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per continuare a costruire le tue finanze, un passo alla volta. Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.
L'asset più importante che abbiamo pesa più di tutto il portafoglio, ma non compare su nessuna app e non possiamo venderlo: è il nostro lavoro. In questo episodio vediamo se assomiglia a un'obbligazione o a un'azione, e le tre domande da farsi prima di scegliere l'asset allocation.

357. Il tuo asset più importante non è nel portafoglio
00:00 L’asset più importante non è nel tuo portafoglio
02:43 Cos’è il capitale umano
06:32 Quando lo stipendio è un'obbligazione
09:34 Quando il lavoro è più simile ad un’azione
13:25 Il vero rischio è la correlazione tra reddito e portafoglio
14:46 Quanto vale il tuo capitale umano
24:02 Un grande annuncio per The Bull
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L’asset più importante non è nel tuo portafoglio
Nel tuo portafoglio c’è un titolo che pesa più di tutti gli altri messi insieme.
Non l’hai comprato, non puoi venderlo e non compare su nessuna app.
È il tuo lavoro.
Stefano e Giulia hanno trentacinque anni tutti e due, e davanti agli occhi lo stesso identico numero di anni di lavoro.
Solo che Giulia guadagna ottomila euro netti l’anno più di Stefano: quarantatremila contro trentacinquemila. Il ventitré per cento in più.
Eppure il capitale umano di Stefano – cioè quanto vale oggi tutto quello che guadagnerà da qui alla pensione – vale centotrentamila euro più di quello di Giulia.
E quella differenza non è un dettaglio contabile: cambia il portafoglio che ciascuno dei due dovrebbe avere.
Perché il nostro reddito non è soltanto quello che ci permette di investire.
È esso stesso un asset, con un suo valore attuale, un suo rischio e una sua natura – e quasi nessuno di noi lo considera mai in questo modo.
Quindi la domanda di oggi è questa: il nostro lavoro, se fosse quotato in borsa, che titolo sarebbe?
Un’obbligazione o un’azione? E soprattutto: che differenza fa, in pratica, per i nostri soldi?
Vi anticipo che questo episodio è un punto di svolta nella storia di The Bull, ma per capire pienamente cosa intendo dovete seguirmi fino alla fine.
State con me e oggi ci portiamo a casa queste cose:
Primo: scopriamo come misurare il nostro capitale umano.
Secondo: capiamo come definire se il nostro reddito è un’obbligazione o un’azione e come usare questa informazione in modo concreto e quantificabile per le nostre decisioni.
Terzo: sveliamo le tre domande da farci prima di scegliere qualunque asset allocation.
Ma più di ogni cosa, questo è l’episodio che getta un ponte tra quella parte della finanza personale che è fatta solo dei soldi che abbiamo e quella – immensamente più ampia – che invece riguarda i soldi che non abbiamo ancora e soprattutto il nostro asset più potente: il nostro capitale umano.
Godetevi questo episodio che spero vi allargherà la vista si sui vostri soldi che sulla vostra vita in generale.
Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Qui parliamo di finanza, di investimenti e di mercati per una ragione sola: aiutare chiunque a capire come investire bene, a costruirsi la propria libertà finanziaria e, alla fine, la vita che desidera. Se non l’avete ancora fatto mettete segui al canale su YouTube, su Spotify o su Apple Podcast: a voi non costa niente, per me significa davvero tutto.
E se siete capitati qui per la prima volta vi consiglio di guardare i primi dieci episodi o la playlist “Comincia da qui” su YouTube, così che poi ogni episodio sarà perfettamente comprensibile.
Detto questo, un paio di settimane fa nell’episodio dedicato a chi arriva a quarantacinque anni senza aver investito niente, avevamo parlato dell’importanza del valore attuale del nostro reddito futuro – quello che in gergo si chiama capitale umano.
Cos’è il capitale umano
Ora però la domanda vera è questa: va benissimo sapere quanto vale. Ma che cosa è davvero il capitale umano?
Facciamo un rapido salto al 1969, l’anno in cui il futuro premio Nobel Robert Merton risolve in modo elegantissimo il problema più importante della finanza personale: quanto del mio patrimonio dovrei tenere in azioni.
