Ti stanno convincendo che azioni e bond non bastano più

Il Financial Times ha pubblicato un grafico da cui sembrerebbe che le obbligazioni non servano più a niente e che il portafoglio più famoso e noioso del mondo (60/40) sia finito. Ma è davvero così? Guardiamo insieme cosa dicono davvero i numeri.

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Ti stanno convincendo che azioni e bond non bastano più
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355. Ti stanno convincendo che azioni e bond non bastano più

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Risorse

Punti Chiave

00:00 Il 60/40 si è rotto?

04:02 Perché solo azioni e bond non funziona più

08:52 Perché il mondo è cambiato

10:31 I tre veri lavori dei bond

15:38 L’obiezione più forte

22:32 Il portafoglio migliore

22:32 A ciascuno il suo portafoglio

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Trascrizione Episodio

Il 60/40 si è rotto?

Il primo weekend di settembre il Financial Times ha pubblicato un grafico che ha fatto molto discutere.

Due curve.

Quella in blu era la frontiera efficiente di azioni e obbligazioni dal 1986 al 2020 – cioè in pratica tutte le combinazioni possibili fra i due mattoni, e quanto rendevano per il rischio che ti facevano correre.

Si vede bene che il miglior affare sarebbe stato grosso modo intorno a 60% azioni e 40% obbligazioni.

Quella rosa invece è la stessa identica cosa dal 2021 al 2025.

E qui invece la storia cambia: i bond non porterebbero alcun beneficio in termini di rendimento aggiustato per il rischio, al punto che verrebbe da dire: tanto vale investire solo in azioni.

Questo è uno dei tanti modi per vedere una cosa che abbiamo raccontato tante volte: in questo nuovo regime post Covid, le obbligazioni non fanno più il loro mestiere, quindi il portafoglio 60/40, il più famoso e noioso del mondo, è finito.

Poi un fiume di commenti e contro analisi fatte da professionisti hanno spinto il Financial Times a tornare sul pezzo e a fare tutta una serie di precisazioni.

Che ci frega a noi?

Del FT niente – ma c’è una tesi forte da comprendere, che sana un’apparente contraddizione anche nei miei episodi.

Per mesi io stato in prima linea a parlarvi dell’importanza della terza gamba del portafoglio, cioè inserire asset reali a fianco di azioni e obbligazioni proprio per questo cambio di regime in cui ci troviamo ora. Cose come oro, materie prime, obbligazioni indicizzate all’inflazione e managed futures.

Allo stesso tempo, però, in tantissime simulazioni ho usato portafogli fatti di sole azioni e obbligazioni, soprattutto nei ragionamenti più di lungo termine.

Come stanno assieme le due cose?

Spoiler: stanno assieme perché:

È tutto verissimo che oggi, in un contesto dove gli shock di offerta sono più frequenti di quelli da domanda, il 60/40 o simili non funziona più come prima, mentre asset reali decorrelati possono migliorare la diversificazione del portafoglio;

Ma dall’altra parte, ci sono tanti buoni motivi e alcune tipologie di investitori per cui il portafoglio fatto solo di azioni e obbligazioni è tutt’altro che morto – e la sua semplicità può servire ancora egregiamente tanti di noi (anche se forse per motivi un po’ diversi dal passato).

Oggi parleremo di tutto questo in tre mosse:

UNO: vedremo cosa dice davvero la correlazione tra azioni e obbligazioni che si è consolidata in questi ultimi 5 anni;

DUE: capiremo qual il vero mestiere della parte obbligazionaria – che non è quella che molti pensano; e

TRE: comprenderemo i criteri in base a cui ciascuno potrà decidere autonomamente se davvero ha bisogno di un portafoglio da tre gambe in su, o se invece il buon vecchio classico mix di azioni e bond svolge più che a sufficienza il suo lavoro per gli obiettivi finanziari della nostra vita.

Nel fare tutto questo, capiremo anche che siamo entrati in una fase dell’economia sorprendente, in cui molte delle cose che ci sembrano minacce sono in realtà segnali di un nuovo slancio ritrovato.

