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per continuare a costruire le tue finanze, un passo alla volta. Capire cosa sta succedendo sui mercati non serve a prevedere il futuro, ma a prendere decisioni più consapevoli.
Gli ETF sono la migliore invenzione della finanza per chi investe, ma ne esistono cinquemila e a un investitore normale ne servono meno delle dita di una mano. In questo episodio mettiamo sotto processo otto famiglie di ETF e lasciamo tre domande per giudicare tutte le altre.

364. Gli ETF che non dovresti avere (e che probabilmente hai)
00:00 Il processo agli ETF
02:08 Come valutare un ETF
05:29 ETF a leva giornaliera
08:54 ETF con buffer
11:18 ETF Income
12:31 ETF Tematici
14:42 Insospettabile #1: il Nasdaq 100
16:43 Insospettabile #2: ETF ad alto dividendo
18:37 Insospettabile #3: Russell 200
20:25 Insospettabile #4: ETF Obbligazionari a scadenza
23:24 Le Tre domande
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Il processo agli ETF
Gli ETF sono la più grande innovazione finanziaria di sempre per gli investitori retail.
Senza di loro, né io né voi oggi potremmo avere accesso ai mercati finanziari a bassissimo costo.
Eppure, forse il 5% degli ETF che esistono sul mercato ci servono davvero.
Mentre la stragrande maggioranza degli ETF semplicemente non dovrebbe esistere.
Perché la verità è che una vastissima fetta dell’offerta di ETF esiste principalmente per sfruttare bias psicologici dell’investitore medio e … come si dice in termini tecnici … ah sì: per ciucciargli i soldi.
La domanda vera è quindi questa: quanti ETF ci sono in giro, magari con un bel nome rassicurante o una strategia apparentemente convincente, che in realtà non avrebbero mai dovuto vedere la luce e che invece spesso si trovano già dentro i vostri portafogli?
Oggi facciamo un processo.
Otto imputati, otto famiglie di ETF.
4 che proprio sono costruite attorno ad alcune note paure, ansie, incongruenze degli investitori – prodotti fatti apposta per suscitare preoccupazioni e offrire discutibili soluzioni.
Le altre 4 invece sembrerebbero ETF con tutti i sacri crismi. Ma il 99% degli investitori, probabilmente, non dovrebbe neanche guardarli.
Entro la fine dell’episodio vi lascerò tre criteri per riconoscere se un ETF è nato per essere venduto o per dare valore all’investitore.
Così magari ne approfittate per fare un po’ di pulizia del portafoglio, che sicuramente qualche schifezza qua è là ci è finita dentro nel tempo.
E ora tutti in piedi: il giudice entra in aula.
Il processo può cominciare!
Bentornati a The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Qui parliamo di finanza, investimenti e mercati con un obiettivo solo: aiutarvi a investire meglio, a costruirvi la vostra libertà finanziaria e, già che ci siamo, la vita che volete.
Se non l’avete ancora fatto, mettete segui al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast: a voi costa un clic, per me vale tantissimo.
Alla fine del 2025 negli Stati Uniti era quotati quasi 5.000 ETF.
Solo l’anno scorso ne sono nati più di 1.000, record storico, e nei primi sette mesi del 2026 siamo già a oltre 850: più di quattro al giorno, sabati e domeniche compresi.
Come valutare un ETF
Ma come è che da quella idea geniale di inizio anni ’90, cioè offrire al retail un’esposizione al mercato azionario con uno strumento quotato in borsa ad un costo vicino allo zero, ora sforna quattro prodotti nuovi al giorno?
La risposta sta proprio in quel costo vicino allo zero.
Un ETF sull’S&P 500 oggi può costare appena 0,03% all’anno.
Per l’investitore è una benedizione.
Per chi lo emette invece è un problema, perché su quel prodotto non guadagna quasi più niente.
La guerra dei prezzi l’hanno vinta gli investitori,
signor Bogle, grazie davvero di cuore.
Ma allora agli emittenti serviva inventarsi qualcosa di nuovo, su cui applicare margini più corposi.
C’è un paper che racconta questa storia molto bene.
Si intitola “Competition for Attention in the ETF Space”, è uscito nel 2023 sulla Review of Financial Studies.