La risposta, ridotta all’osso, dice tre cose.
UNO: Più il rendimento atteso dell’azionario è alto rispetto al tasso senza rischio, più ha senso rischiare.
DUE: Più il mercato è volatile, meno rischio dovrei prendere.
TRE – la mossa decisiva – quello che muove tutto è quanto sei avverso al rischio.
Tre ingredienti, una frazione, fine.
Forse la formula più bella della finanza.
Solo che quella formula nasce con un’ipotesi che nella vita vera non esiste: che tu non lavori.
Cioè che tu debba campare soltanto del tuo patrimonio, da oggi fino alla fine dei tuoi giorni.
Poi arriva la teoria del ciclo di vita e ci mette dentro il pezzo che mancava.
Nel 1992 lo stesso Merton, insieme a Bodie e Samuelson, dimostra che le decisioni di lavoro e quelle di investimento sono legate a doppio filo.
Nei 30 anni successivi grandi ricercatori come il nostro passato ospite e professore di Harvard John Campbell e tanti altri hanno sviluppato modelli sempre più complicati per ottimizzare il portafoglio con il ciclo di vita.
L’ultimo, nel 2025, è stato James Choi, il professore di Yale che è venuto a trovarci qualche mese fa, che è riuscito a tradurre in un google sheet che la soluzione matematicamente più elevate dei cosi accademici.
Tra l’altro, se volete divertirvi con il file vi consiglio di riguardare questo video, che era l’episodio 303.
Comunque il risultato di tutta questa fatica, ipersemplificando, è che quando uno deve prendere decisioni di portafoglio guarda solo ai soldi che ha, ma in realtà così facendo si perde il pezzo più grosso che sono esattamente i soldi che non ha ancora.
Considerare quelli sposta tantissimo le decisioni di asset allocation:
A volte si scopre che siamo stati troppo conservativi;
Altre volte, invece, che siamo stati troppo aggressivi.
La formula di Merton in pratica andrebbe quindi moltiplicata per uno più il rapporto tra capitale umano e capitale finanziario.
Ora, il concetto a livello qualitativo è che più il tuo reddito futuro è grande rispetto ai soldi che hai già investito, più azioni ti puoi permettere.
Attenzione però a non fraintendere il significato.
Il nostro reddito futuro, nella maggior parte dei casi, non è mai davvero certo, cioè assimilabile a un asset privo di rischio.
È importante considerarlo nel modo in cui spieghiamo adesso ma bisogna mantenere alcuni vincoli, altrimenti la realtà rischia di presentarci un conto salato.
Ed è esattamente il motivo per cui esiste questo episodio
Oltre a questo, ci sono due complicazioni.
Intanto il valore del capitale umano futuro è difficile da stimare, però possiamo fare un media guardando le curve salariali di chi ha la nostra formazione, lavora nel nostro settore, nella nostra regione geografica, e così via – oppure semplicemente ipotizzare un caso base in cui il nostro reddito sale con l’inflazione attesa.
Però poi dobbiamo attualizzare questo valore. Non basta dire: “da qui a 20 anni guadagnerò, fai, un milione di euro”. Bisogna dire quanto vale oggi quel milione futuro – è quindi ci serve un tasso a cui scontarlo.
E il tasso a cui lo scontiamo dipende da due cose:
Da quanto è rischiosa la mia fonte di reddito e
Da quanto è correlata al mercato azionario e all’economia in generale.
Perché ci serve fare questo ragionamento?
Beh, perché fondamentalmente arriveremo a scoprire che il nostro reddito futuro è a tutti gli effetti un asset class che si muove su uno spettro che va da Titolo di stato senza rischio di credito ad azione growth a lunga duration.
Quando lo stipendio è un’obbligazione
Detto questo, per capire se effettivamente possiamo considerare il nostro reddito futuro come se fosse un’obbligazione e di che tipo prendiamo delle professioni reali e trattiamole come un titolo finanziario.