Riabilitare il portafoglio di azioni e bond e anche un modo per riconoscere che – tutto sommato – le cose vanno meglio di come spesso ce le raccontano.

Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque a capire come investire i propri soldi e costruirsi la vita che desidera. Se non l’avete ancora fatto, mettete segui al canale su YouTube, Spotify e Apple Podcast: a voi non costa niente, a me cambia la vita.

E se siete arrivati qui per la prima volta e di finanza pensate di non capire tubo partite dalla playlist “Comincia da qui” su YouTube, così poi qualunque altro episodio ve lo guardate senza problemi.

Per capire questo episodio bisogna mettere di fianco due domande:

La prima è: qual è il portafoglio migliore? Ed è una domanda, a cui si risponde guardando rendimenti attesi, correlazioni, frontiere efficienti e così via.

La seconda è: qual è il portafoglio migliore che riuscirò davvero a tenere per trent’anni, ribilanciandolo, pagandoci sopra le tasse e senza smontarlo al primo anno storto.

Sono due domande diverse che possono dare la stessa risposta … o risposte diverse.

È un fatto soggettivo.

Per questo oggi dobbiamo mettere sul tavolo tutti gli elementi per rispondere adeguatamente ad entrambe.

Perché solo azioni e bond non funziona più

Ora, partiamo dall’argomento di chi il 60/40 lo vuole seppellire.

L’argomento è questo: le obbligazioni stanno in portafoglio per fare da contrappeso, cioè per salire quando le azioni scendono.

Se dal 2022 salgono e scendono insieme alle azioni, allora non stai diversificando una cippa lippa: stai solo possedendo due versioni della stessa scommessa e una delle due rende pure meno.

Detto così fila. E il numero che tirano fuori a sostegno è la correlazione, che in effetti è più alta di quanto fosse prima del 2022.

CI sono però una serie di problemi in questo ragionamento.

Prima crepa: la frequenza.

Cioè: quante volte azioni e obbligazioni perdono soldi nello stesso mese?

Negli ultimi venticinque anni, il 14% dei mesi.

Negli ultimi cinque, il 28%: e questo è l’effetto 2022, quando la Federal Reserve ha alzato i tassi a manetta.

Ma negli ultimi tre anni? Il 22%.

Quindi il fenomeno di stiamo parlando in realtà non sta peggiorando.

Sta rientrando.

Il 2022 è stato l’effetto devastante di un grande reset: dopo un decennio di tassi a zero o negativi, il mercato ha velocemente riportato i rendimenti obbligazionari reali in territorio positivo.

Seconda crepa: quante volte azioni e obbligazioni salgono insieme?

Su venticinque anni: 40% dei mesi.

Su cinque anni: 43%.

Negli ultimi tre anni: 50%.

Quindi, sì: la correlazione è aumentata.

Ma è aumentata anche e soprattutto nei momenti in cui entrambi, azioni e bond, vanno bene.

È come dire: più di metà del numero di cui ci stiamo preoccupando è composta da quei mesi in cui abbiamo guadagnato da tutti e due gli asset contemporaneamente.

Terza crepa: anche scendono più spesso assieme, scendono della stessa quantità? No.

Negli ultimi tre anni, nel decile peggiore dei mesi – cioè nei mesi brutti davvero – le azioni hanno perso in media circa il 5%.

Le obbligazioni core, negli stessi mesi, l’1,7

Un terzo.

È vero che il cuscinetto si è assottigliato perché è venuto meno il guadagno dei bond durante i crolli azionari, mentre ora si tratta più di dire: i bond perdono mediamente meno.

Ma non anche se più sottile, questo cuscinetto continua ad esserci – e non un fatto irrilevante.

Mi spiego.

Ok tutti i discorsi sulla correlazione, ma quando guardiamo il portafoglio non vediamo la correlazione, vediamo quanti soldi ci sono.

La differenza fra perdere il 5% e perdere l’1,7% è un effetto di diversificazione che i bond continuano a dare.