Gli autori dividono gli ETF in due mondi.
Da una parte quelli indicizzati e noiosi che competono sul costo;
Dall’altra quelli specializzati, settoriali o tematici, che competono sulla nostra attenzione.
Ecco: alla fine del periodo studiato, i secondi avevano in mano il 18% dei soldi e incassavano il 35% delle commissioni di tutta l’industria.
E a noi cosa resta?
Beh nei primi cinque anni di vita, un ETF specializzato perde in media circa il 30% rispetto a quanto avrebbe dovuto rendere per il rischio che ci fa correre.
E la cosa interessante è che la colpa non è tanto delle commissioni.
È soprattutto del tempismo: questi prodotti nascono e raccolgono soldi principalmente quando certi trend diventano di moda.
La conclusione del paper lascia pochi spazi a repliche.
L’accesso ai mercati finanziari a basso costo porta valore per l’investitore.
Gli ETF specializzati che esistono più per marketing che ragioni fondamentali, invece, portano soprattutto a speculazioni, investimenti sopravvalutati e sottoperformance.
Ora, per distinguerli useremo tre domande.
Prima domanda: chi l’ha chiesto? Lo stavate cercando voi, o ve l’ha messo davanti qualcuno?
Seconda: si può rifare in casa? Cioè, ottengo lo stesso risultato con due ETF banali che costano molto meno?
Terza, la più subdola: che cosa mi stanno vendendo davvero? Un rendimento atteso, oppure un costoso ansiolitico?
Il processo star per iniziare, ma prima di processare gli strumenti di investimento iniziamo subito a condannare il crimine peggiore: pagare di più per avere gli stessi servizi invece che ottenere prezzi più convenienti in pochi click.
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Bene.
Codice alla mano, la corte può entrare.
ETF a leva giornaliera
Primo imputato: gli ETF a leva giornaliera.
Qui parliamo soprattutto di ETF UCITS a leva 2x su indici rispettabilissimi, come l’S&P 500 o l’MSCI World.
Il capo d’imputazione è: finire nel portafoglio di lungo periodo come se fossero normali ETF azionari. Con il rendimento raddoppiato.
La tentazione è comprensibile: se penso che il mercato salirà nei prossimi vent’anni, perché accontentarmi?
Compro la versione a leva e ci arrivo prima.
Bias psicologico sfruttato: estrapolazione. Prendiamo quello che è successo negli ultimi anni, lo prolunghiamo nel futuro e poi moltiplichiamo per due.
La pensione anticipata sembra ad un passo.
Peccato che il diavolo stia nei dettagli e in questo caso il dettaglio è nella parola: giornaliera.
L’obiettivo è il doppio del rendimento di oggi, prima dei costi. Non il doppio del rendimento di lungo termine.
Facciamo i conti della serva.
Un indice fa più 10% lunedì e meno 10% martedì. Cento euro diventano centodieci e poi novantanove: siete sotto dell’1%.
Con la leva due fate più 20 e meno 20. Cento euro diventano centoventi e poi novantasei: siete sotto del 4%.
Il mercato è quasi tornato al punto di partenza.
Voi avete perso quattro volte tanto.
Attenzione: non significa che la leva perda soldi ogni giorno. Se l’indice fa più 10% per due giorni consecutivi, guadagna il 21%. La leva due fa il 44%: persino più del doppio.
Ma è proprio questo il punto: non conta soltanto dove arriva il mercato.
Conta il percorso attraverso cui ci arriva.
La leva quindi “amplifica il rischio di sequenza dei rendimenti”.
Una salita regolare può favorirci.
Un percorso pieno di oscillazioni può massacrarci.
E nel frattempo paghiamo le commissioni e il costo del finanziamento perché, nel caso non fosse chiaro, per darci il “per due” l’emittente deve prendere soldi in prestito.
Poco che costa c’è da pagare qualcosa in più del tasso senza rischio.
Facile obiezione: “Riccardo, ma negli ultimi anni questi prodotti hanno fatto guadagnare un sacco di soldi”.
Vero.
Ma dimostrano che la strategia ha funzionato in UN periodo.
Non che basta aspettare perché funzioni in QUALUNQUE periodo.
Prima di proiettare quei risultati nei prossimi vent’anni, bisogna chiedersi come reggerebbe un percorso molto meno favorevole.