Intanto ricordiamo che un’obbligazione ha quattro componenti:
C’è una cedola, cioè un flusso di denaro che arriva a scadenze regolari.
C’è una scadenza, cioè una data oltre la quale quel flusso finisce.
C’è un emittente, cioè qualcuno che ha promesso di pagare e che in teoria potrebbe non farlo.
E c’è una sensibilità ai tassi di mercato, perché quanto vale oggi quel flusso dipende dalle aspettative di inflazione e dal premio al rischio che il mercato richiede.
Ora confrontiamolo con lo stipendio di un dipendente.
Cedola periodica: lo stipendio.
Scadenza: la pensione.
Emittente: il datore di lavoro.
Sensibilità ai tassi: ci arriviamo tra poco …
Vi presento Stefano.
35 anni, impiegato a tempo indeterminato nella funzione acquisti di una grande società energetica partecipata dallo Stato. Contratto collettivo energia e petrolio, storicamente uno dei migliori contratti collettivi d’Italia assieme forse a quelli del Credito e Farmaceutico.
Guardiamo l’asset “Stefano”.
La cedola è alta e regolare, e soprattutto i rinnovi contrattuali di quel settore tendono a inseguire l’inflazione: quindi non è un’obbligazione qualunque, è un’obbligazione indicizzata.
L’emittente è una società quotata, sì, ma con lo Stato dentro l’azionariato e un business regolato, infrastrutturale, di quelli che continuano a esistere anche quando il mondo va male, perché alla gente non piace tanto stare al buio e al freddo.
La scadenza è lunga e nota.
E la correlazione tra quello che succede a Stefano e quello che fa l’azionario globale in una settimana qualsiasi è modesta.
Conclusione: Stefano ha già in portafoglio il titolo di Stato più grande che comprerà mai in vita sua. Non gliel’ha venduto nessuno, non paga commissioni di sottoscrizione, e non compare su nessun estratto conto.
Le conseguenze sono però decisive.
Se Stefano non ne tiene conto, il suo portafoglio sarà solo una funzione di quanto vuole rischiare e per quanto tempo con i soldi che ha già.
Se ne tiene conto, invece, uno come Stefano probabilmente dovrebbe investire in azioni molto di più di quanto il suo istinto gli direbbe.
Attenzione però alla parte più importante del discorso: non è tanto il contratto a tempo indeterminato a rendere il reddito di Stefano un’obbligazione rock-solid.
È soprattutto la bassa correlazione al ciclo economico.
Un tempo indeterminato in un’azienda che vende beni durevoli in un settore ciclico non è un Bund: è un’obbligazione high yield.
Il contratto ci dice quanto è difficile licenziarvi.
Ma non vi dice assolutamente niente su cosa succede all’azienda quando l’economia si ferma.
Lavorare in un settore che dipende dai cicli economici è molto diverso che lavorare in un settore che prospera – o comunque sopravvive – durante le crisi.
Volendo c’è un terzo elemento da tenere in conto: la trasferibilità delle competenze.
Più il mio capitale umano è spendibile in un unico contesto verticale più sono fragile
Più invece è trasferibile in diversi contesti, più robusta diventa la mia posizione – e di conseguenza più rischio posso prendermi nel portafoglio, perché poi di quello stiamo parlando.
Quando il lavoro è più simile ad un’azione
Cambiamo persona.
Vi presento Giulia.
Trentacinque anni pure lei, una bravissima architetta, libera professionista.
Si occupa soprattutto di ristrutturazioni di appartamenti a Milano e hinterland
Rifacciamo le stesse quattro domande che abbiamo fatto a Stefano e vediamo come cambiano le risposte.
La cedola è regolare? No, è ha pure due variabili: quando fattura e quando la pagano!
Chi è l’emittente? Cambiano in continuazione e hanno diversi livelli di affidabilità.
C’è una scadenza nota? Non proprio: dipende da quanti cantieri apre.
E la correlazione con il ciclo economico? Ecco, qui apriamo una voragine.
Guardate questi numeri.
Il reddito medio dei professionisti iscritti a Inarcassa era di 35.000 € nel 2020. Nel 2023 era arrivato addirittura a 59.000.