La correlazione ci dice la direzione.

Non ci dice l’ampiezza. E l’ampiezza è l’unica cosa che ci arriva addosso.

Cito testualmente da un articolo di Corey Hoffstein: due asset possono essere perfettamente correlati e comunque muoversi in diverse direzioni.

La correlazione cattura i movimenti relativi, non i ritorni assoluti.

Quindi, mentre è possibile che i bond non riescano più a proteggere dalla volatilità di breve termine delle azioni, possono comunque avere andamenti differenti nel tempo. Combinare azioni e obbligazioni farà meno per ridurre la volatilità ma può ancora ridurre significativamente la dispersione dei livelli finali di ricchezza accumulata.

Infatti se facciamo una simulazione di Montecarlo e confrontiamo un portafoglio fatto di S&P 500 e Treasury decennali su un orizzonte temporale di circa 15 anni, otteniamo dei risultati mediani molto vicini tra loro sia che la correlazione tra bond e azioni sia nettamente positiva, nettamente negativa o pari a zero.

Chiaramente se la correlazione è positiva, il portafoglio sarà più volatile – e questo fatto non resta senza conseguenze.

Il rendimento annuo mediano va infatti da 8,12% quando la correlazione è negativa a 7,60% con correlazione positiva. Non è zero. La volatilità invece passa dal 7,7% al 12,3%

La correlazione positiva costa mezzo punto di rendimento mediano e fa quasi raddoppiare gli scossoni per strada.

Ma i risultati terminali mediani tendono a convergere per il fatto che la correlazione agisce soprattutto sulla dispersione dei risultati, non su dove sta il centro della distribuzione. Per questo le mediane si somigliano e le volatilità no.

Che è poi il punto che ci interessa: quello che alla fine ci spendiamo non è la volatilità, è la ricchezza accumulata.

Ora, tanti equivoci sui portafogli fatti solo di azioni e bond nascono da un problema più di aspettative che di aritmetica.

Il 60/40 non è mai stato progettato sull’idea che le obbligazioni compensassero ogni singola discesa dell’azionario.

L’obiettivo della diversificazione non è evitare tutte le perdite ma principalmente ridurne la violenza abbastanza da permetterci di restare investiti mentre succedono.

Al di là di tutti i discorsi di matematica finanziaria, il discorso comportamentale più serio non riguarda la preoccupazione di un investitore che si sveglia di notte preoccupato per la correlazione alta, ma si sveglia se ha perso il 30% dei suoi soldi investendo troppo aggressivamente.

Perché il mondo è cambiato

Detto questo, è anche importante capire PERCHÉ la correlazione è cambiata negli ultimi 5 anni, soprattutto perché comprendere le dinamiche del mercato permette di viverne molto meglio le giravolte.

Come ho scritto nella newsletter di un paio di settimane fa, una risposta profonda è di Wei Li, capo degli strategist di BlackRock, sul Financial Times del 26 agosto.

Lei si chiede: e se non fosse rotto niente?

Se i mercati fossero perfettamente razionali, e a essere sbagliato fosse lo schema con cui li guardiamo, cioè uno schema costruito su un’economia che non esiste più?

In effetti, dagli anni Ottanta al 2020 abbiamo avuto globalizzazione, deflazione esportata dalla Cina, catene di fornitura iperefficienti ed energia a basso costo: gli shock economici erano tutti sul lato della domanda e quando arrivava una recessione la banca centrale tagliava i tassi e i prezzi delle obbligazioni salivano, generalmente mentre le azioni crollavano.

Dal Covid in poi, invece, il mondo è passato dall’altra parte e il vincolo è diventato l’offerta.

Lavoro scarso, sicurezza energetica, re-shoring delle catene di fornitura, governi che spendono in difesa e politica industriale. E poi invecchiamento, geopolitica, transizione energetica.

In un mondo in cui i cicli economici sono segnati più dall’offerta che dalla domanda, le banche centrali possono fare poco perché non possono produrre più elettricità, più lavoratori o più semiconduttori.