Cosa succederebbe se l’azionario globale facesse un -40% nel mezzo?
E soprattutto come lo reggeremmo?
Solo tra febbraio e marzo 2020 un ETF a leva 2x sull’S&P 500 avrebbe subito un calo di quasi il 60% mentre sarebbe sceso di quasi il 40% tra marzo e aprile 2025 per l’annuncio dei Dazi di Trump.
Questo per dire che non serve andare troppo lontano per incontrare situazioni drammatiche.
Allora il mercato riuscì a recuperato in fretta, in futuro chissà…
Avere un orizzonte di lungo termine non è di per sé una strategia di gestione del rischio.
Prima domanda del codice: chi ha chiesto questo strumento?
Risposta: Chi guarda lo specchietto retrovisore e pensa di aver trovato l’acceleratore per la pensione.
Verdetto: colpevole, quando viene comprato come sostituto di un normale ETF azionario, con la convinzione che sul lungo periodo farà semplicemente il doppio.
Ora, non è che la leva in sé sia sbagliata.
Ma bisogna essere consapevoli anche del rischio che una leva con reset giornaliero comporta.
Del resto, non si può ordinare il doppio del rendimento e lasciare il resto sul piatto.
ETF con buffer
Secondo imputato, molto più elegante: gli ETF a buffer – anche noti come ETF a risultato definito.
Bias psicologico sfruttato: avversione alle perdite – ovviamente.
La promessa è di quelle che fanno gola: se il mercato scende, le prime perdite, diciamo il primo 10 o 20%, le assorbe il prodotto.
Bellissimo no?
Per ottenere questa copertura, però, l’ETF solitamente compra opzioni put sul sottostante che finanzia vendendo opzioni call.
Di conseguenza, se il mercato sale, una parte della crescita oltre un certo tetto non viene più catturata dall’ETF.
Questo è un esempio emblematico:
Per evitare una modesta perdita lo scorso aprile, questo ETF con buffer sull’S&P 500 ha lasciato per strada 12 punti di rendimento nei 6 mesi successivi.
Capo d’imputazione: farvi pagare caro qualcosa che si fa in casa con due ingredienti.
E qui chiamo a testimoniare uno dei miei grandi eroi e nostro passato ospite: Cliff Asness, fondatore di AQR, uno dei più grandi hedge fund del mondo.
Nel 2025 scrisse un paper che avevo citato in passato e che negli Stati Uniti ha scatenato un putiferio perché è andato a smascherare il fruttuoso gioco di prestigio dietro questi strumenti.
In pratica hanno preso 102 fondi costruiti con opzioni incorporate, buffer compresi, tutti con almeno cinque anni di storia, da gennaio 2020 ad aprile 2025.
E li hanno confrontati con la cosa più banale del mondo: un semplice mix AZIONI + CASH.
Cioè il concetto è: invece di investire in un prodotto strutturato che taglia una parte delle perdite (ma non le perdite serie) in cambio della rinuncia ai guadagni, se vuoi ridurre il rischio non è meglio semplicemente investire meno in azioni e tenere una parte dei soldi non investiti in un fondo monetario?
Morale della storia: sì. Quasi tre quarti degli ETF con buffer dal 2020 al 2025 hanno reso meno e ottenuto drawdown peggiori di un mix di azioni e cash che replica la stessa esposizione azionaria dei buffer.
Meno rendimento e più dolore: per un prodotto venduto come antidolorifico, non male!
Il motivo è semplice: la protezione si compra con le opzioni, le opzioni costano, e sopra ci sono le commissioni del prodotto.
In altre parole: NON CI SONO PASTI GRATIS.
Seconda domanda del codice: si può rifare in casa? Sì, con un ETF azionario e uno monetario. Verdetto: colpevole.
ETF Income
Terzo imputato: gli income ETF, quelli che usano covered call per ingolosire quegli investitori che si eccitano con un rendimento da cedole a due cifre scritto in grande.
Bias psicologico sfruttato: la preferenza per i flussi di cassa.
Capo d’imputazione: pagare quella cedola con dei rialzi che l’investitore non vedrà quasi mai.
Perché il trucco è questo: il fondo compra le azioni sottostanti e vende a qualcun altro il diritto di incassare la salita oltre una certa soglia.