Dal 2024 ha invece cominciato a scendere e il dato 2025 è sui 50.000.
Cos’era successo?
Ovviamente è finito l’effetto di quel mostro del Superbonus lanciato dal governo Conte durante il Covid e che avrebbe inflazionato il settore edilizio, creato una montagna di nuovo debito pubblico e e quando è finito ha riportato il settore più o meno dov’era prima.
Finito il Superbonus anche gli investimenti in costruzioni sono scesi – e con essi le commissioni di Giulia, che già lavora in un settore – quello del Real Estate residenziale – che è fortemente ciclico e altamente correlato al mercato.
Ora, il reddito di Giulia è un bond senza rischio?
No.
È un titolo ciclico ad alto beta – cioè si comporta come un’azione: sale quando l’economia corre e scende quando si ferma, e negli ultimi cinque anni ha fatto un’escursione che un reddito da dipendente non fa mai.
Nel caso di Giulia c’è poi un fatto in più perché il suo settore dipende anche direttamente dai tassi di interesse, perché dipende dai mutui dei suoi clienti.
Quando il costo del denaro sale, a Giulia si accorcia il portafoglio ordini.
E contemporaneamente – se ha un portafoglio normale esposto all’azionario globale – le scende anche il portafoglio titoli.
Tutto insieme.
Insomma, Stefano e Giulia sono due esempi abbastanza tipici di persone che dovrebbero fare ragionamenti più sottili della media sui propri portafogli:
Stefano, perché forse non sa di avere un capitale umano molto più bond-like della media, e quindi probabilmente potrebbe investire in azioni più di quanto già non faccia;
Giulia, perché forse non sa di avere un capitale umano molto più stock-like della media, e quindi probabilmente dovrebbe investire in azioni meno di quanto la sua propensione al rischio le consentirebbe.
Qualunque sia la natura del vostro reddito, però, sia che vogliate aprire un secondo rubinetto di entrate, sia far rendere di più l’attività che avete già, il muro è spess lo stesso: io un sito non so farmelo.
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Il vero rischio è la correlazione tra reddito e portafoglio
Come abbiamo detto non conta solo quanto rischio ha il nostro reddito. Stefano poco, Giulia tanto, un imprenditore tantissimo.
Una delle grandi intuizioni di Merton è stata che quello che conta è cosa fa un asset in portafoglio rispetto a tutto il resto, non semplicemente quanto balla il suo prezzo – e questo vale anche per il reddito.
Infatti un asset è realmente rischioso non tanto quando è volatile ma quando perde valore esattamente nel momento in cui quei soldi ci servono.
Cioè, il rischio del portafoglio è soprattutto quanto determina le variazioni del nostro consumo.
Ricordiamoci che il senso di investire è spendere i soldi, nel caso ce lo fossimo scordati.
Quindi la domanda vera diventa: il rischio del mio lavoro arriva insieme al rischio che ho in portafoglio?
La regola generale è questa: non conta a QUANTO rischio siamo esposti. Conta SE arriva tutto insieme.
Fermiamoci un secondo su questa frase, perché è il cuore di tutto.
Se il nostro reddito e il nostro portafoglio dipendono da cose diverse, allora sono due cuscinetti indipendenti: quando uno cede, l’altro potrebbe continuare a reggere.
Se invece dipendono dalla stessa cosa – lo stesso settore, lo stesso ciclo, lo stesso costo del denaro – allora non abbiamo due cuscinetti. Ne abbiamo uno solo, contato due volte.
E il momento in cui ce ne accorgiamo è il peggiore possibile: il portafoglio è giù, ci servirebbero i soldi, e proprio in quel momento scopriamo che si è ristretto anche il reddito.
Ecco perché la domanda giusta non è quanto rischio stiamo prendendo.
È se quel rischio è sempre lo stesso rischio.
Quanto vale il tuo capitale umano
Ma andiamo a mettere dei numeri e un framework semplice per ragionare con la nostra situazione personale.
Come avrete già capito a questo punto, il capitale umano si calcola esattamente come si calcola il valore presente di un’obbligazione o di un’azione: prendi i flussi futuri e li sconti a oggi.