Se lo shock viene dall’offerta, aumenta l’inflazione e la banca centrale deve alzare i tassi di interesse. E se alza mentre le azioni scendono, le obbligazioni scendono insieme a loro.

Se il regime normale è questo, allora non è il 60/40 che si è rotto nel 2022: è che ragioniamo negli anni ’20 con una mentalità da anni ’10.

I tre veri lavori dei bond

La verità è che le obbligazioni non hanno una funzione sola, ma fanno tre lavori, non uno.

Il primo è l’assicurazione: salgono quando le azioni crollano. Quel lavoro i bond l’hanno perso e non lo riavranno finché gli shock arrivano dall’offerta. Se l’inflazione sale e la banca centrale alza i tassi, i bond non ti salvano: sono parte del problema. È il caso del 2022, ed è la ragione per cui la terza gamba del portafoglio ha senso.
Su questo chi critica il 60/40 ha ragione, punto.

Il secondo è l’ammortizzatore: generalmente perdono meno delle azioni e forniscono potenziale cash per ribilanciare. Questo lavoro non l’hanno mai smesso di fare.

Facciamo un esempio recente: i due mesi del 2025 che sono trascorsi tra febbraio e il bagno di sangue di aprile seguito all’annuncio dei dazi da parte di Trump.

L’azionario globale ha perso oltre il 20% – anche per effetto del calo del dollaro.

Un indice di governativi europei ha perso circa l’1%.

Immaginiamo un portafoglio che all’inizio era 60.000 € in azioni e 40.000 € in bond.

Il 9 di aprile ci saremmo ritrovati con circa 48.000 € in azioni e 39.500 € in bond.

Il portafoglio sarebbe diventato grossomodo 55% azioni e 45% bond.

Ora, io se uno come regola di ribilanciamento aveva deciso: ribilancio quando i pesi di un’asset class sballano di almeno il 10% dal target, qui ci siamo: la quota bond dovrebbe stare tra 36 e 44%.

A 45% ribilanci.

Su per giù dovresti vendere 5.000 € di bond e comprare 5.000 € di azioni per ritornare a 60/40.

Per semplicità ignoriamo il capital gain sulla vendita di bond, che comunque sarà stata pochissima roba.

Per come sono andate le cose da lì in poi, questo ribilanciamento sarebbe stato un gran bel deal.

Ora, è chiaro che con il senno di poi avere 100% in azioni era meglio ancora.

Ma nessuno investe mai con il senno di poi.

Qui il punto è mostrare che nell’ambito di un portafoglio bilanciato, anche se i bond non sono schizzati in alto – perché di fatto i dazi sono stati letti come potenziale shock da offerta, con impatto inflattivo, non da domanda – dicevo, anche se non si sono apprezzati come magari avevano fatto nel 2008, il loro ruolo di ammortizzatore del crollo l’hanno svolto comunque.

Il terzo è il reddito: il lavoro che hanno riottenuto, dopo quindici anni di tassi a zero in cui non rendevano nulla.

Qualche giorno fa Jim Reid, che è il capo della ricerca macro di Deutsche Bank, ha scritto sempre sul FT un articolo esemplare dal titolo: le obbligazioni sono tornate a essere obbligazioni.

Anche lui ribadisce che l’anomalia non è questa, me lo è stata il decennio scorso fatto di bassa crescita, repressione finanziaria e quantitative easing delle banche centrali.

Oggi invece il reset dei bond potrebbe non essere ancora terminato, ma intanto i rendimenti sono tornati.

Negli ultimi tre anni, nonostante tutto un aggregate di bond europei ha reso quasi l’8%; l’equivalente americano il 13%.

E qui c’è la cosa importante: quei tre anni non sono stati anni facili per le obbligazioni. I rendimenti hanno continuato a salire per tutto il periodo. Hanno reso lo stesso, perché quando parti da un rendimento iniziale positivo, la cedola lavora anche mentre il prezzo scende. È l’esatto opposto del 2020, quando partivi da zero e non avevi nessuna protezione.