Il premio che incassa diventa la cedola.
Il rialzo invece va a chi ha comprato l’opzione; mentre l’eventuale discesa se la prende tutta l’investitore.
Se vogliamo una prova pratica, questo è un ETF sull’azionario globale che distribuisce quasi l’8% di “income” – peccato che da quando sia stato lanciato abbia reso un terzo del sottostante.
Su 10.000 euro sono più di 4.000 euro di differenza.
Prendere nota: una cedola alta non è un rendimento alto.
È il rialzo che avete venduto, restituito a rate.
Terza domanda del codice: che cosa vendono davvero questi strumenti? Una sensazione.
Ma per qualche ora di ebbrezza, il prezzo è un lungo e doloroso hang-over il giorno dopo.
Verdetto: colpevole.
ETF Tematici
Quarto e ultimo imputato del rito abbreviato: ETF tematici.
Bias psicologico sfruttato: FOMO e riprova sociale.
Se c’è un trend non voglio essere l’unico pirla che se l’è perso.
Pensateci, chi non ha mai avuto una madre che ci ha rimproverato per qualcosa e a cui abbiamo risposto: “ma mamma, ma tutti i miei amici lo fanno”.
E la mamma: “e se i tuoi amici si buttano dal ponte lo fai anche tu?”.
Ecco, le nostre mamme non lo sapevano ma ci stavano insegnando a non investire in qualcosa semplicemente perché lo stanno facendo tutti.
AI, Robotica, energia pulita, difesa… ogni anno ce n’è uno nuovo.
Capo d’imputazione: vendervi una storia vera, ma in ritardo e ad un prezzo sbagliato.
Perché la storia, quasi sempre è vera.
L’intelligenza artificiale cambierà il mondo.
L’Europa si riarmerà.
L’energia fossile sarà rimpiazzata da energia verde.
Il problema è che quando una storia arriva dentro un ETF è già vecchia – e quindi i prezzi sono già saliti.
Ho letto il mese scorso un bell’articolo di Morningstar che fa vedere perché i tematici siano investimenti del cazzo da diversi punti di vista.
Uno dei più interessanti è questo.
Per chi sta guardando il video le barre verticale sono i rendimenti medi degli ultimi 12 mesi degli ETF tematici, mentre la linea sono i flussi o i deflussi di capitale degli investitori.
Visivamente si coglie subito che la linea rossa è sempre in ritardo:
La gente inizia ad investire in massa quando ha visto certi temi volare
Poi inizia a tirar fuori i soldi in ritardo dopo che iniziano ad andare male
E ancora restano fuori a lungo mentre altri temi riprendono la corsa.
Sempre secondo Morningstar, negli ultimi 15 anni 3 fondi tematici su 4 sono stati chiusi e solo uno su 10 ha effettivamente battuto il mercato globale.
Verdetto: colpevole, con la condizionale.
Se un tema lo volete proprio, che sia una fetta piccola e che lo sappiate: state facendo una scommessa, non un investimento.
Quattro imputati, quattro condanne.
Fin qui, diciamolo, era facile.
Adesso però la corte cambia aula.
Perché i prossimi quattro non hanno la faccia dei delinquenti.
Hanno la faccia delle persone perbene – e forse per questo sono ancora più insidiosi
Insospettabile #1: il Nasdaq 100.
Primo insospettabile: il Nasdaq 100
Eh già… colpo di scena!
Proprio il Nasdaq?
Quello che negli ultimi quindici anni ha disintegrato tutti e creato trillion di dollari di ricchezza?
Proprio lui.
E infatti il capo d’imputazione non riguarda quanto ha reso.
Riguarda che cos’è.
Piccolo ripasso per chi è appena arrivato: un ETF replica un indice, e l’indice è una lista scritta da qualcuno. Di solito ce ne dimentichiamo, perché chi scrive la lista ha regole noiose e stabili.
Qui no.
Perché molti lo comprano convinti di comprare “la tecnologia americana”.
E invece il Nasdaq 100 è un’altra cosa: sono le cento società non finanziarie più grandi quotate al Nasdaq, che è semplicemente un competitor del New York Stock Exchange.
