artificiale.

Più domanda di capitali, tassi più alti e così via.

Quindi l’epicentro è uno, ma ha due componenti.

Una privata, gli utili, che fa bene alle azioni.

E una pubblica, il debito, pesa sulle obbligazioni.

Più alta e più economica

Resta aperta la domanda delle domande. Se i tassi sono saliti così tanto, perché le aziende non ne hanno sofferto?

Come dicevamo, infatti, almeno per ora i mercati hanno tenuto alla grande nonostante la più grande disruption energetica della storia e il ritorno dei rendimenti obbligazionari a livelli di inizio millennio.

Il terzo trimestre è stato abbastanza piatto per l’Europa e per i mercati emergenti, mentre l’S&P 500 e l’MSCI Japan sono cresciuti di circa il 4 e 6%, ma una quota importante della crescita è dovuta al rafforzamento di dollaro e yen contro l’euro.

Da inizio anno però abbiamo:

S&P 500 su del 16%

Stoxx 600 su del 10%

MSCI Japan ed Emerging Markets su entrambi di circa il 26%

La risposta è che mentre i tassi sono saliti, gli utili sono saliti di più.

Vedete?

In un anno gli utili attesi a 12 mesi delle società dell’S&P 500 sono cresciuti di oltre il 36%. Il rapporto tra prezzi e utili, invece, si è compresso di quasi il 15%: oggi viaggia intorno a 19, dai 22 e fischia di fine 2025.

Come si spiega questo fatto?

Cioè: perché da inizio anno l’S&P 500 è cresciuto di circa il 13% in dollari, ma allo stesso tempo è diventato più economico?

Perché il prezzo di un’azione esprime sempre il rapporto tra due variabili:

I flussi di cassa futuri che ci si aspetta da una società e

Il tasso a cui vengono attualizzati.

In altre parole, è il rapporto tra quanti soldi mi aspetto che la società in cui investo mi paghi indietro e quanto ritengo rischioso ottenerli davvero.

Ora, mentre il free cash flow futuro si può provare a stimare, il tasso di sconto non è un valore che trovi scritto per strada.

Per convenzione il tasso di sconto è composto dal rendimento senza rischio di un titolo di Stato decennale più uno o più premi per il rischio, che possiamo vedere così:

un premio per il rischio del mercato azionario in generale;

un premio fattoriale, se investiamo in un pezzo di mercato con caratteristiche comuni: small cap, value, quality, momentum e così via;

e un eventuale premio specifico, per i rischi non diversificabili di una singola società.

Se volete padroneggiare questi concetti con esempi pratici, strumenti da scaricare, tool e calcolatori, è esattamente quello che facciamo in The Bull Academy.

In meno di 8 ore avrete sotto mano tutto quel che vi serve per investire nel modo più utile al vostro progetto di vita.

Ora:

Se abbiamo profitti attesi che continuano a salire, allora il valore del mercato sale perché aumenta il numeratore della formula;

Se però salgono anche i rendimenti dei Treasury allora, a parità di altre condizioni, il valore scende perché aumenta il denominatore, aumenta il tasso a cui sconto i profitti.

Per ora il saldo netto tra queste due forze resta positivo.

Infatti, i rendimenti obbligazionari non stanno affossando il mercato perché la crescita degli utili più che compensa la crescita del tasso a cui quegli utili vengono scontati.

C’è però un dettaglio che non possiamo ignorare.

Ogni mese il nostro passato ospite il Prof. Damodaran, massima autorità mondiale sulle valutazioni azionarie, calcola il premio al rischio implicito dell’S&P 500.

Ad aprile quel premio era al 4,77%: in cinque mesi si è ristretto al 4%.

Tradotto: rispetto a sé stessa, la borsa americana è più economica di un anno fa. Ma rispetto ai bond è più cara.

Quindi finché gli utili corrono, va tutto bene.

Se si fermano, il cuscinetto è molto sottile.

Per ora, però, gli utili continuano a correre.

E non solo in America.

In tutto il mondo, dall’inizio del 2025 a oggi, quello che ha tirato sono stati soprattutto utili e dividendi.