Sarà venuto meno l’effetto doping dei tassi che scendevano, ma un portafoglio che parte da rendimenti positivi genera una crescita composta molto più prevedibile di quella azionaria.

E tra l’altro per noi italiani c’è un pezzo in più: sui titoli di Stato gli interessi e il capital gain sono tassati al 12,5%, non al 26%.

E questo pesa sia sul netto che mi porto in tasca, sia sul costo del ribilanciamento perché se devo vendere bond per ribilanciare e su questi pago meno capital gain mi resta più cash pulito da reinvestire.

Comunque, il takeaway fino a quei è questo: chi dice “i bond non servono più” sta guardando solo il primo dei tre mestieri. Quello sì, l’hanno perso. Ma un’asset class che ammortizza le cadute, che ti finanzia i ribilanciamenti e che oggi ti paga un reddito reale positivo non è un’asset class morta. È un’asset class che fa un lavoro diverso da quello che le attribuivamo.

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L’obiezione più forte

Adesso però mettiamoci nei panni di chi non è convinto… tipo metà di voi che state guardando questo video!

Perché a questo punto l’obiezione è ovvia e legittima: va bene la storia, va bene la statistica, ma oggi è diverso. I rendimenti sono saliti come non si vedeva da vent’anni, con la differenza che però ora il livello dei debiti pubblici globali è diventato mostruoso e forse insostenibile.

È vero: gli Stati spendono troppo, si indebitano troppo, e quindi chi presta chiede di più.

Inoltre la dominanza fiscale con operazioni politiche per cappare i rendimenti creano il tema del debasement, cioè: gli Stati farebbero volontariamente correre l’inflazione per rendere i debiti più sostenibili in termini reali, ma questo pesa sul valore di titoli nominali come i bond.

In effetti è un’opzione plausibile.

Però consideriamo due cose.

NUMERO UNO: il grosso degli osservatori che sta osservando la risalita dei rendimenti di questi mesi pone l’accento su inflazione, deficit e repressioni finanziarie.

Ma un’altra interpretazione, meno clickbait e più fondamentale, è che i rendimenti salgano perché c’è un boom economico alimentato dall’AI e da grossi investimenti pubblici e privati, con un contemporaneo aumento della produttività.

Con il PIL americano che cresce in valore nominale tra il 6 e il 7% annualizzato, rendimenti dei Treasury vicini al 5% non sono affatto un’anomalia – anzi sono stati la norma fino al 2007.

Dobbiamo quindi riprogrammare la nostra capacità di osservazione su un decennio che non è più quello della crescita asfittica e dei tassi a zero in cui le Banche Centrali tagliavano e basta – o quasi.

Ma dobbiamo capire che il ruolo dei bond in portafoglio cambia in un’economia dove è il costo del capitale ad essere strutturalmente più alto perché c’è scarsità lato offerta alimentata da un boom di investimenti.

NUMERO DUE: nel 2022 tutti gridavano alla recessione imminente e ad uno scenario di Stagflazione stile anni ’70.

In realtà nulla di tutto ciò è accaduto.

I bond hanno sofferto molto, ok, ma perché partendo da rendimenti reali negativi hanno dovuto subire un fortissimo re-pricing dopo gli shock del Covid e della guerra in Ucraina.

Oggi come allora, però, indovinare i cambi di regime in maniera tempestiva e decidere di conseguenza quando ha senso o meno avere bond in portafoglio è molto complicato, perché per smontare un portafoglio semplice come il 60/40 o versioni affini bisogna avere ragione due volte:

Una quando esci – e magari la azzecchi e ti salti un altro pezzo di emorragia dei bond.

Ma poi bisogna aver ragione anche quando rientri – e solitamente questa è la cosa molto più difficile delle due perché per rientrare devi comprare esattamente nel momento in cui tutto sembra ancora rotto.

Avere ragione una volta su due, in finanza, è indistinguibile dall’avere torto.

Il 60/40, invece, non chiede mai di avere ragione.

Chiede solo la pazienza di non smontarlo.