Esiste una formula – o comunque diverse versioni – in cui l’idea di fondo è prendere il flusso di redditi da qui alla pensione e scontarli per un tasso di sconto che rifletta l’inflazione attesa e il rischio specifico per quel tipo di reddito.
Noi però possiamo semplificare ulteriormente l’idea e dire:
Prendo il mio reddito netto annuo di oggi – o quello del mio nucleo famigliare
Ipotizzo un tasso di crescita per gli anni da qui alla pensione (per esempio 3%, leggermente più alto dell’inflazione attesa)
E poi decido il tasso di sconto – e adesso vediamo come
Metto tutto in Excel e ottengo il valore scontato del capitale futuro.
Per esempio su 30 anni di lavoro, partendo da un reddito di 36.000 € netti e una crescita del 3% all’anno verrebbe così, a seconda dei vari tassi di sconto utilizzati.
Con un tasso di sconto del 4%, molto basso e vicino al rendimento di un bund trentennale, viene fuori che il capitale futuro attualizzato è di circa 900.000 €.
Con un tasso di sconto del 6%, quello di una buona obbligazione societaria high yield, siamo a poco meno di 700.000 €, che è caso base per la persona media, mentre
Con un tasso di sconto da investimento azionario dell’8% siamo a circa 550.000 €.
Attenzione: il capitale umano è ricchezza economica, non capitale investibile. Non lo potete vendere, non lo potete ribilanciare, e buona parte di quel reddito finanzierà i consumi senza mai arrivare al portafoglio.
Serve a orientare quanto rischio possiamo reggere.
Ma sapere che vale 500.000 € o quasi un milione sposta le decisioni sul portafoglio.
Ci arrivo tra un attimo.
Prima però vi mostro una scorciatoia per non stare a fare tutti i conti in Excel.
Sempre ipotizzando una crescita nominale del reddito del 3% all’anno, basta prendere il reddito netto di oggi e moltiplicarlo per il numero che trovate in questa tabelle che corrisponde a quanti anni mancano alla pensione e al tasso di sconto che riteniamo più congruo per la nostra fonte di reddito.
Per esempio: chiunque oggi ha circa 40 anni potrebbe moltiplicare il proprio reddito per 17, che corrisponde ad un tasso di sconto del 6%, e quello dà l’ordine di grandezza del reddito futuro da tenere in conto a fianco del capitale investibile.
Molto di quello che abbiamo detto oggi si trova in un bellissimo lavoro di Dave Blanchett, che all’epoca era il capo della ricerca sul retirement in Morningstar.
Il titolo è
Nessun portafoglio è un’isola – e rende bene il concetto.
Va mooolto più in profondità, però tra le varie cose il suggerimento più intuitivo e interessante è proprio quello di scontare il reddito al tasso a cui il mercato presta i soldi alle società del settore professionale in cui si opera, cioè al rendimento delle obbligazioni corporate del comparto in cui lavoriamo.
L’idea è che quel rendimento sia una proxy ragionevole della solidità con cui, in quel settore, i redditi vengono pagati.
Ora, avere il rendimento a scadenza medio delle obbligazioni corporate del proprio settore è un esercizio utile ma anche piuttosto laborioso.
Usare semplicemente il rendimento a scadenza delle obbligazioni corporate o high yield e pescare il moltiplicatore corrispondente dalla tabella sopra va altrettanto bene, tanto si tratta comunque di grandi approssimazioni.
Applichiamolo ai nostri amici Stefano e Giulia.
Diciamo che il reddito di Stefano nel 2025 è stato di 35.000 € netti (2.500 netti per 14 mensilità). Come abbiamo detto, è un lavoro molto sicuro e anticiclico, potremmo scontarlo al 4 o 5%.
Quello di Giulia del 2025 è stato invece 43.000 € netti, ma in un contesto molto più volatile. 7-8% di tasso sconto.
Il valore attuale del capitale umano di Stefano è intorno agli 820.000 €.
Quello di Giulia, invece, nonostante guadagni di più, è sui 690.000 €.