In questo grafico di Goldman dovete guardare la parte azzurra delle colonne.

Quello è il contributo degli utili.

La parte scura è invece il contributo dell’aumento o della diminuzione del prezzo rispetto agli utili.

Le valutazioni si sono compresse nettamente negli Stati Uniti e nei Paesi Emergenti e sono salite solo leggermente là dove erano molto depresse, Giappone e Europa.

Motivi di ottimismo

Detto questo, perché nonostante questa Bondpocalisse ci sono buone ragioni di ottimismo?

NUMERO UNO: i profitti, appunto.

Secondo l’ultimo report di Factset, l’aspettativa per il terzo trimestre è di una crescita degli utili del 29%, ennesimo numero sensazionale.

Finché gli utili corrono più dei rendimenti, all good.

Se i rendimenti dei Treasury salissero fino al 6% ciò implicherebbe circa un crollo dell’S&P 500 di circa il 20%.

Ma se gli utili crescono di quasi il 30%, ecco perché le due forze continuano a restare bilanciate.

NUMERO DUE: l’economia appunto.

La crescita annualizzata del PIL americano per il terzo trimestre è stimata dal GDPNow della Fed di Atlanta intorno al 5%: numeri da boom. E anche i dati europei, pur su livelli molto più modesti, sono stati migliori del previsto.

Non ci sono segnali di crepe nel mercato del lavoro americano.

L’economia globale è chiaramente meno dipendente dal petrolio di quanto non lo fosse solo una ventina di anni fa e lo stesso mercato oil&gas è più resiliente di quel che ci si aspettava.

Non ultimo, l’Iran ha sostanzialmente perso la leva che aveva su Hormuz ed è rimasto l’unico grande produttore di petrolio che davvero non ha sbocchi per esportarlo. Presto la morsa sull’Iran comincerà a sentirsi davvero.

NUMERO TRE: la durata ha due facce

L’aumento dei rendimenti è un problema per chi deve rifinanziare un debito adesso o ha un mutuo variabile.

Ma ogni obbligazione ha due lati: quando chi presta perde, dall’altra parte c’è qualcuno che anni fa si è bloccato un tasso basso, e oggi se lo tiene stretto.

Sono in gran parte le aziende americane: secondo HSBC, quasi due terzi del debito delle società dell’S&P 500 scadono dopo il 2030, e solo il 10% circa è a tasso variabile. Per questo la scossa arriva in ritardo e colpisce prima le aziende piccole e indebitate a breve.

E poi c’è chi, dai tassi alti, ci guadagna pure

Ed Yardeni fa notare che quasi un terzo delle famiglie americane oggi è guidato da un over 65. I baby boomer hanno il 53% della ricchezza delle famiglie, pochissimi debiti e circa 9.600 miliardi di dollari fra depositi e fondi monetari.

Per un terzo delle famiglie americane il rialzo dei tassi non è una tassa. È un aumento di stipendio.

E conta parecchio, perché in America circa metà dei consumi viene dal 10% più ricco, quello che ha azioni e soprattutto tanta liquidità nei fondi monetari.

NUMERO QUATTRO: i miei amici di Datatrek hanno fatto notare un fenomeno poco osservato.

Negli ultimi 10-15 anni le grandi big tech americane avevano usato una parte di quella montagna di cash che generavano per fare buyback.

Questo era un bene per gli investitori, ma l’impatto sull’economia reale era risibile.

Invece oggi, soprattutto gli Hyperscaler, spendono centinaia di miliardi di dollari in investimenti reali per costruire l’AI.

Questi vanno nelle costruzioni per i data center, per la produzione dell’infrastruttura, per l’energia e per tutti gli spill-over indiretti negli altri ambiti dell’economia.

Investire nell’economia reale invece che fare buyback non farà bene nell’immediato ai loro azionisti, ma farà probabilmente bene all’economia, per effetto moltiplicatore.

Inoltre il fatto che queste società stiano bruciando tanta cassa viene sempre denunciato come fatto negativo, ma in realtà a lungo termine può avere un risvolto più che positivo.