Il portafoglio migliore

Detto questo, però, torniamo alle due domande dell’inizio.

Qual è il portafoglio migliore? Non è il 60/40 ovviamente.

Se questo è stato una buona approssimazione del portafoglio più efficiente nei 40 anni precedenti il 2020, quando una serie di condizioni macro si sono allineate tra loro, ovviamente oggi e per il futuro ha senso avere un portafoglio costruito su più gambe che comprenda anche asset reali che reagiscono in maniera indipendente da azioni e obbligazioni.

Il punto, però, è cosa interessa a me come investitore.

Prendiamo la storia di due portafogli:

60/40 da una parte e

60% azioni, 20% titoli di stato decennali, 10% oro e 10% di materie prime.

Usiamo asset americani così abbiamo 50 anni buoni di dati.

Facciamo un backtest e vediamo che attraversiamo cinque macro fasi:

La stagflazione degli anni ’70

Il boom degli anni ’80 e ’90

Il decennio perduto del 2000

Il decennio dei tassi a zero del 2010

E il decennio in corso che chiameremo decennio della scarsità

Vediamo come sono andate le cose e poi seguitemi nel ragionamento.

Vedete?

Proviamo a trarre qualche conclusione.

La prima: le performance dei due portafogli si alternano quasi perfettamente lungo le cinque fasi. Il 60/40 vince quando le azioni corrono. Il portafoglio a tre gambe ha vinto quando c’è stato un forte tema di scarsità: gli shock petroliferi degli anni Settanta, il boom delle materie prime dei Duemila dopo l’ingresso della Cina nel WTO, e oggi la triade Covid, Ucraina-Hormuz e dazi+AI.

La seconda: guardate la scala verticale.

Parliamo quasi sempre di differenze fra il meno cinque e il più cinque per cento annuo, e per lunghi tratti dentro il due. Su una vita da investitore, la scelta fra due gambe e tre sposta molto meno di quanto il tono della discussione lasci credere: non è irrilevante, ma è una decisione di secondo ordine rispetto a quanto risparmiate e per quanti anni.

La terza: guardate l’estremo destro.

In questo momento il diversificato sta vincendo di quattro-cinque punti l’anno, uno dei margini più larghi degli ultimi vent’anni. Cioè: sto facendo l’avvocato del 60/40 nel momento in cui il 60/40 ha appena preso la sberla più forte del ventennio. E ha senso adesso ancor più che in altri momenti proprio alla luce di tutto quello che abbiamo spiegato sinora.

Cioè: attenzione a tirare conclusioni universali guardando gli ultimi 5 anni caratterizzati da un grande reset. Ciò che conta davvero è cosa questo reset determina da qui in poi.

Ora, la scelta di un portafoglio a due o tre gambe non è univoca.

Dipende dalla preferenza soggettiva del singolo investitore che si troverà pro e contro in ogni caso.

Vediamoli.

Il portafoglio di sole azioni e bond è semplice, intuitivo, si adatta bene al ciclo di vita ed è facile da ribilanciare – e i bond, l’abbiamo appena visto, attutiscono comunque. Il contro è che esistono finestre – shock d’offerta, debasement – in cui una diversificazione maggiore funziona meglio, e in quelle finestre la differenza si sente.

Il portafoglio a tre gambe ha pregi speculari: restringe la distribuzione dei risultati e riduce la dipendenza dal percorso. In una parola, è più resiliente. Il contro è che è più complesso da gestire e soprattutto da capire, e poi c’è una cosa più insidiosa – gli asset reali si comportano così.

Per chi sta guardando il video, anche visivamente si nota la caratteristica di oro e materie prime di alternare picchi isterici a lunghe fasi di declino.

Questo è un loro punto di forza in un portafoglio diversificato, perché vuoi creare un’asimmetria rispetto al comportamento tipico delle azioni, che tendono a fare esattamente il contrario.

Ma è molto complicato averli stabilmente in portafoglio, perché richiedono di sopportare lunghi periodi di perdite e magari finisci per venderle il giorno prima che ti servono davvero.