Il criterio, quindi, non è che cosa fai, è solo dove ti sei quotato.
E infatti dentro ci sono azioni come Pepsi e la catena di supermercati Costco, mentre società come Salesforce e Oracle non ci sono.
C’è di più.
Con la quotazione di SpaceX abbiamo visto cosa fa Nasdaq: cambia le regole di inclusione ad hoc se ritiene che ciò sia più funzionale al proprio business, non per il rendimento atteso degli investitori.
Sia chiaro: anche gli indici di S&P, MSCI e FTSE hanno dei comitati che prendono decisioni.
Ma almeno parliamo di indici che usano criteri stabili e generalmente offrono un’ampia esposizione generale al mercato, non una combinazione casuale di titoli che hanno scelto un certo exchange su cui quotarsi.
Verdetto: colpevole, con le attenuanti. Non perché renderà poco, che non lo so io e non lo sa nessuno. Ma perché è un indice costruito da un’azienda che di mestiere vende quotazioni.
Investire nel Nasdaq 100 è una scommessa su “non si sa bene cosa”.
Tendenzialmente tecnologia, ma non solo.
Negli ultimi 15 anni ha realizzato una performance devastante.
Ma ricordiamoci anche che dopo lo scoppio della bolla di internet, investire nel Nasdaq 100 ha significato trovarsi sotto di oltre il 70% per un decennio.
Insospettabile #2: ETF ad alto dividendo
Secondo insospettabile: gli ETF ad alto dividendo, cioè gli ETF che investono nelle società che pagano più dividendi agli azionisti.
Sulla carta, sembra la cosa più intelligente del mondo: investo in società che mi restituiscono più soldi di tutti – cosa potrà mai andare storto?
Beh, questa è la versione semplicemente un po’ più virtuosa degli ETF income con le covered call.
Capo d’imputazione: vendere una cedola chiamandolo rendimento.
Chi segue questo podcast conosce questo concetto a menadito.
Il dividendo non sono soldi gratis.
Il giorno in cui un’azienda paga un euro di dividendo, l’azione vale un euro in meno perché chi la compra quel giorno non ha diritto al dividendo intascato dal venditore.
Si tratta quindi solo di spostare i soldi dalla tasca destra a quella sinistra, con lo svantaggio di pagare il 26% di tasse su tutto l’importo del dividendo.
Se invece vendessi quote di quell’azione per un importo equivalente al dividendo distribuito pagherei le tasse solo sulla plusvalenza.
Poi c’è il come vengono scelte le azioni.
Se ordinate il mondo per dividendo, in cima non trovate le aziende migliori.
Trovate quelle mature, soprattutto in settori tradizionali come energetici, farmaceutici, beni di consumo, assicurazioni e così via.
Ma la verità è che, più che investire in certe aziende, si sta facendo un investimento grezzo su certi fattori.
Se investo nell’MSCI World High Dividend starò di fatto facendo queste cose:
Sottopeso le aziende americane e
Sovrappeso società value, quelle più piccole e quelle a più bassa volatilità.
Può essere giusto o sbagliato.
Ma devo sapere in cosa sto investendo e cosa comporta.
Devo sapere che non sto investendo in aziende più sicure perché pagano più dividendo, ma in aziende che generalmente pagano tanti dividendi perché reinvestono poco nella loro crescita.
In certi momenti è una scommessa che paga, soprattutto durante periodi di crisi, in altri no.
Verdetto: assolto con la condizionale.
Insospettabile #3: Russell 200
Terzo insospettabile: il Russell 2000 – l’indice delle small cap americane.
La storia di accompagnamento è nota: “il mercato è troppo concentrato su pochi titoli giganteschi, diversificate”.
E il problema esiste: le 41 società più direttamente legate all’AI pesano praticamente il 50% dell’S&P 500.
Bisogna tornare al boom delle ferrovie del 1881 per trovare una concentrazione più alta.
Solo che la soluzione proposta è comprare più aziende piccole, con prezzi mediamente più bassi rispetto al patrimonio netto (quindi più value stocks) e generalmente più volatili.
Ma il Russell 2000 compra semplicemente duemila small cap americane senza filtro.
E senza filtro vuol dire, tra le varie cose, che circa il 40% di quelle aziende non fa utili.