Nel suo ultimo saggio,

Michael Mauboussin spiega che un free cash flow negativo può essere anche una cosa buona purché il ritorno sul capitale investito superi il costo del capitale.

Quindi se le prospettive offerte dall’AI sono di potenziali profitti che superano il costo del capitale impiegato e che possono incrementare il cash flow futuro, allora – diciamo così – gli hyperscaler fanno più che bene a investire massivamente.

Certo, è un grande se.

Anche perché come ha fatto notare Torsten Slok, Chief Economist di Apollo,

com’è possibile che il cash flow delle società Tech – che vendono AI – raddoppierà da qui al 2028, mentre quello di tutte le altre società – quelle che comprano AI – salirà solo marginalmente?

O la stima per il tech è troppo ottimistica, o quella per gli altri settori è troppo conservativa.

Speriamo sia la seconda.

In ogni caso, questo ragionamento ci evita una scorciatoia pericolosa: gli investimenti in AI bruciano cassa, QUINDI il mercato andrà sicuramente male.

È il momento di investire in Bond?

E i bond invece?

A questi prezzi succosi conviene investire massicciamente in titoli di Stato e credito corporate?

Ovviamente, dipende a chi chiedi.

Ultimamente si sono sprecate le interviste ai big di Wall Street per chiedere consigli.

Persone come Rick Rieder, il grande capo fixed income di Blackrock e gestore del più grande fondo obbligazionario al mondo, parlano ovviamente di opportunità generazionale da cogliere al volo!

Ray Dalio, invece, non vedeva l’ora di rimarcare le sue profezie apocalittiche sui debiti pubblici che ci porteranno al collasso. Per lui: zero investimento in titoli sensibili ai tassi di interesse e naturalmente riconferma del suo cinquantennale amore per l’oro.

Sul WSJ ha persino scritto sua eminenza Burton Malkiel, l’autore del libro di finanza più famoso di sempre, A Random Walk Down Wall Street, uno dei grandi padri dell’investimento indicizzato. Il titolo non lascia spazio a dubbi:

“È un buon momento per comprare bond”. Ma leggete il sottotitolo: “considerate di ribilanciare il portafoglio”. Non “buttatevi”: ribilanciate.

Lui dice:

Da una parte il rendimento azionario atteso nei prossimi anni è bassino per via delle valutazioni elevate.

Dall’altro puoi bloccare rendimenti davvero succosi con titoli a lunga scadenza.

Fossi in America e con qualche anno in più, ammetto che guarderei con interesse ai TIPS trentennali, che oggi pagano circa il 3,2% di rendimento reale, al netto dell’inflazione: come non si vedeva da vent’anni.

In Europa strumenti simili esistono, ma non sono la stessa cosa. La Germania ha smesso di emetterne. Gli OAT€i francesi e i BTP€i italiani ci sono, ma hanno un mercato più piccolo e si portano dietro il rischio paese di Parigi e di Roma.

Detto questo, è una domanda a cui è difficile dare una risposta universale.

Guardando al breve termine è difficile non essere pessimisti: non c’è nessun buon motivo per pensare che i rendimenti abbiano smesso di salire.

Guardando al lungo termine è invece vero che rendimenti così elevati come non si vedevano da 20 anni hanno una prospettiva di rendimento atteso che nel 2019 ci sognavamo.

Il problema è che noi viviamo sia nel breve che nel lungo termine.

Il dolore di oggi è il rendimento di domani. Ma bisogna essere ancora lì per incassarlo.

Quindi la risposta giusta dipende soprattutto dalle esigenze soggettive dell’investitore – come sempre.

Il ruolo dell’oro

E l’oro in tutto questo?

Beh, l’oro continua il suo viaggio sulle montagne russe,

animato ad ogni revival del tema del debasement trade e poi affossato ogni volta che l’attenzione si sposta sui rendimenti obbligazionari e sui tassi della Fed.

Da inizio anno, dopo la corsa folle dello scorso anno, l’oro è in negativo di circa il 4%. Il petrolio, invece, è su di oltre il 70%.

Nell’ultimo mese in particolare il trend si è visto molto bene.

Petrolio, rendimenti dei titoli di Stato e dollaro su;

Oro giù, di tanto, quasi 7% solo a settembre.