Centotrentamila euro di differenza, a favore di quello che guadagna di meno.
A parità di altre condizioni, Giulia dovrebbe avere un portafoglio finanziario meno aggressivo, perché una quota rilevante delle sue attività rischiose si trova già all’interno della sua fonte di reddito primaria.
L’idea fondamentale, quindi, è che la ricchezza totale di Stefano e Giulia non è solo il loro capitale investibile, ma anche il capitale non ancora guadagnato.
Essendo più stabile e poco correlato al mercato, quello di Stefano sarà più alto e quindi potrà permettersi di prendersi più rischi con il suo capitale investibile.
Al contrario Giulia, che ha un reddito meno stabile e più ciclico, dovrebbe investire meno in asset rischiosi.
Attenzione, facciamo chiarezza sui due ragionamenti che si intrecciano qui:
Scontare il capitale umano futuro in base a quanto è rischioso ci dà il valore del nostro portafoglio complessivo
Per capire poi quanta “quota azionaria” abbiamo già nel nostro capitale umano dobbiamo guardare a quanto è correlato al mercato.
Allo stesso tempo, però, le due cose si parlano perché nella maggior parte dei casi definiamo un lavoro sicuro anche per il fatto di essere poco vincolato all’andamento dell’economia, mentre definiamo un lavoro rischioso non solo perché volatile ma anche perché fortemente dipendente dai cicli.
Ora bisogna ammettere una cosa.
Questo è un tema estremamente complesso e con una matematica piuttosto intricata.
Chi mi segue da un po’ – così come chi ha letto il mio secondo libro o ha fatto il percorso online The Bull Academy – sa che ho cercato una strada per semplificare al massimo la formula di Merton rendendola molto più intuitiva e maneggevole.
In breve ho usato solo la prima parte della formula, che contiene solo rendimento atteso, volatilità e avversione al rischio e ho vincolato i valori di quest’ultimo per riflettere tolleranza al rischio, orizzonte temporale e obiettivi di rendimento.
Se invece usiamo la versione accademica che integra anche il discorso sul capitale umano la matematica diventa molto più complicata.
Quello che vorrei lasciare qui è solo l’idea intuitiva, fatta di questi step:
NUMERO UNO: determino l’asset allocation del mio risparmio investibile usando uno dei metodi più semplici che ho suggerito nel tempo o la mia versione semplificata della formula di Merton; in ogni caso considerando sempre la mia tolleranza al rischio e il mio orizzonte temporale.
NUMERO DUE: calcolo il valore futuro del mio capitale umano a seconda che sia più bond-like o stock-like;
NUMERO TRE: adatto il mio portafoglio di conseguenza:
Se il mio capitale umano è bond-like e poco correlato so che probabilmente potrei permettermi un 10-20% di esposizione azionaria in più di quanto avrei fatto;
Se invece il mio capitale umano è stock-like e piuttosto ciclico allora dovrei considerare di ridurre del 10-20% l’esposizione azionaria che avevo scelto.
Ovviamente quel dieci-venti per cento è una mia regola prudenziale, non è l’output di un modello matematico.
Dico 10-20%, perché spesso questa è la quota di risparmio realmente investibile del reddito per molte persone.
La matematica direbbe numeri molto più estremi, spesso ben oltre il 100% in azioni, perché il modello assume che uno possa prendere soldi in prestito dando in garanzia lo stipendio futuro come se fosse un portafoglio di titoli di Stato, ma nella realtà questa cosa non si può fare.
Invece teniamo buona la logica intuitiva del modello, ma adattiamo i risultati ad applicazioni realistiche.
Detto questo, una cosa fondamentale da portarsi a casa è che c’è una cosa che rende il capitale umano diverso da qualunque altra voce del vostro patrimonio – e non è tanto la dimensione.
Sul portafoglio finanziario noi ovviamente non possiamo decidere a monte il rendimento. Possiamo decidere l’esposizione, i costi, la disciplina. Ma il rendimento lo decidono il mercato, il rischio di sequenza e il periodo storico che ci tocca.