La difesa ha i suoi argomenti, certo.
Storicamente, sul lunghissimo termine le società più piccole hanno battuto le società più grandi.
Ma grazie a ricerche come quelle, ancora una volta, di Cliff Asness e AQR, sappiamo che il premio per le società più piccole non dipende dal fatto che sono più piccole.
Sono quelle piccole value e di maggiore qualità quelle che pagano.
Le dimensioni contano solo se tieni sotto controllo la spazzatura.
Inoltre il Russell è proprio sfigato di suo perché ha delle regole di ricomposizione ben note che permettono ad hedge fund e altri grandi investitori di fare “front-running”, cioè di vendere prima quelle che stanno per uscire dall’indice e comprare quelle che stanno per entrare.
Conseguenza: l’investitore nel Russel si trova a “vendere” le azioni in uscita a prezzi più bassi e a “comprare” quelle in entrata a prezzi più alti.
Verdetto: colpevole, anche se con pena lieve.
Il suo investment case di lungo termine è sicuramente significativo.
Ma se voglio investire in società più piccole e con caratteristiche value esistono strumenti fatti apposta per quello.
Insospettabile #4: ETF Obbligazionari a scadenza
Ultimo insospettabile, e qui so che sto esponendo il fianco: Gli ETF obbligazionari a scadenza.
Lo so che a molti di voi piacciono tantissimo perché sembrano la soluzione definitiva per investire in obbligazioni senza la seccatura di comprare singoli titoli e senza la tortura psicologica di non capire come funziona un fondo di bond che non scade mai.
Capo d’imputazione: promettere di essere una soluzione ad un falso problema.
Perché il “tanto lo porto a scadenza” è un’illusione contabile.
Se i tassi salgono, il titolo vale meno, che lo guardiate o no.
Portarlo a scadenza non cancella la perdita in termini reali e la trasforma in anni di rendimento futuri più bassi.
E il solito discorso che faccio sempre sull’annosa diatriba meglio ETF obbligazionari o singoli bond.
Se ho una scadenza precisa, ok posso usare singoli titoli o un ETF obbligazionario a scadenza e molto probabilmente avrò il mio capitale nominale intatto quando scadono.
Ma nell’ambito di una diversificazione di portafoglio, ciò che voglio è espormi ad una certa duration e mantenerla costante e se penso di ottenere una duration costante senza rischio usando una scaletta di singoli titoli di Stato sto vivendo in un mondo fatto di unicorni e fatine colorate.
Inoltre gli ETF di bond a scadenza sono quasi tutti corporate, ce ne sono pochissimi e piccolissimi sui titoli di Stato.
Scrivere a caratteri cubitali in un posto della casa ben visibile: Titoli di Stato senza rischio di credito, tipo Bund, e bond corporate NON sono la stessa cosa e la differenza si vede soprattutto nelle crisi.
Negli ultimi 25 anni la correlazione mensile tra azioni e Titoli di Stato è stata, in media, vicina a zero.
Quella tra azioni e corporate bond invece nettamente positiva.
Di conseguenza usare obbligazioni societarie per diversificare il portafoglio azionario funziona poco.
Oltre al fatto che si paga il 26% di tasse invece che 12,5% – che è il grande plus di investire in titoli di Stato in Italia.
Certo, lo so che con una data di rimborso scritta sul prodotto, nessuno si lamenterebbe troppo del bagno dei sangue in cui le obbligazioni sguazzano dal 2022.
La differenza con un ETF classico senza scadenza, però, è tutta psicologica.
Ma so bene che in finanza la psicologia decide quanto incassiamo davvero, molto più del prodotto.
Quindi, se proprio proprio uno non ce la fa a capire che un portafoglio di titoli di Stato è equivalente ad un ETF su quegli stessi titoli di Stato a parità di scadenza media, allora che investa in singoli titoli di Stato e buona notte.
Il caso di investimento per ETF a scadenza di bond corporate, invece, qualcuno deve proprio venire a spiegarmelo perché dopo tre anni e fischia di The Bull ancora non ci arrivo.
Verdetto: condannati!
Detto tutto questo, capisco che certe volte e per certe persone sia meglio investire in prodotti imperfetti, ma che sembrano più convincenti, rispetto a prodotti razionalmente “migliori” ma meno intuitivi.