Per ora il quadro suggerisce tassi in salita, dollaro forte e oro penalizzato.

Le cose però potrebbero cambiare molto velocemente già dal prossimo meeting della Fed.

Al primo segnale che la Fed è meno determinata di quanto vorrebbe il mercato a far scendere l’inflazione, è un attimo che lo scenario si ribalta.

I rendimenti a lungo termine potrebbero continuare a salire

Ma contemporaneamente il dollaro potrebbe riprendere la sua discesa interrotta negli ultimi mesi, complice la vicenda Iran.

Questo scenario – dollaro giù e tassi a lungo termine su, magari tenuti a bada in qualche modo con interventi politici – sarebbe lo scenario ideale per l’oro.

Ma del resto è per questo che diversifichiamo.

Cosa può rompere il mercato? Le tre spie

Okie dokie?

Il punto ora è chiedersi se e quando qualcosa si dovesse rompere.

Il problema, però, è che la risposta richiede di indovinare quale sia la causa prevalente della salita dei rendimenti:

Se stanno salendo per un tema di crescita economica, la prima notizia negativa su profitti, occupazione o attività produttiva farebbe scendere i rendimenti, e i bond risalirebbero. E se i profitti tengono mentre il lavoro si raffredda, le azioni potrebbero perfino beneficiarne.

Se invece stanno salendo soprattutto per un tema di inflazione e debiti pubblici, allora notizie economiche negative potrebbero non far scendere comunque i rendimenti.

In anticipo non possiamo saperlo. Ma possiamo guardare tre spie, una per ogni pezzo dell’epicentro.

La prima spia riguarda gli utili, la parte privata. Secondo Yardeni, le stime di utile a dodici mesi delle aziende americane salgono da 70 settimane consecutive. Se smettono di salire per diverse settimane di fila, la tesi «sono gli utili a trainare» comincia a scricchiolare.

La seconda riguarda il prezzo del denaro. Non il decennale: il rendimento del Treasury a due anni, oggi al 4,86%. Secondo DataTrek, se si ferma stabilmente sopra il 5%, quello è stato storicamente un segnale che il mercato comincia a scontare anche una recessione.

La terza riguarda il debito, la parte pubblica: gli spread di Francia e Italia sulla Germania, oggi a 111 e 95 punti base. Se si allargano mentre la crescita rallenta, a comandare è diventato il debito.

E poi c’è una wildcard che non è una spia: il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato americane. Ma su questo ci torneremo presto, in un episodio dedicato.

E il debito americano?

Chiudo con il leggendario Howard Marks, che nel suo ultimo memo si chiede: devo vendere le mie azioni?

E risponde di no. Il problema non è l’America delle imprese, sono i conti pubblici di Washington. E vendere oggi per una resa dei conti che potrebbe essere lontanissima rischia di sembrare un errore per moltissimo tempo.

Il debito americano è un rischio vero. Ma un rischio senza orologio si osserva, non si anticipa.

Perché, alla fine, la verità vera è che nessuno ha la più pallida idea di come andranno le cose.

Esaminare come sono andati i mercati ci aiuta a comprendere.

E comprendere aiuta ad allenare la razionalità contro l’istinto.

Ma oltre questo, l’unica cosa che conta davvero è avere un portafoglio diversificato allineato all’orizzonte temporale dei nostri obiettivi e alla nostra tolleranza al rischio.

Ribilanciare quando la nostra allocation target sballa oltre certe soglie.

E dotarsi di tanto sangue freddo per attraversare questa e tutte le future “apocalissi” vere o presunte tali.

Sapendo che molte più apocalissi sono state predette, di quante davvero si sono avverate.

L’incrollabile ottimista dentro di me investe convinto che anche questa Bondpocalipse sarà una di queste.

Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.

Come sempre vi invito a mettere segui e ad attivare le notifiche su Youtube, Spotify e Apple Podcast, per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi spiegano che i mercati e l’economia sono molto più antisismici di quel che pensiamo sempre nuovi.

Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva

Gianluca G., 11 Set 2025

La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!

Luca G. 10 Ott 2025

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

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