Sul capitale umano, invece, in qualche modo decidiamo anche il rendimento.
E allora diventa importante trattarlo come un asset a tutti gli effetti – e quindi: proteggerlo, farlo crescere, diversificarlo
Proteggerlo, prima di tutto.
Se il capitale umano è la parte potenzialmente più grossa del nostro portafoglio, allora prenderci cura della nostra salute, della nostra energia, delle nostre capacità cognitive diventano direttamente temi di finanza personale.
Secondo: Farlo crescere.
E qui la matematica è brutale, nel senso buono. Il capitale umano è un flusso scontato: ha una durata e ha una cedola. Salute e longevità allungano la durata. Competenze, produttività, capacità di negoziare e comunicare e così via alzano la cedola.
Una vita in più di buona forma fisica e un aumento del reddito valgono più di tutti i punti di TER che si possono risparmiare in una vita vostra rincorrendo l’ETF più economico.
Terzo: Diversificarlo.
Una seconda fonte di reddito che non dipenda dalla prima farà di più di qualunque ottimizzazione del portafoglio uno potrà mai inventarsi.
Acquisire quelle competenze complementari che possano permetterci di farlo può diventare una delle decisioni finanziarie più life-changing che prenderemo.
E qui, se ci pensate, succede una cosa curiosa.
Se il nostro asset più grande siamo noi, allora la salute è una decisione finanziaria. La longevità è una decisione finanziaria. Le competenze, la capacità di comunicare, il modo in cui gestiamo l’energia e l’attenzione, persino le nostre relazioni: sono tutte decisioni finanziarie.
Non nel senso motivazionale della cosa, ma proprio in senso letterale: incidono sulla voce più grande del vostro bilancio familiare.
Un grande annuncio per The Bull
Ora, tiriamo le fila prima del grande annuncio
Perché prima di scegliere un’asset allocation ci sono tre domande, e sono queste.
Uno: quanto vale il mio capitale umano. Il valore attuale del reddito che mi resta da guadagnare.
Due: quanto è stabile. Che tipo di flusso è. Cedola regolare con emittente solido, o fatture a singhiozzo con venti committenti diversi. Obbligazione o azione, o la via di mezzo in cui stiamo quasi tutti.
Tre: quanto è correlato con il mercato in cui sto per investire.
Solo con una piena comprensione del potenziale e della natura del nostro capitale umano possiamo prendere decisioni di investimento consapevoli e funzionali ai nostri reali obiettivi.
Ma se il capitale umano è davvero l’asset più grande che abbiamo allora non può stare in una puntata ogni tanto.
Ho sempre pensato che meritasse un posto suo.
E che venisse trattato da chi è davvero esperto di ciascuna delle sue mille sfacettature.
Per questo dal [DA INSERIRE: data di lancio] c’è The Bull Playbook:
un nuovo format in cui incontro straordinari esperti che di mestiere si occupano di tutti quei pezzi del capitale umano di cui io so molto meno che di finanza: la salute, la longevità, la carriera, la testa, la comunicazione, le relazioni, la produttività, l’AI, la performance.
Uscirà il venerdì pomeriggio a partire da [DA INSERIRE: data di lancio], ogni due settimane.
Lo trovate sul canale YouTube di The Bull e come podcast separato su Spotify e Apple podcast.
E se vi state chiedendo perché un podcast di finanza personale si mette a parlare di longevità e di carriera, la risposta è tutta in questa mezz’ora: perché l’argomento È finanziario. Anche quando non sembra.
Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi.
Come sempre vi invito a mettere segui e ad attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast e YouTube, per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi spiegano che il vostro asset finanziario più importante si alza tutte le mattine assieme a voi e impatta sul vostro portafoglio più di utili e tassi di interesse sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025La mia ignoranza in materia mi ha sempre creato dei dubbi, ma grazie a un amico ho iniziato ad ascoltare il podcast. Per fortuna che ho 24 anni e un po' di tempo e soldi da dedicarmi a imparare le varie nozioni per me stesso. Grazie mille!
Luca G. 10 Ott 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai
Francesca B., 6 Apr 2024Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025