Se questo aiuta a rimanere investiti con disciplina, ok.
Penso anche, tuttavia, che il miglior investimento che si possa fare è proprio aumentare il proprio livello di comprensione così che pancia e testa non litighino più.
Le Tre domande
Tiriamo le fila, perché le sentenze si dimenticano ma il metodo deve restare.
Tre domande per fare il processo per direttissima ad ogni prodotto.
DOMANDA UNO: chi l’ha chiesto? Se un prodotto è stato impacchettato per assecondare un trend che è finito anche su TikTok, la risposta la sapete già.
DOMANDA DUE: si può rifare in casa? Un buffer è azioni più liquidità. Un tematico è un pezzetto di ciò che abbiamo già nel globale, pagato molto di più. Se la versione fatta in casa costa meno e fa lo stesso, quello che paghiamo in più è la confezione.
DOMANDA TRE: che cosa mi stanno vendendo davvero, un rendimento atteso o una sensazione? E se è una sensazione, quanto costa? Se è un tranquillante a basso costo che mi fa investire con costanza ok. Se mi costa quaranta punti di rendimento, no.
E ora tocca a voi, aprite il portafoglio e fate il processo ai vostri ETF che non siano ampi strumenti indicizzati.
Se ne esce assolto, investirete con più convinzione di prima.
Se qualche strumento finisce invece condannato, non dico di vendere subito ma: prenderne atto e magari decidere di smettere di investirci.
In fondo il punto di tutto l’episodio è questo.
Su cinquemila ETF, a un investitore normale ne servono meno delle dita di una mano.
Tutti gli altri esistono per un motivo.
Ma quasi mai quel motivo siamo noi.
Bene amici miei, fine dell’episodio di oggi: l’udienza è tolta.
Come sempre vi invito a mettere segui e attivare le notifiche su Spotify, Apple Podcast e YouTube per supportarci e permetterci di continuare a produrre contenuti che mandano a processo metà del vostro portafoglio sempre nuovi.
Per questo episodio invece è davvero tutto e noi ci rivediamo tra pochi giorni con un nuovo appuntamento assieme, sempre qui, naturalmente, con The Bull, il tuo podcast di finanza personale.
Quando capisci come funziona la finanza… ti viene voglia di raccontarla!
Veramente veramente raccomandato! la finanza personale riassunta alla perfezione! e spiegata partendo dall'ABC! Ottimo anche da ascoltare a velocita 1,5x!
Giorgia R., 23 Gen 2025Non sono solito a mettere recensioni e specialmente non ascolto podcast, ma da quando ho iniziato questo, faccio fatica a staccarmi, e quasi non posso più fare a meno di ascoltare e arricchirmi culturalmente.
Andrea V., 22 Set 2025Da quando l'ho scoperto in 15 gg mi sono ascoltato 150 puntate senza fermarmi, ho annullato gli altri podcast per portarmi alla pari ed ascoltare tutte le precedenti puntate, ben fatto, esattamente il livello di informazione che mi serviva
Gianluca G., 11 Set 2025Podcast piacevole, scorre veloce ma in modo estremamente chiaro, spiega i concetti chiave per gestire le proprie finanze, fornendo la classica cassetta degli attrezzi. Complimenti, davvero ben fatto!
Massimiliano, 29 Mag 2024Ho acquistato e letto il suo libro e l' ho trovato. Esprime i concetti economici in modo semplice e chiaro. Sentirlo parlare conferma che è un professionista del settore.
Giulia N., 11 Ago 2025Riccardo mi ha letteralmente cambiato la vita e fatto scoprire che amo la finanza, ho ascoltato il podcast già due volte e non mi stufo mai di ascoltarlo, parla in modo semplice e chiaro
Massimo D., 23 Set 2025Podcast che dà sempre spunti interessanti che personalmente mi ha fatto appassionare alla finanza personale spingendomi ad approfondire in prima persona.
Lorenzo, 13 Mar 2025Ho seguito tutte le puntate! Grazie veramente
Amalia A., 17 Set 2025Dovrebbero ascoltarlo buona parte degli italiani e io avrei dovuto scoprirlo con qualche anno in anticipo ma meglio tardi che mai
Matteo C., 3 Set 2025