In senso assoluto, quindi, probabilmente oggi direi che un portafoglio che include asset reali è meglio di uno che non li ha.

Ma l’assoluto è irrilevante.

Conta il migliore per il singolo investitore.

E lì la risposta cambia, perché per la stragrande maggioranza delle persone un portafoglio fatto solo di azioni e titoli di stato è il pavimento: non è il massimo che si può costruire. È il minimo sotto cui non conviene scendere, e si regge in piedi da solo.

A ciascuno il suo portafoglio

Proviamo allora a delineare delle casistiche generali

CASO UNO: Siamo in accumulo con davanti venti, trent’anni e versiamo ogni mese.
Qui il 60/40 – o un’altra versione solo azioni e bond – è probabilmente sufficiente. Non perché gli asset reali non funzionino: perché il versamento mensile fa già gran parte del lavoro di diversificazione temporale, e su trent’anni c’è tutto il tempo di attraversare finestre sfavorevoli. La complicazione potrebbe costare in comprensione e gestione più di quanto renda.

CASO DUE: Siamo a cinque o dieci anni dal momento in cui i soldi ci serviranno.
Qui il discorso cambia, ed è il caso in cui la terza gamba se la merita di più: il nemico non è il rendimento medio, è la dipendenza dal percorso – il rischio di dover attingere proprio nella finestra in cui scende tutto insieme. Restringere la distribuzione dei risultati, qui, vale più del rendimento atteso.

CASO TRE: Abbiamo un patrimonio significativo e siamo disposti ad investire tempo ed energie nella sua gestione. Qui, come avevamo spiegato nel video della summer school su quanti ETF ti servono, ragionare in termini di diversificazione dei fattori di rischio è importante.

E se non uno non si riconosce in nessuno dei tre, la domanda killer diventa: se quel pezzo in più mi facesse male per sette anni di fila, io lo terrei? Se la risposta è no, il beneficio della diversificazione viene cancellato dal disagio che provoca e dalla difficoltà comportamentale nel rimanere investiti.

Insomma, un portafoglio maggiormente diversificato ha senso se per me è importante ridurre la distribuzione dei risultati finali e restringere le finestre in cui potrò mettere davvero mano al portafoglio per realizzare i miei obiettivi.

Viceversa, se per me è più importante avere un portafoglio semplice e intuitivo in cui versare tutto il mio risparmio per trent’anni senza troppe paturnie e complicazioni – allora questa complicazione non è così necessaria.

E attenzione, questo non è un episodio assolutorio.

Non sto dicendo “falla semplice e non pensarci”.

Sto dicendo: o complichiamo con consapevolezza o semplifichiamo senza timore che il portafoglio fatto dei due mattoni essenziali della finanza ci sembri un errore perché va di moda dire che è così.

Invece ogni pezzo in più al portafoglio deve superare l’esame di consapevolezza, altrimenti sarà molto difficile da mantenere nel tempo.

Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi, e spero di avervi tolto un po’ di ansia da dosso senza avervi dato in cambio una scusa per non pensarci. Come sempre vi invito a mettere segui e ad attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast e YouTube, per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che vi spiegano che il portafoglio più insultato del decennio, mentre molti lo dichiarano morto continua a partecipare vivo e vegeto a tutti i suoi funerali sempre nuovi.

Per questo episodio invece è davvero tutto, e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.

Recensioni

Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!

Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro

Massimo D., 23 Set 2025

Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!

Massimiliano, 29 Mag 2024

Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.

Lorenzo, 13 Mar 2025

Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.

Andrea V., 22 Set 2025

Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.

Giulia N., 11 Ago 2025

Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente

Amalia A., 17 Set 2025

Veramente interessante, chiaro e conciso. Cambia la vita finanziaria di chiunque.. da ascoltare assolutamente anche per chi di finanza non vuole occuparsi mai

Francesca B., 6 Apr 2024

Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!

Giorgia R., 23 Gen 2025

Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai

Matteo C., 3 Set 2025

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